Una gioia la visita del Santo Padre ad Albano Laziale

25 Settembre 2019 News

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Credit Osservatore Romano

Francesco ha scelto Albano Laziale, cittadina dei Castelli Romani, per la sua ventottesima visita pastorale in Italia. Vi si è recato nel pomeriggio di sabato scorso, in una data importante per lui. Fu proprio il 21 settembre del 1953, 66 anni fa, che ricevette la chiamata di Dio: in quel giorno avrebbe dovuto raggiungere gli amici che lo aspettavano e invece si accorse che c’era anche qualcun altro che lo stava aspettando, qualcuno a cui scelse senza esitazione di dire “sì”…

Il Papa è arrivato ad Albano poco dopo le 17 e ha subito toccato con mano l’entusiasmo delle migliaia di fedeli che lo aspettavano. Una gioia testimoniata dalla musica della banda che ha accompagnato il suo passaggio tra la folla, e da un grande murale eseguito da MauPal. L’artista (il cui vero nome è Maurizio Pallotta) è stato l’autore del murale che raffigurava papa Bergoglio nelle vesti di supereroe, e questa volta lo ha rappresentato come un operaio impegnato a ripulire il cielo dall’inquinamento prodotto dall’uomo. Un tema, come sappiamo, assai caro al Pontefice.

Francesco ha passato un primo, silenzioso momento di preghiera con i sacerdoti della diocesi nella cattedrale di San Pancrazio. Subito dopo ha presieduto la messa, concelebrata in piazza Pia con monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano, e con il cardinale Agostino Vallini, ex vescovo della cittadina e ora vicario di Roma.

L’omelia di Francesco ha preso le mosse dal brano evangelico dedicato a Zaccheo, odiato dal popolo ebraico perché era un pubblicano, ovvero riscuoteva le tasse per conto dei romani. Ha detto il Papa: «Ai loro occhi Zaccheo era il peggio, l’insalvabile. Ma non agli occhi di Gesù, che chiama per nome proprio lui, Zaccheo, che significa “Dio si ricorda”». Immediato per Francesco il paragone con noi: «Il Signore anzitutto si ricorda di noi. Non ci dimentica, non ci perde di vista nonostante gli ostacoli che possono tenerci lontani da lui. Limiti, peccati, vergogna, chiacchiere, pregiudizi: nessun ostacolo fa dimenticare a Gesù l’essenziale, cioè l’uomo da amare e da salvare».

A ricordarci che Dio si ricorda di noi è la Chiesa, osserva papa Francesco: «La Chiesa esiste per dire a ciascuno, anche al più lontano: “Sei amato e sei chiamato per nome da Gesù; Dio non ti dimentica, gli stai a cuore”». E ci accoglie per primo, come ha fatto con Zaccheo: «Gesù è colui che ci vede per primo, colui che ci ama per primo, colui che ci accoglie per primo. Quando scopriamo che il suo amore ci anticipa, che ci raggiunge prima di tutto, la vita cambia». E questo, per Francesco, deve condurre a porci alcune domande: «Chiediamoci se da noi Gesù viene prima: c’è prima lui o la nostra “agenda”? C’è prima lui o le nostre strutture? Se tutto quello che facciamo non parte dallo sguardo di misericordia di Gesù, corriamo il rischio di mondanizzare la fede, di complicarla, di riempirla di tanti contorni. Ma si dimentica l’essenziale, la semplicità della fede, quello che viene prima di tutto: l’incontro vivo con la misericordia di Dio. L’invito di oggi è: lasciati “misericordiare” da Dio. Lui viene con la sua misericordia».

Per custodire questa misericordia, raccomanda Francesco, può esserci utile l’esempio di Zaccheo, che per farsi vedere prima da Gesù è salito su un albero come fanno i bambini: «È importante per noi ritornare semplici. Non bisogna essere cristiani complicati, che elaborano mille teorie e si disperdono a cercare risposte nella rete, ma dobbiamo essere come i bambini. Essi hanno bisogno dei genitori e degli amici: anche noi abbiamo bisogno di Dio e degli altri».

E dove se non nella propria casa i bambini si sentono al sicuro? L’auspicio di Francesco è che la casa di noi tutti sia la Chiesa: «Come sarebbe bello se i nostri vicini e conoscenti sentissero la Chiesa come casa loro!». Purtroppo non sempre accade: «Succede che le nostre comunità diventino estranee o poco attraenti. A volte subiamo anche noi la tentazione di creare circoli chiusi: ci sentiamo eletti, ci sentiamo élite… Ma ci sono tanti fratelli e sorelle che hanno nostalgia di casa, che non hanno il coraggio di avvicinarsi, magari perché non si sono sentiti accolti, o perché hanno conosciuto un prete che li ha trattati male o li ha cacciati via, o ha voluto far pagare loro i sacramenti (una cosa brutta…) e si sono allontanati». Il rimedio, dice Francesco, è uno: «Sia la Chiesa il luogo dove non si guardano mai gli altri dall’alto in basso. L’unico momento nel quale è lecito per guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla a rialzarsi. Guardiamo la gente mai da giudici, sempre da fratelli».

E se mai dovessimo avere la tentazione di sparlare di qualcuno, il suggerimento del Papa è chiaro: «A volte sento dire: “Padre, guardi, è una cosa brutta ma mi viene, perché io vedo una cosa e mi viene voglia di criticare”. Io suggerisco una buona medicina per questo. A parte la preghiera, la medicina efficace è: morditi la lingua. Ti si gonfierà in bocca e non potrai parlare!».

di Tiziana Lupi

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