Parla padre Nardin: “ho studiato al collegio dove era rettore Bergoglio”

29 marzo 2018 News, Parole e pensieri

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14 ArgentinaAcirca un’ora di auto dal centro Buenos Aires si trova San Miguel, cittadina ai margini della grande area della capitale argentina. San Miguel è famosa anche perché qui si trova il Collegio Massimo di San Giuseppe, il collegio dei gesuiti, un edificio dagli ambienti austeri che trasmette una grande spiritualità. È un luogo molto familiare per papa Francesco: ha vissuto, studiato e lavorato qui per molti anni e noi vi abbiamo trovato vari segni della sua presenza. A partire da una statua di san Giuseppe dormiente realizzata da un gesuita vissuto qui molti anni fa e identica a quella che si trova oggi nella stanza del Papa a Casa Santa Marta. 

Al Collegio molto è cambiato dalla partenza di monsignor Bergoglio. Noi siamo riusciti a raccogliere una testimonianza unica, quella di un padre gesuita che visse qui con lui. 

Padre Leonardo Nardin, ci racconti di quegli anni trascorsi con il futuro Papa…

«Entrai nel noviziato nel 1981. Bergoglio era rettore del Collegio Massimo, all’epoca il noviziato dei gesuiti. L’ho conosciuto in quel momento e l’ho frequentato per quattro anni. Poi l’ho incontrato di nuovo, tempo dopo, nel Collegio del Salvatore a Buenos Aires, dove ero stato trasferito a insegnare e quindi passai altri tre anni con lui e la nostra amicizia si è consolidata».

Com’era la vita con Bergoglio nel collegio?

«Quando prendevamo i voti passavamo da lui, che dedicava una chiacchierata personale a ognuno di noi. Bene, quando arrivò il mio turno e io gli raccontai i problemi che dovevo affrontare, lui vedendo le mie fragilità mi guardò e senza esitazione mi disse: “Bene, tu sarai seguito da me! ”. Cosi ho ricevuto il regalo di avere la direzione spirituale di Bergoglio durante gli anni del suo rettorato».

Era severo? 

«Era esigente, ma con moltissimi gesti di umanità. Era sempre vicino alle persone, sensibile ai sentimenti della gente che lo circondava. Quando chiamava per parlare ci attendeva nel suo studio; una volta, siccome non stava tanto bene ed era costretto a letto, mi ha ricevuto dicendo: “Quando sono malato sono più lucido”. La sua porta era sempre aperta. Poi, quando voleva parlarti ti portava a camminare, ma prima passava dalla lavanderia: toglieva lui la roba pulita dalla lavatrice, poi metteva dentro quella sporca e andavamo fuori a stendere. Era sempre molto attento a quello che gli veniva detto, anche se in quel momento era impegnato in qualcos’altro».

Non mancavano i lavori umili, quindi…

«Beh, spesso andavamo nel campo dove avevamo gli animali: io mi ricordo monsignor Bergoglio che di passaggio dalla cucina cercava nella spazzatura qualche boccone speciale per il maialino!».

E lei che cosa faceva di “pratico” nel Collegio?

«Io ho passato molto tempo nelle cucine. Durante la settimana, comunque, tutti lavoravamo fino alle 12, poi preparavamo il pranzo e dopo andavamo nei quartieri vicini ad aiutare i poveri». 

Non vivevate chiusi nel collegio, quindi.

«No! Molte volte arrivavamo tardi la sera e così ci fermavamo a cucinare per il giorno dopo. La domenica riscaldavamo il cibo preparato il sabato sera. Era una vita molto austera: spesso finivamo di lavorare a mezzanotte o più tardi». 

E Bergoglio cucinava con voi a quell’ora?

«No, veniva perché sapeva che stavamo lavorando anche se era tardi. Condivideva le nostre emozioni e spesso stappava una birra con noi. Lui è sempre stato com’è oggi. C’è gente che pensa che certi gesti li studi a tavolino per “comunicare meglio”, ma non è così: si è comportato così tutta la vita!». 

Dedicandosi sempre agli altri…

«In un’epoca di grande crisi per l’Argentina ci disse: “A pochi metri da qui ci sono molte famiglie che non cenano, mentre la gente butta i soldi per sigarette o cose del genere. Io vi propongo di destinare i soldi che spendiamo per questi piccoli vizi a qualche famiglia perché possa cenare”…». 

Davate da mangiare a molti poveri?

«Come sant’Ignazio si occupava di 400 poveri che andavano da lui alla chiesa del Gesù a Roma, anche nel Collegio Massimo avevamo una processione di poveri che venivano a cercare da mangiare. Bergoglio fece costruire una mensa nella parrocchia e fu sempre preoccupato per la gente. Ha sempre avuto una predilezione per i più fragili, come accadde a me nel noviziato, ma anche per i più poveri e i più bisognosi». 

Ci racconti un altro aneddoto…

«Mi raccontò che una volta venne in portineria una signora che si chiamava Marta. Gli disse che era freddo, che iniziava l’inverno e che non aveva di che coprire i suoi figli… La donna era affranta… Così lui andò a prendere la sua coperta e gliela diede. E ancora: lui continua puntualmente a chiamare me e altri amici per gli auguri di compleanno. La prima volta che mi telefonò, io gli dissi subito “Sto bene, grazie mille”, come per interrompere la conversazione e dargli la possibilità di tornare ai suoi impegni… Ma lui continuava a parlare tranquillamente: ecco, ha questa caratteristica di saper ascoltare e ha una memoria enorme. Qualche volta non mi trova e allora lascia un messaggio, ma poi continua a richiamare finché non rispondo, e mi parla sempre con un grande buonumore».

È stato a trovarlo a Roma in udienza pubblica o privata?

«Privatamente. Non volevo andare, mi sembrava assurdo chiedere che dedicasse a me quei dieci, quindici minuti: chi sono io!? Poi abbiamo parlato per 50 minuti… Ero talmente emozionato che non ho neppure pensato di farmi una foto con lui».

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