Le parole di Bergoglio al Conclave prima di diventare Papa

25 Marzo 2017 News

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Credit Osservatore Romano

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Cita anche Paolo VI: «La dolce e confortante gioia di evangelizzare». È uno dei concetti più importanti che l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, ha espresso sabato 9 marzo 2013 durante una delle Congregazioni generali del collegio cardinalizio per la formazione dei 115 elettori necessari al Conclave che quattro giorni dopo l’avrebbe nominato Papa.

Pensieri e intenzioni che avrebbero dovuto restare tra le mura vaticane. Le congregazioni sono incontri che permettono ai prelati di capire il pensiero del futuro Pontefice. E proprio quello storico sabato l’intervento di Bergoglio potrebbe essere stato determinante per la sua elezione. Al punto da indurre, Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo e cardinale cubano, a chiedergli copia del testo del discorso e se poteva diffonderlo.

Bergoglio rispose che non l’aveva, ma il giorno dopo gli fece avere uno scritto che Ortega lesse nell’omelia della messa celebrata il 23 marzo 2013 nella cattedrale di Cuba. La fotocopia del manoscritto di Bergoglio venne pubblicata sul sito internet di Palabra Nueva, la rivista dell’arcidiocesi dell’Avana, e  su quello del Clarin, uno dei più importanti quotidiani argentini.

Il testo che Bergoglio ha consegnato a Ortega è in quattro punti e include aspetti della Chiesa che il Santo Padre ha messo in primo piano all’inizio del pontificato. 

1) “Evangelizzare implica zelo apostolico. Evangelizzare presuppone nella Chiesa la “parresia” (il termine greco in senso letterale vuol dire “libertà di dire tutto”, ndr) di uscire da se stessa. La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali; quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e della fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria”.

2) “Quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare diviene autoreferenziale e allora si ammala (si pensi alla donna curva su se stessa del Vangelo secondo Luca). I mali che, nel trascorrere del tempo, affliggono le istituzioni ecclesiastiche hanno una radice nell’autoreferenzialità, in una sorta di narcisismo teologico. Nell’Apocalisse, Gesù dice che Lui sta sulla soglia e chiama. Evidentemente il testo si riferisce al fatto che Lui sta fuori dalla porta e bussa per entrare… Però a volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire”. 

3) “La Chiesa, quando non è autoreferenziale, senza rendersene conto, crede di avere luce propria; smette di essere il “mysterium lunae” (della luce riflessa, ndr) e dà luogo a quel male così grave che è la mondanità spirituale (è il male peggiore in cui può incorrere la Chiesa secondo De Lubac, un teologo del ‘900 fatto cardinale da Giovanni Paolo II, ndr); quel vivere per darsi gloria gli uni con gli altri. Semplificando, ci sono due immagini di Chiesa: la Chiesa evangelizzatrice che esce da se stessa; quella del “Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans” (in latino vuol dire “la Chiesa che religiosamente ascolta e fedelmente proclama la parola di Dio”, ndr), o la Chiesa mondana che vive in sé, da sé, per sé. Questo deve illuminare i possibili cambiamenti e riforme da realizzare per la salvezza delle anime”.

4) “Pensando al prossimo Papa: un uomo che con la contemplazione di Gesù Cristo e l’adorazione di Gesù Cristo aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali, che le aiuti a essere madre feconda che vive “della dolce e confortante gioia di evangelizzare”. 

di Antonio de Felice

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