Peter Tabichi: “Una benedizione incontrare il Pontefice”

15 Gennaio 2020 Parole e pensieri

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Credit Osservatore Romano

Pax et bonum (Pace e bene) è il messaggio impresso sulla sua cassetta delle lettere. Peter Tabichi, un frate francescano del Kenya che insegna in una scuola media, ogni giorno percorre molti chilometri in moto per raggiungere la sua scuola. Il suo sforzo e la sua dedizione gli hanno consentito di vincere l’ultima edizione del Global Teacher Prize, nel marzo scorso: è l’“Insegnante più bravo del mondo” del 2019. Non poteva non essere ricevuto da un altro buon maestro, papa Francesco, e ci ha raccontato l’esperienza  in una breve chiacchierata.

«È stato un grande onore conoscere Sua Santità. Come francescano che insegna in una scuola remota nella zona rurale del Kenya, lui è stato una grande ispirazione per me e mi animerà a fare tutto il possibile per aiutare a cambiare la vita degli studenti e delle famiglie più povere della mia comunità».

Ci racconti qualcosa di sé e della sua vita.

«Insegno matematica e fisica nella scuola “Keriko Mixed day” e la maggior parte degli studenti proviene da famiglie povere. La comunità della valle del Rift convive con la fame e la siccità ogni giorno: il 95% dei miei alunni vive in condizioni misere e quasi un terzo sono orfani o hanno solo un genitore. Il consumo di droghe, le gravidanze in adolescenza, l’abbandono della scuola e i suicidi sono problematiche che mi hanno portato a dedicarmi ai più vulnerabili».

Come si diventa buoni maestri?

«Tutto sta a far crescere l’autostima degli studenti. Per questo abbiamo creato delle strategie che permettano ai più piccoli di vedere quello che fanno bene, che sia disegnando o cantando, aiutandoli così a crescere in confidenza e creatività. È importante insegnare attraverso il gioco, puntando sul talento e promuovendo la pace. Per essere un buon insegnante devi essere creativo, abbracciare la tecnologia, promuovere forme moderne d’insegnamento… dobbiamo fare di più e parlare di meno».

E com’è il rapporto con loro?

«Sono orgoglioso, anche se ci mancano gli strumenti che la maggior parte delle scuole ha. Come maestro cerco di offrire un impatto positivo. Insegnando scienze i ragazzi si divertono, si scoprono  innovatori. Abbiamo partecipato alla settimana della scienza e vinto con un progetto sulla produzione di elettricità dalle piante».

Quando ha deciso di diventare insegnante?

«Mio padre era maestro, mio zio e i miei cugini anche, ammiro quello che hanno fatto per la gente e ho pensato che anche io avrei potuto fare la differenza, dare un contributo. E ho scelto la vita religiosa perché volevo dedicarmi agli altri».

Lei dona l’80% dello stipendio a progetti per la comunità.

«Prima di entrare in questa scuola, insegnavo in un collegio privato. Ma poi ho sentito che le comunità nei dintorni avevano bisogno. Mi sono detto: “Vado a portare qualche sorriso nel resto delle comunità”. I miei studenti affrontano molte sfide, vengono da famiglie molto povere: faticano persino a fare la prima colazione e quando sono a scuola non si concentrano perché non hanno mangiato a sufficienza».

Ed è impegnato nel sociale.

«Nel tempo libero faccio ripetizioni ai ragazzi meno portati. Poi cerco di trasmettere qualche buon metodo di coltivazione alle famiglie affinché possano sopravvivere durante i periodi di siccità. Bisogna insegnare a migliorare l’alimentazione e prendersi cura dei membri della comunità per affrontare i periodi più duri. Poi cerco di fare qualcosa per riunire questa gente. Nel 2007 la rivalità fra etnie è culminata in un massacro. Così per riavvicinare le 7 tribù che convivono, abbiamo iniziato le “lezioni” di pace. Gli alunni  discutono, piantano alberi insieme, fanno sport, giocano: tutto questo li ha uniti».

Che ci dice del suo viaggio a Roma?

«Il mio desiderio più grande era incontrare il Papa e poter pregare sulla tomba di San Pietro. Poi, camminando mi sono chiesto perché i muri di cinta sono così alti, da cosa si divevano difendere…?».

Cosa l’ha colpita del Papa?

«Prima di partire, mio padre mi ha chiesto di portare dell’acqua santa e un Rosario benedetto dal Papa. Non sono riuscito a trovare una bottiglietta e alla fine, grazie a un amico del Papa, me ne è stata consegnata una con dell’acqua del Giordano e un Rosario benedetto da lui. È un uomo semplice, vicino, sorridente, che ha molto tempo per gli altri. Non solo ispira me, ma vedo che ha l’ammirazione del popolo! È stata una benedizione poterlo incontrare. Abbiamo parlato dell’importanza dell’educazione dei bambini e del grande lavoro che fanno i maestri: “I maestri sono le radici che ci aiutano a dare fiori e frutti!” mi ha detto papa Francesco».

di Adriano Alimonti

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