Sinodo per l’Amazzonia, la parola agli indigeni

24 Ottobre 2019 News

tweet

Credit Osservatore Romano

ll Sinodo fortemente voluto da papa Francesco sui temi che riguardano la regione amazzonica (protezione della grande foresta, rispetto per le culture e per la vita, spesso in pericolo, delle popolazioni indigene, ecologia e rispetto del pianeta) prosegue i suoi lavori. E Francesco non perde l’occasione per parlare faccia a faccia con le persone che vi assistono e ascoltare i loro problemi. O anche semplicemente il loro punto di vista. Nei giorni scorsi il Papa si è riunito, infatti, con 40 rappresentanti di popolazioni indigene dell’Amazzonia. Per Francesco il Vangelo è come un seme che cade nella terra che incontra e cresce in base alle caratteristiche di questa terra. E il Vangelo si arricchisce in questo modo perché i popoli ricevono l’annuncio di Gesù nella loro cultura. Abbiamo incontrato tre di questi indigeni che ci hanno raccontato cose molto interessanti che possiamo riunire in un unico concetto: «Il Papa ci dà forza».

Zenilda, dell’etnia 

Xukuru (brasile)

Gli Xukuru sono circa 1400 persone che vivono nello stato brasiliano dell’Alagoas e Zenilda ci spiega: «Naturalmente è il mio primo viaggio a Roma e mi sento molto felice, rinvigorita e piena di Fede. Io sono una vedova ma mi sento piena di energia perché la gente deve essere forte per affrontare la lotta che oggi dobbiamo portare avanti. Sa, stiamo soffrendo, siamo isolati, il mondo ci ascolta molto poco».

Che cosa ha significato per voi l’incontro con il Papa?

«Siamo qui da lui e rappresentiamo qui tutti gli altri popoli dell’Amazzonia che non sono potuti venire. Io sono convinta che dobbiamo essere uniti per lottare per i nostri diritti. L’incontro con il Papa è stato molto emozionante. Lui sa riconoscere gli uomini, i poveri, quelli di buon cuore. Ho sentito che è pronto ad aiutarci e per questo insisto che dobbiamo stare uniti, lottare insieme, noi indigeni con la Chiesa e tutti quelli che ci aiutano».

Che cosa vi ha detto?

«Lui mi ha parlato ma io non ho capito proprio tutto quello che diceva. Però ho sentito molta forza nelle sue parole».

In che lingua parlavate?

«Lui parlava in spagnolo che è simile al portoghese, ma io non capivo troppo bene. Io parlo la lingua della mia tribù, gli Xukuru. Francesco ci ha testimoniato la sua vicinanza e segnalato i pericoli delle nuove forme di colonizzazione».

Ci racconti la sua storia.

«Mio marito è stato assassinato perché difendeva la nostra terra. Siamo stati malissimo, la mia famiglia e tutto il mio popolo. È stato un momento molto difficile, ma io sono qui perché la Fede è viva dentro di me. Ci siamo sposati a 18 anni, abbiamo avuto nove figli. Oggi ho 17 nipoti e  6 bisnipoti. Tutta la vita abbiamo lavorato nell’agricoltura. Siamo agricoltori con molta gioia, con gusto, perché è grazie all’agricoltura che abbiamo da mangiare».

Che attività svolgete?

«Siamo stati tutta la vita al fianco del movimento della Chiesa. Quando mio marito è diventato capo del popolo è stato assassinato. Io ho proseguito con mio figlio al mio fianco ma siamo soli a lottare. La nostra terra ci dà sostentamento: tutto proviene dalla terra e la gente non può costruire e distruggere. La terra è la nostra vita, la madre, l’acqua è la nostra vita, la gente deve lottare per questo. E la nostra lotta non è facile. La nostra terra non è mai stata demarcata. Ora, uniti, stiamo aiutando a marcare i confini, noi difendiamo i nostri diritti così il mondo deve aprire gli occhi e vedere che esistiamo. E la gente grida, sono qui e sono viva, siamo vivi! Oggi tra noi indigeni abbiamo medici, avvocati, infermieri, tecnici informatici, professori. E tutto questo è possibile attraverso il lavoro e il sostentamento della terra. Perché la terra dà tutto. Noi non ci muoviamo, dobbiamo fare le cose a casa nostra».

Roma l’ha colpita?

«Vedo un mondo di differenze… forti, io sono incantata».

È cristiana?

«Certo! Battezzata, sposata in chiesa e faccio la catechista. Credo che Dio sia presente nella natura e nel creato».

Francisco, dell’etnia Apurina (BRASILE)

Gli Apurina sono un gruppo etnico del Brasile che ha una popolazione stimata in circa 3.256 individui. «Partecipare al Sinodo dell’Amazzonia», racconta Francisco, «è un’opportunità unica che ci ha dato il Pontefice per denunciare quello che succede nella nostra terra. Per noi è una grande speranza il fatto che la Chiesa e il mondo possano unirsi a noi popoli indigeni per la difesa dell’Amazzonia».

Come descrive il suo incontro con papa Francesco?

«Un’esperienza molto forte, un sogno realizzato. Molta gente in Brasile mi diceva: “Vai a Roma e vedrai il Papa al massimo in televisione…”, ma quando mi sono trovato vicino a lui per me è stato incredibile, mi sentivo di vivere in un sogno! Francesco ci ha parlato: lui ci rispetta, rispetta la nostra cultura, le nostre tradizioni, i costumi, la nostra lingua, come noi viviamo, come crediamo, siamo liberi, senza discriminazioni. Questo per noi indigeni è stato molto importante. Il Pontefice crede molto in questo rispetto, nella differenza delle culture».

È già stato altre volte lontano dalla sua terra?

«No, per me è la prima volta in Europa: non ho mai viaggiato così lontano dalla mia foresta. Ho molta Fede in Dio, e non solo io. E non mi sento solo. Tutto il popolo, tutte le persone che vivono nella foresta, anche quelli che sono più isolati, che non sono venuti al sinodo, sono rappresentati qui da noi».

Thoda, dell’etnia

Kanamari (brasile)

I Kanamari sono circa 1500 e vivono nello Stato dell’Amazonas. «Mi occupo» spiega  il giovane Thoda, uno di loro «di questo territorio che mi ha creato e fatto crescere. Quando avevo 14 anni sono stato nominato presidente dell’associazione locale, sono il più giovane ad avere questa carica. Ora ho 19 anni e insieme ad altri siamo qui in Vaticano per rappresentare gli indigeni che parlano il portoghese ma anche le tribù più lontane e  isolate. Sono vicepresidente di questa organizzazione che rappresenta 5 etnie differenti e altri gruppi isolati che non hanno quasi nessun contatto con la società».

Qual è il suo sogno?

«Continuare a difendere il territorio cosicché nel futuro i miei figli e altri giovani non soffrano e abbiano un luogo in mezzo alla natura dove vivere. Per questo sono venuto qui a Roma: per parlare del mio territorio, denunciare il governo brasiliano che vuole prendersi la terra per scavare le miniere».

Ha incontrato il Papa: di che cosa avete parlato?

«Eravamo in un gruppo che conteneva altri indios provenienti da Brasile, Perù, Colombia… Il Santo Padre ci ha ricevuto molto bene, ci ha parlato, ci ha confortato dicendoci che possiamo essere cristiani anche mantenendo i nostri costumi, il nostro modo di essere e di presentarci. Lui crede molto nelle tradizioni indigene e ha molta fiducia nei nostri leader. Mi ha colpito molto quando Francesco ha detto che crede più in noi che nei politici di professione…».

di Adriano Alimonti

TAG

, , ,

VEDI ANCHE