Il Papa in visita a Pietralata e al campo profughi

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(credits: Getty Images)

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Puntuale, la Ford Focus di papa Francesco arriva alle 16 nel piazzale della chiesa di San Michele Arcangelo nel quartiere romano di Pietralata. È una chiesa abbracciata da palazzoni dove abitano 8mila famiglie, circondata da un giardino «appositamente pulito per la visita!», dice al Papa il parroco don Aristide, che poi sussurra: «Le farei vedere com’è di solito…».

Questa è una periferia che in passato ha ospitato le persone cacciate dal centro cittadino e dove ancora è facile vedere alloggi di fortuna. «Ma io che abito qui da 45 anni», dice Marisa, che oggi si occupa del “servizio d’ordine”, «questo posto l’ho visto crescere e adesso è meglio di tanti anni fa…/em>». Francesco entra in parrocchia e saluta con una battuta i «fratelli carcerati», cioè i tanti che lo fotografano da dietro le finestre e la cancellata.

Il Papa è sorridente, felice: col senno di poi, possiamo dire che molto probabilmente è per la visita “fuori programma” voluta prima di giungere a Pietralata e di cui ancora quasi nessuno sa nulla. Agli ammalati che l’aspettano nel salone parrocchiale dice che «è necessario avere fiducia» soprattutto nei momenti bui, dove però c’è sempre il «Dio che ci ama tanto» e che non delude mai. Due piani sopra, incontra i senza fissa dimora assistiti dalla Comunità di Sant’Egidio ed è uno dei momenti più toccanti della giornata.

«Grazie per non avere spento la speranza», dice loro commosso. «Grazie per la croce che portate. Tante volte il fatto che la gente non sa il vostro nome e vi chiama i “senzatetto” è la vostra croce. Ma c’è qualcosa nel cuore di tutti voi, di questo vi prego di essere sicuri: c’è lo Spirito Santo», che soffia anche quando il fuoco sembra spento. «Vi sono vicino con la mia povertà di persona», è il saluto del Papa.

Un pontefice che dialoga con i piccoli
Francesco cambia stanza e cambia il clima. Ecco i genitori dei bambini battezzati nell’ultimo anno. I piccoli fanno rumore, ma questa è la musica che piace a Francesco, che invita a educarli alla fede, «a farsi il segno della croce». Più in là lo attendono i bimbi più grandi. Aurora gli chiede se, in questo mondo
afflitto dalla guerra, la può prendere per mano e portarla a Gesù… Un bambino che non si presenta dice se è possibile sentire lo Spirito Santo… Il Papa è stupito dalla profondità di queste domande, ma risponde.

Guerra è la prima parola che sviscera: ai piccoli insegna che è il diavolo il principe della divisione, dell’invidia, dell’odio. «Se voi avete invidie, questo è l’inizio di una guerra», dice, «perché per invidia tu cerchi qualcosa che non è tuo. Il diavolo ti spinge». E invece è possibile sentire cose belle proprio grazie allo Spirito Santo. «Io non sento la colomba che viene», spiega ridendo, ma «se ho voglia di fare il bene, di volere la pace, chi fa questo? Lo Spirito Santo in noi».

Ai ragazzi Francesco parla anche dell’importanza della messa, fingendo di sgridare un credente pigro: «Ricevere Gesù ci dà forza. “Ma io non vado a messa, perché sono stanco”… Sei uno scemo, perché sei tu che perdi: se vai a messa ricevi Gesù e ti senti più forte per lottare nella vita». Dopo aver indossato il fazzolettone scout, Francesco fa una riflessione su matrimonio e sacerdozio. In entrambi i casi, spiega, ci sono rinunce da fare, spesso c’è la solitudine, il timore di aver sbagliato, ma «se senti quella chiamata di Gesù che ti dice di star tranquillo e non scoraggiarti, allora quello è il segno».

Leggere il Vangelo un consiglio d’oro
Alle 18, il Papa celebra la messa. Nell’omelia rinnova il suo classico invito a leggere ogni giorno un brano del Vangelo, per sentire la vicinanza di Gesù: «Tutti abbiamo ferite, ferite spirituali, inimicizie, gelosie, fratelli che non si parlano in famiglia»… Eppure pregando Gesù si guarisce: «Lascia che Gesù predichi a te e lascia che ti guarisca. Così puoi anche aiutare a guarire tante ferite che ci sono». Così, con una goccia di speranza, Francesco saluta Pietralata.

ansaPrima Francesco visita a sorpresa gli “ultimi” della baraccopoli
Don Aristide è pregato di trovarsi davanti alla Chiesa”… L’annuncio dagli altoparlanti della parrocchia di San Michele Arcangelo spezza l’attesa per l’arrivo del Papa, ma fa nascere un dubbio: dov’è il parroco che dovrebbe essere in prima fila ad accogliere il Papa?

Nessuno lo sa ancora, ma don Aristide è già con Francesco. Anzi, è con quel Bergoglio che a Buenos Aires era di casa nelle baraccopoli della capitale per portare l’abbraccio della Chiesa. Il Papa e il parroco sono a 300 metri dalla chiesa di Pietralata dove attendono migliaia di fedeli. Sono al Campo Arcobaleno, nel vicino quartiere di Ponte Mammolo.

L’ingresso del Campo è un “muro” di lamiere, coperto da teloni verdi che impediscono di vedere dentro; ci sono dei vasi, ma non ci sono fiori… Eppure questo “arredamento” è il segno di una normalità che chi vive qui (profughi eritrei e ucraini, una comunità ispanoamericana…) cerca di ricreare. Il Papa entra e vede due bimbi che giocano con un piccolo trattore. Uno lo indica e grida alla mamma: «Vieni, c’è un signore vestito di bianco!». La prima ad arrivare è una ragazza che si rivolge a Francesco in spagnolo. Lo saluta, è felice. «El Papa! El Papa!», si inizia a gridare.

Adesso arrivano in tanti e, a poco a poco, il bianco del vestito del Santo Padre scompare tra le braccia tese di uomini e donne commossi. Tanti lo fotografano e lo riprendono con il telefonino, ma praticamente tutti sentono di doverlo ringraziare per essere lì tra i “dimenticati”, in quella vera periferia che lui, fin dall’inizio del suo magistero, ha invitato a visitare e ad abbracciare. Si recita il “Padre nostro” in spagnolo. Francesco prega, ha gli occhi chiusi, circondato di donne con le mani giunte. Poi vengono le benedizioni per i bambini. Un ultimo sorriso e poi Francesco va verso San Michele Arcangelo: a Campo Arcobaleno restano gioia e commozione.   

 

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