Parla la vaticanista Valentina Alazraki: “I miei 150 viaggi al seguito dei Pontefici”

18 Ottobre 2019 Parole e pensieri

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Credit Osservatore Romano

Possiamo dire senza esagerare che è famosa anche in Italia, Valentina Alazraki, la giornalista messicana (è corrispondente della tv Televisa) decana dei vaticanisti autrice di una lunga intervista a papa Francesco, nel maggio scorso. Nel suo curriculum ci sono più di 150 viaggi internazionali al seguito di ben tre Papi: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Non c’è l’ultimo, quello in Madagascar, Mozambico e Mauritius perché non è potuta partire. Bergoglio, che in due diverse occasioni le ha fatto trovare una torta a bordo dell’aereo papale (una, per il suo sessantesimo compleanno, durante il viaggio nelle Filippine e un’altra, sempre in volo, per festeggiare il suo 150° viaggio papale), non solo si è accorto della sua assenza ma ha anche parlato di lei. O, meglio, del suo ultimo libro Grecia e le altre. Donne di speranza contro la violenza, scritto con don Luigi Ginami, sacerdote bergamasco presidente della Fondazione Santina Onlus che cura progetti di adozione a distanza in ogni parte del mondo: «Un gioiello per far capire il dolore e lo sfruttamento delle donne al giorno d’oggi» lo ha definito Bergoglio. 

Valentina, un bel riconoscimento per il tuo lavoro. Te lo aspettavi?

«Innanzitutto tengo a precisare che l’idea e il merito del libro sono di monsignor Ginami, un sacerdote che gira il mondo per avvicinarsi ai più poveri e alle vittime di violenza: donne maltrattate o affette da Hiv, donne cui hanno ucciso i figli o che hanno subito mutilazioni genitali. Ogni volta che torna da un Paese, scrive un libretto con le storie che lo hanno colpito maggiormente tra quelle che ha visto. Due anni fa me ne ha fatto leggere uno. Si intitolava Juana e leggerlo è stato come ricevere un pugno nello stomaco. Durante il volo di andata del viaggio apostolico in Perù, ho regalato una copia di Juana a papa Francesco e qualche giorno dopo ho sentito che lui ne parlava con i vescovi all’Arcivescovado. Ha colpito anche lui».

E del tuo libro Grecia e le altre ha parlato tornando dall’Africa, quando tu non c’eri.

«Quando sono andata a intervistarlo in primavera, gli ho portato la camicetta di Rocio, una donna messicana di cui non avevamo parlato nel libro Juana. Ho raccontato al Papa la sua storia: Rocio è stata torturata e uccisa davanti a suo figlio. Quando l’ha ascoltata, lui ha fatto una smorfia di sofferenza. Poi ha concluso l’intervista parlando di lei. A quel punto ho pensato di inserire nel libro, che in realtà era già finito, la storia di Rocio e ho chiesto a papa Francesco di poter inserire nel testo anche le sue parole. Per questo sul retro della copertina c’è la foto della camicetta di Rocio: lui ha detto che è la bandiera della sofferenza di tante donne che danno vita e danno la vita».

Torniamo al tuo lavoro quotidiano: sei corrispondente per Televisa dal 1978.

«Ho iniziato nella fase finale del pontificato di Paolo VI ma il rapporto vero e proprio con la comunicazione vaticana è cominciata con i due conclavi che hanno eletto Giovanni Paolo I e, poco più di un mese dopo, Giovanni Paolo II».

Con Giovanni Paolo II hai partecipato al primo dei tuoi oltre 150 viaggi apostolici.

«Sì, quando venne in Messico, il mio Paese. Si era capito subito che il suo sarebbe stato un pontificato diverso dal passato».

In che senso?

«Ciascun Pontefice porta al Papato la sua provenienza geografica e le sue esperienze. Giovanni Paolo II aveva vissuto la dittatura, aveva fatto l’attore, era uno sportivo, era cresciuto con ragazzi e ragazze e, perciò, aveva un rapporto sereno con le donne. E “bucava lo schermo” (espressione tecnica che significa che sapeva attirare l’attenzione quando appariva davanti a una telecamera, ndr)».

E Benedetto XVI?

«È arrivato da un’esperienza pastorale completamente diversa, aveva alle spalle decenni di studio come teologo. Era un Papa decisamente differente dal predecessore. La prima volta che l’ho visto prendere in braccio un bambino a piazza San Pietro ho pensato che fosse la prima volta che lo faceva nella vita».

Poi è arrivato Bergoglio.

«Sono stata avvantaggiata perché entrambi parliamo spagnolo. È sempre stato molto carino con me, fin dal suo primo viaggio in Brasile quando, in qualità di decana dei vaticanisti, è toccato a me dargli il benvenuto sull’aereo. Ero l’unica giornalista in attivo dal primo viaggio di Giovanni Paolo II. Poi sono venute la prima intervista, le torte, l’intervista del maggio scorso».

Cosa pensi di lui?

«Non è una persona facile da decifrare. Ancora oggi, dopo sei anni, non mi sento capace di rispondere a questa domanda. Sicuramente è diverso da come lo dipingono tanti cliché. Ed è stato una boccata d’aria fresca per lo stile e per i simboli che ha scelto. La gente lo sente vicino».

Se ogni pontefice porta nel Papato il suo vissuto Francesco cosa ha portato?

«Esperienze forti: le periferie, i mezzi pubblici, le carceri, il rapporto con i giovani. Ci siamo presto resi conto che è una persona che polarizza: ha posizioni e idee chiare e non sempre sono condivise da tutti».

di Tiziana Lupi

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