Risate e lacrime con Papa Francesco

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Massimiliano “Max” Giusti è un attore, comico, conduttore televisivo, doppiatore e imitatore Credits: Agf

Massimiliano “Max” Giusti è un attore, comico, conduttore televisivo, doppiatore e imitatore Credits: Agf

Sorride molto e spesso, papa Francesco, ma a farlo ridere di gusto, lo scorso maggio in piazza San Pietro, è stata la simpatia di Max Giusti durante l’incontro del Pontefice con gli studenti organizzato dalla Confederazione Episcopale Italiana per il progetto La Chiesa per la Scuola. Il conduttore e cabarettista, che in questi giorni commenta le partite dei Mondiali su Rai Sport 1, con la sua mimica e le sue battute ha portato il sorriso sulle labbra del papa per oltre cinque minuti, sino a una finale, inarrestabile risata.

«E’ stato un incontro che mi ha toccato il cuore», racconta Max Giusti. «Mi sono preparato pensando innanzitutto a fare bella figura professionalmente. Poi volevo far vedere il Papa ai miei due bambini, ma quando mi hanno spiegato che in Vaticano ci sono regole ferree di sicurezza e che dovevamo restare tanto tempo in piazza San Pietro, ho deciso di portare solo mia moglie Benedetta. Ma mi lasci fare un piccolo passo indietro…».

Prego…
«Ricordo con precisione quando si è insediato il Santo Padre. Era una serata inconsueta: grazie a un momento libero in un periodo di lavoro incessante ero in casa con la mia famiglia davanti alla tv. Appena l’ho visto affacciarsi al balcone ho avvertito un senso di felicità e serenità; abbracciato ai miei figli ho seguito tutta la cerimonia con la convinzione che la giornata fosse storica. Una luce particolare avvolgeva il Pontefice: tutti aspettavamo il suo arrivo e qualcuno più grande di noi ce l’ha donato. Quando ho annunciato a mia moglie che mi avevano chiamato per fare uno spettacolo in piazza San Pietro, lei non ci voleva credere e ha accettato con gioia di accompagnarmi».

Com’è andata?
«Ho atteso in Sala Nervi, insieme con i colleghi e amici Francesco Renga e Fiorella Mannoia, l’orario d’inizio dello spettacolo. Quando ci hanno portati in piazza San Pietro stava per uscire la papamobile. Mi sto commuovendo solo al ricordo (dice con voce rotta e dolcissima, ndr)! Appena è arrivato Francesco mia moglie ha iniziato a piangere; si è voltata verso di me per comunicarmi la sua sensazione e ha notato che piangevo anch’io. Sì, ci siamo emozionati fino alle lacrime.

Ci ha sconvolti e sciolti. Francesco regala speranza, ascolta con l’udito del cuore, dà un senso di piacere e di pulito, toccando le corde giuste per arrivare alla gente. Il Papa per me è sempre stato una figura di grande riferimento; abbiamo avuto tanti ambasciatori illuminati della Chiesa, ma in questo momento della mia vita, che mi vede genitore, avevo la necessità di sentire una persona sulla mia lunghezza d’onda, un uomo mandato accanto a noi dal Signore».

Non è stato tradito dall’emozione durante lo spettacolo?
«Vedevo alla mia sinistra il Santo Padre e alla mia destra 350mila persone. Volevo far divertire prima di tutto il Papa, ma anche le famiglie e tutti i ragazzi e bambini presenti. Per un comico che appena vede il Papa piange e si emoziona come un ragazzino non è facile far ridere. Allora, mentre i miei amici Renga e Mannoia, anche loro commossi, mi guardavano incuriositi per capire come me la sarei cavata, ho puntato sulla mia verità e sul mio mestiere, iniziando a raccontare una storiella davanti a una marea umana che straripava da piazza San Pietro fino a tutta la via della Conciliazione. Ho tirato fuori e adattato una vecchia filastrocca folk romana, facendole fare un viaggio in tutti i dialetti italiani, dal Veneto alla Sicilia. A ogni dialetto una parte della piazza partiva con cori da stadio: “Olèèè”!».

E il Papa?

«Vedevo che il Santo Padre si divertiva e che i suoi occhi ridevano, così, improvvisando, ho concluso la canzoncina con l’accento argentino, imitando la sua voce. A quel punto lui è scoppiato a ridere, ma io non mi ero reso conto della situazione inusuale. Quando stavo per togliere il microfono, un assistente della Tv Vaticana mi fa: “Ma ti rendi conto di quello che hai combinato? Il Papa sorride a tutti, ma non ride!”. Invece ha riso come un qualsiasi spettatore a teatro. Sì, certo, ho avuto un po’ la faccia come il mattonato di San Pietro, ma ho ricevuto l’onore di vedere da vicino la normalità di questo uomo meraviglioso.

Il giorno dopo, il Vaticano ha messo nella home page del profilo Facebook la foto in cui papa Francesco ride a crepapelle e io ho ricevuto telefonate da tutto il mondo. È stata un’esperienza straordinaria, in tutti i sensi. Quando alla fine dell’udienza sono andato a salutarlo con mia moglie Benedetta, mi ha subito riconosciuto e mi ha sorriso facendomi i complimenti.

Ho avuto la sensazione di un retaggio anni Cinquanta, tornando con la mente ai tempi di papa Giovanni. Dopo aver chiesto, con mia moglie, la benedizione per i nostri due bambini, siamo tornati a casa, stando bene attenti a non toccare nulla con la mano che aveva stretto quella del Santo Padre. Appena rientrati, la prima cosa che abbiamo fatto è stato accarezzare i nostri due figli e ci è sembrato di aver portato la sua benedizione fin dentro la nostra abitazione. Si tratta della giornata più bella trascorsa insieme a mia moglie».

Su Internet c’è un video del suo show davanti al Pontefice. Lei ha una leggerezza in più rispetto al solito, una luce nuova…
“Perché è questo Papa che ha qualcosa in più: non è distante da noi. Non ho trovato una persona da temere, ma qualcuno che mi sembrava di conoscere e che mi aveva già spiegato la via, il modo di approcciarmi, non solo all’esibizione artistica, ma anche alla mia fede, al mio essere cristiano. Eravamo un gruppo di 350mila amici in piazza, con “uno” che conoscevo un po’ meglio e che mi ha regalato leggerezza, e che si chiama papa Francesco».

Lei è un cattolico fervente?
«Ho frequentato istituti di suore e sacerdoti durante la mia vita scolastica e ho avuto una formazione francescana. Per questo sento il Santo Padre così vicino.  Più dei dogmi, mi piace l’impostazione sociale che regala la fede. Del cristianesimo apprezzo l’approccio di solidarietà, l’occuparsi l’uno dell’altro. Il bene che si fa ritorna indietro. Se aiuto qualcuno non penso quanto possa star meglio quella persona, ma quanto mi faccia stare bene sapere che ho aiutato una persona. Forse sono un grande egoista! Ne aiuto di persone, ma non amo pubblicizzarlo. Non cerco la vanità nella fede e nei sentimenti e non amo parlare della mia intimità. Non poso mai con i miei figli e con la mia famiglia in casa o in luoghi di culto. Oggi lei mi intervista per un giornale che parla del Papa e di fede. Se non avessi incontrato Francesco non avrei mai risposto alle sue domande, perché ritengo che la fede sia un fatto intimo, una  sfera privata. E così deve restare. Non ho potuto però tenere segreto questo meraviglioso incontro con papa Francesco. Da cristiano m’inibisce parlarne; solo da artista posso dare spazio alla vanità».

Da dove viene la sua formazione religiosa?
«Da mia madre, mio baluardo in tutte le difficoltà della vita, che ha sempre cercato appoggio nella fede e mi ha trasmesso i suoi principi. Ricordo con piacere gli anni dell’adolescenza, quando facevo il catechismo e poi quando in seguito, a 14 anni, sono diventato io aiuto catechista. Inoltre, collaboravo con le iniziative della Comunità di Sant’Egidio e continuo a farlo a tutt’oggi, senza sbandierarlo ai quattro venti. Si tratta di una Comunità formata da persone di assoluto rigore, di grande esempio e insegnamento, che fa parte della mia famiglia; sono stato tra i suoi membri fino all’età di 19 anni, quando ho iniziato la mia carriera. Invito chiunque ad andare volontario per aiutarli nelle loro mense dei poveri, dove prima accoglievano emigranti, barboni e sbandati e dove oggi arrivano anche persone che hanno perso il lavoro. È triste quando vedi un ragazzo che è cresciuto con te e che mangia alla mensa della comunità».

La fede aiuta a vivere meglio giovani e anziani?
«Certamente. Ho vissuto una giornata stupenda con migliaia di ragazzi che, invece di stazionare davanti ai bar, vanno nelle case di riposo degli anziani che nessuno va a trovare. Suonano e cantano per loro, che sono enciclopedie viventi. Io ho avuto la fortuna di crescere con i miei nonni, che mi hanno insegnato tantissimo. Chi non li ha, vada ogni tanto in una casa di riposo a fare due chiacchiere con i vecchietti, che hanno tanto da dire e da dare. Qualche volta, invece di leggere un libro di storie facciamocele raccontare da chi le ha vissute!».

Frequenta la messa la domenica?
«Ho frequentato molto la Chiesa, ma per via dei miei impegni ora ci vado una domenica al mese. Presto però inizierà un percorso di riavvicinamento per i miei figli che stanno crescendo. Spero di essere un bravo genitore. Prima di andare a dormire, a casa mia non dimentichiamo di recitare la preghiera come ho sempre fatto in tutta la mia vita, specialmente nei momenti di difficoltà: l’Ave Maria. L’idea che la Madonna ci protegga mi piace. Non esiste preghiera più bella, forse perché siamo abituati a rivolgerci a nostra madre».

Cosa suggerisce ai giovani riguardo alla religione?
«La fede va conosciuta, non imposta. Va scoperta e fatta crescere dentro di sé. Voglio dire ai giovani di provare tutti i percorsi che intendono fare, ma devono ricordare che non c’è una via così diretta per raggiungere la consapevolezza, che dentro di noi esiste una forza e che probabilmente sopra di noi ce n’è un’altra. La fede deve diventare certezza. Auguro ai ragazzi di vivere nel rispetto degli altri e della propria vita. Il dono della vita non è banale, anche se in giovane età è difficile crederlo. L’esempio di papa Francesco sarà di aiuto per la riflessione».

Il Papa è amante del calcio, crede che seguirà la sua trasmissione sui Mondiali Maxinho do Brasil, su Rai Sport 1?
«Lo spero. Francesco è il Papa più telefonante di tutta la storia del Vaticano. Secondo me chiama tutti perché ha fatto l’abbonamento di chiamate illimitate verso tutti... Allora gli lancio un appello: Santità, visto che chiama tante persone, mi chiami nel mio programma Maxinho do Brasil prima di vedersi la partita. Altrimenti, io faccio un abbonamento in più: quello che se mi chiama mi “ricarica”!».

di Lucia Di Spirito

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