Parla il nuovo cardinale Zuppi: “La nomina? Una grande responsabilità”

9 Ottobre 2019 Parole e pensieri

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Credit Osservatore Romano

Tra i 13 nuovi cardinali creati dal Papa c’è anche Matteo Maria Zuppi, il più giovane, l’unico tra gli arcivescovi residenziali in Italia ad aver ricevuto la berretta rossa in questo concistoro. Classe 1955, “romano di Roma”, di cui è stato anche vescovo ausiliare per l’area centro, don Matteo, perché porpora o meno lui vuole essere chiamato così, è oggi arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna, oltre che storico assistente della Comunità di Sant’Egidio, titolo che Francesco gli ha confermato nella celebrazione di sabato scorso.

Un pastore credibile, dal sorriso buono come i suoi gesti e con uno spiccato senso dell’umorismo che lo accomuna ancora di più a Bergoglio. Prete di strada, cardinale dei poveri certo, ma anche uomo di vasta cultura e relazioni dal respiro internazionale, che ha avuto il merito di creare ponti con i lontani, gli atei e i conservatori incalliti, che va in giro in bicicletta, ruminando la Parola in ogni dove. Rivoluzionario sì, ma solo se si tratta del Vangelo della prossimità e della tenerezza.

Che cosa si porterà dentro di questa giornata?

«Tanta grazia, tanta gioia condivisa, una valanga di affetto, di commozione. E questo mi rende felice. Vedere la gioia dipinta sui volti degli amici, di tanti “pezzi” della mia vita e della mia storia che erano lì in San Pietro, mi ha riempito di gratitudine verso Dio e verso il Papa ovviamente, per la stima e la fiducia che mi ha accordato».

La scelta del Papa di crearla cardinale è un segnale e un forte riconoscimento per Bologna, per Sant’Egidio per la sua attività pastorale e anche per quelle periferie verso le quali è sempre proteso.

«Sì un grande riconoscimento, ma anche una grande responsabilità, tutto fuorché una “promozione”! La nobiltà nella Chiesa funziona al contrario, più si è in alto nella gerarchia ecclesiale, più bisogna essere servo dell’altro perché nell’ottica di Dio, che papa Francesco ci aiuta a riscoprire ogni giorno, sono gli ultimi che saranno i primi. Tra l’altro il Vangelo del 1° settembre, cioè il giorno in cui il Santo Padre ha annunciato il concistoro, narrava proprio dell’importanza di non occupare i primi posti…».

Possiamo dire che questa porpora è per gli ultimi?

«Senza i poveri io non sarei nemmeno prete! Sono loro che mi hanno messo su questa strada. Loro sono la strada che più direttamente conduce a Dio. Ognuno ha la sua storia, la sua chiamata e questa è la mia».

Al di là dell’ufficialità che rapporto ha con il Papa?

«Ci siamo visti diverse volte, è venuto anche a Bologna, al telefono ci sentiamo, ma poco. Mi chiamò per comunicarmi la sua intenzione di nominarmi come arcivescovo di Bologna, questa volta non l’ha fatto ma avrà avuto i suoi buoni motivi! È un rapporto di confidenza, di comunione di intenti, di sintonia profonda, come deve essere sempre all’interno della Chiesa, e io percepisco anche da parte sua un grande senso di paternità».

Da 1° settembre le è cambiata la vita. Come si è preparato a ricevere la berretta rossa?

«Quel giorno ero a Lourdes con 800 persone e sono stato preso alla sprovvista. Il telefono non ha mai smesso di suonare, ho ricevuto moltissimi messaggi di auguri, poi ci si sono messi anche i giornalisti! Gli impegni sono sempre tantissimi, con la diocesi, i vescovi, Sant’Egidio, le riunioni… Però ho vissuto questo mese prima del concistoro con la preghiera e la motivazione di una grande crescita spirituale, perché liberi da qualunque idea di ruolo o di carriera, c’è la vocazione a cui devo rispondere e che mi chiama ad un maggiore servizio, a un amore ancora più forte per la Chiesa, che poi è la vocazione dei martiri. Il cardinale veste di rosso perché deve testimoniare fino al sangue…».

E fino al sangue è richiesta obbedienza al Papa. Cosa direbbe invece a chi lo critica?

«Il Papa si aiuta, si serve, e servire vuol dire obbedire. Non puoi essere nella Chiesa e criticare Pietro o interpretare le sue parole! Tutto ciò che divide è frutto del maligno e chi chiacchiera, chi mormora, chi parla male, come dice il Papa, è un terrorista che mira a distruggere la comunione del corpo».

L’hanno definita prete di strada, uomo di Bergoglio, innovatore, uomo di dialogo, ora il cardinale delle periferie… Ma lei come si sente?

(Sorride) «Le definizioni per me rischiano di essere delle etichette esteriori ma capisco che possano essere utili al colore giornalistico. Non conosco un prete che non sia di strada, un vescovo che non sia in mezzo alla sua gente, un uomo di Chiesa a cui non stiano a cuore il dialogo e pace. Io mi sento “don Matteo” e spero di essere un buon operaio chiamato, solo per grazia e non merito, alla messe del Signore.

di Cecilia Seppia

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