Parla Maria Inés Narvaja, la nipote di Papa Francesco

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Jorge Mario Bergoglio ritratto con tutta la sua famiglia (credits: Corbis Images)

Jorge Mario Bergoglio ritratto con tutta la sua famiglia (credits: Corbis Images)

Universidad del Salvador: l’hanno fondata i padri gesuiti e a Buenos Aires ha un’ottima reputazione e 28 mila studenti iscritti ai corsi. In uno degli uffici della facoltà di Scienze dell’educazione e della Comunicazione sociale incontriamo Maria Inés Narvaja. La signora è impiegata qui da 22 anni, eppure ben pochi suoi colleghi sanno che è la nipote di papa Francesco

La madre di Maria Inés, infatti, era Marta Regina, una delle due sorelle del Papa. Maria Inés, però, è molto discreta, non ama le interviste e tanto meno le foto e anche se si sforza di fare un gran sorriso, non esita a dedicare alla persona che ci ha messo in contatto parole poco compassionevoli: «Lo mato», lo faccio fuori… Poi, per fortuna, la copia di Il mio Papa che abbiamo con noi rompe il ghiaccio. Inés vede una vecchia foto della sua famiglia e la barriera protettiva cede: «Ci sono tutti: la mamma, il papà, lo zio…». E noi parliamo un po’ di questo “zio Jorge”.

Che tipo era?
«Sempre molto affettuoso e sempre vicino, anche se fisicamente non era sempre presente. Ai compleanni, per esempio, era difficile che ci fosse, ma ciascuno di noi lo sentiva e lo sente ancora vicino, a modo suo. Usa molto il telefono, ve ne sarete accorti… Tutte le settimane chiamava per sapere come stavo, era molto attento. La sua figura ci ha accompagnato per tutta la crescita: i miei genitori dicevano sempre che qualsiasi decisione andava presa di concerto con lo zio. Allora prendevamo il colectivo (cioè l’autobus, ndr) e andavamo a trovarlo.  Camminando per il giardino, lo mettevamo al corrente di tutto. Era una sorta di grande padre spirituale della famiglia: ricorrevamo sempre a lui per le decisioni sugli studi, per i consigli, i dubbi, qualsiasi cosa…».

Suo zio ha influenzato la sua formazione?
«Totalmente. È sempre stato un punto di riferimento, anche se rispettava molto la nostra libertà individuale. Non tendeva mai a imporsi, ma la sua presenza aveva molta forza. Ed era molto severo. Da buon gesuita era disciplinato ma anche esigente: pretendeva la stessa disciplina anche dagli altri. Mio fratello José Luis, per esempio, collaborava con lui e lo zio esigeva puntualità massima: a prescindere dall’ora a cui era andato a dormire (era un ragazzo!), il giorno dopo doveva essere presente e fare tutto ciò che occorreva».

Le ha mai mosso delle critiche?
«Scherza? Non gli ho mai permesso di criticarmi!», dice Maria Inés scoppiando in una grande risata.

Com’era il rapporto tra lo zio Jorge e sua madre Marta?
«Molto intenso, si parlavano tanto al telefono. Lui era più grande di lei, perché era il secondogenito, mentre mamma era la terzogenita, ma comunicavano molto».

Com’era avere una persona così importante in famiglia?
«Da quando ho avuto l’età della ragione, lo zio aveva già un ruolo importante a livello provinciale. Mi sono sempre mossa in un ambito in cui era un’autorità. Proprio per questo, però, siamo cresciuti con l’ordine di non dire mai che eravamo nipoti di Bergoglio. Non potevamo dirlo a nessuno, non potevamo chiedere favori. I miei erano inflessibili: avete un altro cognome, quindi non approfittate della parentela! Lo zio non ne sapeva nulla e sono sicura che ci avrebbe aiutato in qualche modo se glielo avessimo chiesto. Ma era vietatissimo… Pensi, io lavoro qui da 22 anni e ho una collega che ha saputo che ero nipote di Bergoglio solo adesso che è diventato Papa».

Come ricorda l’elezione?
«Ero paralizzata davanti al televisore. Sarò sincera: non posso dire che la cosa mi abbia colto di sorpresa, perché in casa qualcosa si percepiva, anche se lui non ci aveva detto nulla sul conclave precedente, quello che aveva eletto papa Ratzinger. Quel giorno, il 13 marzo 2013, ero qui in università. Sentivo il baccano in strada, le automobili che strombazzavano come quando la nazionale dell’Argentina vince una partita ai Mondiali di calcio».

Quindi per lei non è stato un evento inaspettato…
«È strano. Da un lato pensavo che lo zio potesse diventare il nuovo Papa. Da un altro credevo che non avrebbero avuto il coraggio di eleggerlo. Forse lo hanno eletto perché non lo conoscevano bene!».Sorride.

Si aspettava da papa Bergoglio un impatto così forte?
«Noi della famiglia sapevamo che sarebbe stato molto coerente. Dove c’è lui succede sempre qualcosa, non è uno che innesta il pilota automatico e lascia andare le cose».

Che cosa vi siete detti prima della sua partenza per Roma?
«Abbiamo parlato un po’ della Chiesa e del papato. Io, per esempio, criticavo le scarpe rosse nel guardaroba papale, così dopo ci abbiamo scherzato su: “Hai visto che non ho messo le scarpe rosse?”, mi ha detto».

Quando vi siete parlati per la prima volta dopo l’elezione?
«Lo zio è stato eletto il martedì e mi ha chiamato la domenica. Usa molto il telefono ed è una cosa molto bella per noi che non viaggiamo e non possiamo essere al suo fianco. Così non lo sentiamo lontano. In tv è il Papa, ma al telefono per noi è sempre lo zio. Non so come erano gli altri Papi, ma la bolletta telefonica del Vaticano deve essere cresciuta parecchio. Gli piace stare vicino alle gente. Quando c’è da prendere una decisione chiama tutti, sente tutte le versioni e poi decide. A volte mi chiama per chiedere notizie di qua…».

A che ora telefona di solito?
«Normalmente chiama a mezzogiorno. Lui si sveglia presto: quando stava a Buenos Aires poteva telefonarti anche alle cinque di mattina, adesso con la differenza di fuso orario le cose vanno un po’ meglio».

Di che cosa parlate?
«Di politica, ma nel senso alto della parola. Per lui la politica è l’aspetto più alto e nobile della carità. Ogni politica che non abbia come orizzonte il bene comune e la carità è una politica di dubbio valore. Si preoccupa anche del fatto che una persona sia protagonista del proprio futuro. Non ama l’assistenzialismo».

Qual è la qualità che suo zio apprezza di più?
«Ama le persone che lo affrontano, perché mostrano personalità: non gli piacciono le persone ossequiose. Preferisce chi dice: “Non sono d’accordo ma ti rispetto”».

Qual è l’insegnamento più importante che le ha dato?
«Che l’amore per Dio non può essere scisso dall’amore per i propri fratelli. Che non si può concepire l’amore per Dio senza attenzione sociale, senza amore per i più sfortunati. E poi mi ha insegnato a essere libera, mi ha insegnato che la creatività non può fare a meno della disciplinami ha insegnato l’onestà nell’amministrazione del denaro altrui e, ancora, il buon umore».

Avrà anche qualche difetto, questo zio…
«Ne ha parecchi. Per esempio non ti dice mai chiaramente sì o no. Dev’essere interpretato: io ogni tanto lo inchiodavo alla parete e gli dicevo: “Allora, zio, è sì o no?”».

Quando vi rivedrete?
«Dicono che verrà in Argentina nel 2016. Spero di incontrarlo anche solo cinque minuti. Spero che ci permettano di vederlo. Non so come immaginarlo quel momento, sarà una grande emozione. In fondo, da quando è stato eletto me l’hanno “rubato” e non l’ho più rivisto».

Non è mai andata a trovarlo a Roma?
«No, non ci sono mai stata. I veri amici non amano apparire».

E i suoi due figli che cosa dicono di questo prozio?
«I bambini sono rimasti particolarmente impressionati dal cambio del nome. Regina, la più piccola, mi ha detto: “Mamma, perché lo zio Jorge adesso si chiama Francisco? Per noi rimarrà sempre zio Jorge!”».

di Andrea Di Quarto

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