Vita consacrata: le parole del Papa ai religiosi

5 Febbraio 2020 News

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Credit Osservatore Romano

La luce e il buio scandiscono la celebrazione della messa nella Basilica Vaticana, alla vigilia della Giornata Mondiale della Vita Consacrata che cade nel giorno della festa della Presentazione di Gesù al tempio. Le candele rischiarano l’atrio di San Pietro mentre papa Francesco benedice i lumi.

La processione all’interno è un lungo e suggestivo camminare nella penombra, tra tanti religiosi di ordini diversi che insieme al Pontefice rinnovano l’impegno per la loro chiamata. Sono suore, missionari, preti di periferia e rappresentano i tanti volti di una Chiesa “ospedale da campo”, come l’aveva definita Francesco, ma anche operosa e presente in alcuni scenari difficili della terra. Improvvisamente la Basilica torna nella luce, illumina i presenti che ascoltano le parole del Pontefice, incentrate sullo sguardo di Simeone su Gesù. Nel brano evangelico l’anziano, insieme alla moglie Anna, era al tempio per attendere il Messia e nel bambino portato in braccio da Maria riconosce il Salvatore, “la grazia che vale più della vita”.

Il Papa ricorda che la chiamata è «un dono d’amore» che spinge a lasciare tutto per trovare il bene grande. È gratuità anche «nelle fragilità, nelle debolezze, nelle miserie», anche dinanzi alla tentazione della mondanità, al guardare solo l’Io allontanando lo sguardo da Dio. Così «la vita consacrata perde slancio, si adagia, ristagna, si reclamano i propri spazi e i propri diritti, ci si lascia trascinare da pettegolezzi e malignità, ci si sdegna per ogni piccola cosa e si intonano le litanie del lamento» afferma Francesco.

Se si resta ancorati a Dio si «vede la bellezza», si «vede che la povertà non è uno sforzo titanico, ma una libertà superiore, che la castità non è una sterilità austera, ma la via per amare senza possedere, che l’obbedienza non è disciplina, ma la vittoria sulla nostra anarchia nello stile di Gesù».

E ancorate a Dio, spiega il Papa, erano le suore di un monastero benedettino, reso inagibile dal terremoto che ha colpito l’Italia qualche tempo fa. Non riuscivano nemmeno a stare lontane dalla loro comunità e per questo avevano cercato di ricreare lo spirito del loro monastero in due roulotte. «Va chiesta la grazia di saper cercare Gesù nei fratelli e nelle sorelle che abbiamo ricevuto. Oggi, tanti vedono negli altri solo ostacoli e complicazioni. C’è bisogno di sguardi che cerchino il prossimo, che avvicinino chi è distante».

La chiamata è sguardo di compassione, «che non condanna, ma incoraggia, libera, consola. «Lo sguardo dei consacrati è uno sguardo di speranza. Guardandosi attorno, è facile perderla: le cose che non vanno, il calo delle vocazioni» aggiunge il Papa. Simeone e Anna non persero la speranza perché sempre in contatto con Dio. «Ecco il segreto: non allontanarsi dal Signore, fonte della speranza. Diventiamo ciechi se non guardiamo al Signore ogni giorno, se non lo adoriamo». L’omelia si chiude con l’invocazione di uno sguardo nuovo, capace di vedere la grazia, di cercare il prossimo, di sperare. «Allora anche i nostri occhi vedranno la salvezza».

di Benedetta Capelli

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