Quel monumento voluto dal Santo Padre alla messa per i migranti

2 Ottobre 2019 News

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Credit Osservatore Romano

Dalla scorsa domenica in piazza San Pietro abbiamo una scultura in più da ammirare e, soprattutto, su cui riflettere. Niente a che fare con il marmo bianco cui siamo abituati: “Angels Unawares” (cioè Angeli Inconsapevoli, questo il titolo dell’opera) è stata realizzata dall’artista canadese Timothy Schmalz in bronzo e argilla. A spiegare il soggetto della scultura è stato papa Francesco che l’ha voluta e l’ha inaugurata dopo la celebrazione della Messa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: «Tale scultura, in bronzo e argilla, raffigura un gruppo di migranti di varie culture e diversi periodi storici. Ho voluto quest’opera artistica qui in piazza San Pietro affinché ricordi a tutti la sfida evangelica dell’accoglienza».

Di questa sfida Bergoglio aveva parlato poco prima nell’omelia della Messa celebrata sul sagrato della Basilica Vaticana alla presenza di quarantamila persone sotto un sole estivo. Una Messa animata dai canti di un coro speciale: ventisette componenti (tra soprani, contralti e tenori) provenienti da diversi Paesi del mondo che indossavano maglie con su stampato il motto della Giornata, “Non si tratta solo di migranti” e dei cinque colori diversi (blu, verde, rosso, giallo e bianco) del rosario missionario che rappresentano i cinque continenti.

L’omelia di Francesco ha preso le mosse dal Salmo Responsoriale del giorno che ci ha raccomandato di avere una cura particolare per le persone più vulnerabili: «I forestieri, le vedove e gli orfani sono i senza diritti, gli esclusi, gli emarginati per i quali il Signore ha una particolare sollecitudine. Questa preoccupazione amorosa verso i meno privilegiati è presentata come un tratto distintivo del Dio d’Israele ed è anche richiesta, come un dovere morale, a tutti coloro che vogliono appartenere al suo popolo».

Dunque, anche a noi, come ha spiegato Francesco. E non solo verso i migranti: «Nel Messaggio per questa 105° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato si ripete come un ritornello il tema: “Non si tratta solo di migranti”. Ed è vero: non si tratta solo di forestieri, si tratta di tutti gli abitanti delle periferie esistenziali che, assieme ai migranti e ai rifugiati, sono vittime della cultura dello scarto. Il Signore ci chiede di mettere in pratica la carità nei loro confronti; di restaurare la loro umanità, assieme alla nostra, senza escludere nessuno, senza lasciar fuori nessuno».

Assistere però, ha puntualizzato Francesco, non è sufficiente. È necessario chiedersi come sia possibile che molte, troppe persone vengano scartate dalla società: «Il Signore ci chiede di riflettere sulle ingiustizie che generano esclusione, in particolare sui privilegi di pochi che, per essere conservati, vanno a scapito di molti» ha ammonito il Pontefice, citando il Messaggio per la 105° Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato: «I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili, ai quali si impedisce di sedersi a tavola e si lasciano le “briciole” del banchetto».

Concludendo l’omelia, Francesco ha indicato la via da seguire se vogliamo dirci  davvero cristiani: «Se vogliamo essere uomini e donne di Dio, come chiede San Paolo a Timoteo, dobbiamo conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento. E il comandamento è amare Dio e amare il prossimo. Non si possono separare! E amare il prossimo come se stessi vuol dire anche impegnarsi seriamente per costruire un mondo più giusto, dove tutti abbiano accesso ai beni della terra, dove tutti abbiano la possibilità di realizzarsi come persone e come famiglie, dove a tutti siano garantiti i diritti fondamentali e la dignità». Non solo: «Amare il prossimo significa sentire compassione per la sofferenza dei fratelli e delle sorelle, avvicinarsi, toccare le loro piaghe, condividere le loro storie, per manifestare concretamente la tenerezza di Dio nei loro confronti. Significa farsi prossimo di tutti i viandanti malmenati e abbandonati sulle strade del mondo per lenire le loro ferite e portarli al più vicino luogo di accoglienza, dove si possa provvedere ai loro bisogni».

di Tiziana Lupi

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