Cristiani perseguitati: nuovo appello del Papa

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La pioggia ha convinto gli addetti a montare il tetto della papamobile (credits: Getty Images)

La pioggia ha convinto gli addetti a montare il tetto della papamobile (credits: Getty Images)

Questa è l’udienza delle carezze date da Francesco ai 200 malati protetti dalla pioggia nell’Aula Paolo VI; del grido a una mobilitazione generale per i cristiani perseguitati e del richiamo a vescovi, diaconi e presbiteri a non essere autoritari né a sentirsi re. Prima del giro in jeep sotto un cielo plumbeo, il Papa sceglie di salutare personalmente i tanti bambini malati che lo attendono nell’Aula Paolo VI, un incontro commovente sul quale torna alla fine dell’udienza generale quando ai fedeli in piazza San Pietro chiede un applauso per chi segue dal maxischermo.

Essere pastore è un dono
Nella catechesi, dedicata al ministero dei pastori, ricorda «che Gesù si rende presente e continua a servire la Chiesa, alimentando in essa la fede, la speranza e la testimonianza della carità». Chiama i pastori «un dono grande del Signore », perché sono presenza viva del suo amore e, allo stesso tempo, ricorda «le prerogative» che li rendono degni del compito ricevuto. Snocciola, citando San Paolo, «la grammatica di base», «l’alfabeto » delle qualità «squisitamente umane» come «l’accoglienza, la sobrietà, la pazienza, la mitezza, l’affidabilità, la bontà di cuore»sostenendo che senza la predisposizione a incontrare i fratelli «non è possibile offrire un servizio e una testimonianza davvero gioiosa e credibile».

Papa Francesco ricorda però che bisogna sempre ravvivare il dono ricevuto, «la consapevolezza che non si è vescovi, sacerdoti o diaconi perché si è più intelligenti, più bravi e migliori degli altri, ma solo in forza di un dono d’amore elargito da Dio». Un pastore consapevole «non potrà mai assumere un atteggiamento autoritario, come se tutti fossero ai suoi piedi e la comunità fosse la sua proprietà, il suo regno personale», sarà lontano dalle tentazioni della vanità dell’orgoglio, della sufficienza, della superbia. «Guai se un vescovo, un sacerdote o un diacono», ammonisce Francesco, «pensassero di sapere tutto, di avere sempre la risposta giusta per ogni cosa e di non avere bisogno di nessuno».

“Un sacerdote ha sempre da imparare”
Un ministro della Chiesa è prima di tutto umile, comprensivo verso gli altri, cosciente di avere sempre qualcosa da imparare «anche da coloro che possono essere ancora lontani dalla fede e dalla Chiesa». Tante indicazioni pratiche, forti e senza ambiguità, perché «i pastori delle nostre comunità possano essere immagine viva dell’amore di Dio». Nei saluti finali, Francesco rinnova la sua vicinanza alla popolazione messicana, ancora disperata per l’assassinio di 43 studenti, avvenuto in settembre scorso.

Drammi della società e delle famiglie
Responsabili dovrebbero essere i narcotrafficanti e il Papa ricorda «la realtà drammatica di tutta la criminalità che esiste dietro al commercio e al traffico delle droghe». Da un argomento all’altro, il volto di Francesco è sempre preoccupato. Dice di seguire «con grande trepidazione» le vicende che vedono i cristiani, in varie parti del mondo, perseguitati e uccisi per la loro fede: «Rivolgo un accorato appello affinché si intraprenda una vasta mobilitazione di coscienze in favore dei cristiani perseguitati. Hanno il diritto di ritrovare nei propri Paesi sicurezza e serenità, professando liberamente la nostra fede». Un appello suggellato dalla recita del Padre nostro. Poi il pensiero ai tanti fedeli in piazza e tra di loro alle famiglie che hanno perso i figli, i genitori e i parenti in incidenti stradali. Un dolore che anche Francesco ha provato soltanto pochi mesi fa.

di Benedetta Capelli

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