Le parole di papa Francesco nel periodo di Natale

29 dicembre 2018 News

tweet
Credit Osservatore Romano

Credit Osservatore Romano

Quest’anno, complice il calendario, il Natale appena passato ci ha regalato una serie ininterrotta di appuntamenti con papa Francesco che è iniziata con l’Angelus del 23 dicembre ed è terminata con l’Angelus del 26, festività di Santo Stefano. In mezzo ci sono stati la Messa della Notte di Natale del 24 e la benedizione Urbi et Orbi del 25, che ha visto radunati in piazza ben 50mila fedeli. Una lunga serie di emozioni e di parole profonde.

A ben ascoltare, in tutte i discorsi che Francesco ha rivolto a tutti noi dalla basilica di San Pietro, dalla Loggia delle Benedizioni e dalla finestra dell’appartanento nel Palazzo Apostolico c’è un filo conduttore: quello della fede, della carità e della fraternità che mai come a Natale devono guidare la nostra vita. 

23 DICEMBRE – L’ANGELUS

Prendendo spunto dal brano evangelico della domenica che ha preceduto il Natale e che racconta la visita di Maria a Elisabetta, nell’Angelus Francesco ci ha aiutato a comprendere il mistero del nostro incontro con Dio: «Un incontro che non è all’insegna di strabilianti prodigi, ma piuttosto all’insegna della fede e della carità. Maria, infatti, è beata perché ha creduto; l’incontro con Dio è frutto della fede». Al contrario Zaccaria, il marito di Elisabetta, ha dubitato ed è rimasto sordo e muto: «Senza fede si resta inevitabilmente sordi alla voce consolante di Dio; e si resta incapaci di pronunciare parole di consolazione e di speranza per i nostri fratelli. E noi lo vediamo tutti i giorni: la gente che non ha fede o che ha una fede molto piccola, quando deve avvicinarsi a una persona che soffre, le dice parole di circostanza, ma non riesce ad arrivare al cuore perché non ha forza». La fede a sua volta, ha aggiunto il Papa, si alimenta nella carità. Come quella di Maria: «Avrebbe potuto rimanere a casa per preparare la nascita di suo figlio, invece si preoccupa prima degli altri che di se stessa. L’evento della nascita di Gesù è cominciato così, con un semplice gesto di carità» così ha concluso il Papa che ha poi rivolto la sua preghiera alle vittime dello tsunami in Indonesia. 

24 DICEMBRE – SANTA MESSA DI NATALE

Di quella nascita Francesco ha parlato nell’omelia della Messa della Notte di Natale al cui termine ha preso in braccio con tenerezza il Bambino Gesù per deporlo nel presepe. Dopo averci ricordato che Betlemme significa “casa del pane”, il Pontefice ha detto: «Il Signore sa che abbiamo bisogno di cibo per vivere. Ma sa anche che i nutrimenti del mondo non saziano il cuore. Avere, riempirsi di cose pare a tanti il senso della vita. Un’insaziabile ingordigia attraversa la storia umana, fino ai paradossi di oggi, quando pochi banchettano lautamente e troppi non hanno pane per vivere». Gesù nasce proprio per questo: «Betlemme è la svolta per cambiare il corso della storia. Lì Dio, nella casa del pane, nasce in una mangiatoia. Come a dirci: eccomi a voi, come vostro cibo. Non prende, offre da mangiare; non dà qualcosa ma se stesso. All’uomo, abituato dalle origini a prendere e mangiare, Gesù comincia a dire: “Prendete, mangiate. Questo è il mio corpo. Il corpicino del Bambino di Betlemme lancia un nuovo modello di vita: non divorare e accaparrare ma condividere e donare. Dio si fa piccolo per essere nostro cibo». 

Ecco dunque, ha sottolineato Francesco, ciò che deve insegnarci il Natale: «Davanti alla mangiatoia, capiamo che ad alimentare la vita non sono i beni ma l’amore; non la voracità ma la carità; non l’abbondanza da ostentare ma la semplicità da custodire. Entrando nella grotta, scorgendo nella tenera povertà del Bambino una nuova fragranza di vita, quella della semplicità, chiediamoci: ho davvero bisogno di molte cose, di ricette complicate per vivere? Riesco a fare a meno di tanti contorni superflui, per scegliere una vita più semplice? Chiediamoci: a Natale spezzo il mio pane con chi ne è privo?». 

25 DICEMBRE – LA BENEDIZIONE URBI ET ORBI

Dalla carità insita in quest’ultima domanda alla fraternità il passo è breve. Francesco ne ha parlato nel Messaggio Urbi et Orbi (la benedizione alla città e al mondo) del 25. E anche qui ci ha posto un paio di domande: «Cosa ci dice quel Bambino, nato per noi dalla Vergine Maria? Qual è il messaggio universale del Natale? Ci dice che Dio è Padre buono e noi siamo tutti fratelli». Per il Papa questa verità è alla base della visione cristiana dell’umanità: «Senza la fraternità che Gesù Cristo ci ha donato, i nostri sforzi per un mondo più giusto hanno il fiato corto e anche i migliori progetti rischiano di diventare strutture senz’anima. Fraternità tra persone di ogni nazione e culture; fraternità tra persone di idee diverse ma capaci di rispettarsi e di ascoltare l’altro; fraternità tra persone di diverse religioni». In questo senso, ha aggiunto Francesco, le differenze non sono un pericolo ma una ricchezza: «Come per un artista che vuole fare un mosaico: è meglio avere a disposizione tessere di molti colori, piuttosto che di pochi!». 

Parlando di fraternità, il pensiero corre ai tanti conflitti nel mondo. Bergoglio li ha citati uno ad uno: Israeliani e Palestinesi, la Siria, lo Yemen, l’Africa, la Penisola coreana, il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua. E un pensiero per i più piccoli: «Il Bambino piccolo e infreddolito che contempliamo oggi nella mangiatoia protegga tutti i bambini della terra ed ogni persona fragile, indifesa e scartata. Che tutti possiamo ricevere pace e conforto dalla nascita del Salvatore e, sentendoci amati dall’unico Padre celeste, ritrovarci e vivere come fratelli!».

26 DICEMBRE – L’ANGELUS

Uniti, dunque, nel nome di Gesù. Di più, sulle sue orme, come ha fatto santo Stefano, al quale Francesco ha dedicato l’Angelus del 26: «Santo Stefano fu il primo a seguire le orme del divino Maestro con il martirio; morì come Gesù affidando la propria vita a Dio e perdonando i suoi persecutori. Mentre veniva lapidato disse: “Signore Gesù accogli il mio spirito”. Sono parole del tutto simili a quelle pronunciate da Cristo in croce: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. L’atteggiamento di Stefano che imita il gesto di Gesù è un invito rivolto a ciascuno di noi ad accogliere con fede dalle mani del Signore ciò che la vita ci riserva di positivo e anche di negativo». 

Francesco ha concluso con un’esortazione per tutti noi: «La nostra esistenza è segnata non solo da circostanze felici ma anche da momenti di difficoltà e di smarrimento. Ma la fiducia in Dio ci aiuta ad accogliere i momenti faticosi e a viverli come occasione di crescita nella fede e di costruzione di nuove relazioni con i fratelli. Si tratta di abbandonarci nelle mani del Signore, che sappiamo essere un Padre ricco di bontà verso i suoi figli». 

di Tiziana Lupi

TAG

, , ,