Parla Tito Garabal, l’amico argentino del Papa

2 Giugno 2017 Gente di Francesco

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23 Papa GarabalPer anni Tito Garabal ha lavorato al servizio della Chiesa, al fianco di monsignor Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, e Francesco preghiamo per te è il titolo del libro che ha pubblicato nella sua Argentina dov’è un giornalista molto popolare.

Garabal è il creatore e conduttore di “Claves para un Mundo Mejor” (“strumenti per un mondo migliore” in spagnolo), un telegiornale del canale  El Nueve di Buenos Aires. Si occupa di buone notizie, iniziative di solidarietà e attività ecclesiale. Garabal a Il mio Papa racconta: «Conobbi monsignor Bergoglio quando fu ordinato vescovo ausiliare di Buenos Aires, nel 1992. Arcivescovo di allora era il cardinale Antonio Quarracino che gli affidò il compito della pastorale nella zona di Flores e proprio lì facemmo la prima intervista per il mio programma televisivo».

L’inizio di una collaborazione?

«Ci vedevamo ogni settimana quando andavo a registrare gli interventi del cardinale per il programma. Con Bergoglio  parlavamo di calcio, di cose della Chiesa e della nostra comunità… Anni dopo, quando ebbe l’incarico nella Conferenza Episcopale Argentina (fu presidente dal 2005 al 2011, ndr) non mi ha fatto mai mancare affetto e consigli. Io dico sempre che non ho avuto l’onore di essere suo amico, però che per molti anni abbiamo lavorato insieme».

Anche dopo la sua nomina ad arcivescovo di Buenos Aires.

«Dopo la morte di Quarracino nel 1998 gli dissi che sarebbe stata utile la sua presenza nel programma come nuovo pastore. Con la sua enorme semplicità mi rispose: “No, non ho il carisma per la televisione”».

Le cose però cambiarono…

«Sì, perché mi chiese di intervenire con trasmissioni in specifiche occasioni: una messa per l’educazione, la predicazione ai giovani pellegrini a Lujàn, il messaggio alla comunità dei fedeli argentini per il Te Deum del 25 maggio, giorno della nostra festa nazionale, il messaggio ai lavoratori per il 1° maggio e quello per i poveri nel giorno di san Gaetano, il 7 agosto. Ha sempre lavorato con estrema precisione».

Insomma, una presenza che si è fatta sentire. 

«Sì, e rivedendo il mio materiale di allora scopro il Papa di oggi. Nel suo primo incontro con i catechisti di Buenos Aires disse che dovevano uscire dalle parrocchie. Una volta io, lui e mia figlia Maria Paz discutevamo sul telegiornale. Ricordo i suoi consigli, e ricordo la sua richiesta: “Non smettere, il programma serve a molta gente”. Lui lo aveva dichiarato di “interesse dell’arcivescovado di Buenos Aires”. Con lui come ho detto si parlava di calcio, era ed è appassionato del San Lorenzo (che tifa fin da quando era bambino; ndr)».

Un buon pastore e tifoso.

«Quando l’ho visto per la prima volta da Papa, nel novembre 2013, lo avvicinai dopo la messa in Santa Marta, mi guardò ridendo e disse: “Tu qui? Andiamo a parlare di pallone!”. Io tifo per l’Independiente che quell’anno era retrocessa nella seconda divisione argentina. Poi abbiamo discusso di vari temi e come sempre ha mostrato il suo grande affetto. Aveva anche un sorriso speciale, che non ricordavo avesse a Buenos Aires».

Siamo abituati al suo sorriso.

«In quell’incontro gli dissi: “Sono felice di vederti tanto allegro”. E lui “Questo è lo Spirito Santo! Non sapevo di saper ridere così tanto”. Ha sempre avuto uno spiccato senso dell’umorismo, ma era raro vederlo ridere».

Lo ha rivisto a Roma?

«Si. Lo stavo intervistando e, dopo avermi dato la benedizione, nel bel mezzo mi chiese: “Come stanno i bambini? Si comportano bene?”. Provo sempre emozione nel vedere questo pastore, con cui ho camminato per anni, che ora illumina il mondo con messaggi chiari come faceva con noi in Argentina».

di Adriano Alimonti

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