Lampedusa, sempre nel cuore del Santo Padre

11 luglio 2014 Parole e pensieri

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Hanno assistito alla messa di Francesco a Lampedusa circa 10mila persone, molte giunte in traghetto da Agrigento (credits: Getty Images)

Alla messa di Francesco a Lampedusa hanno assistito circa 10mila persone, molte giunte in traghetto da Agrigento (credits: Getty Images)

È passato un anno dal viaggio a Lampedusa di Francesco, deciso dopo neanche 4 mesi dalla sua elezione, l’8 luglio 2013, ma la sua attenzione verso questa isola crocevia di sofferenze e carità cristiana non è diminuita. La conferma di questo è arrivata pochi giorni fa, quando, proprio per ricordare il suo primo viaggio e l’affetto che lo lega a Lampedusa, papa Francesco ha inviato una lettera all’arcivescovo di Agrigento, mons. Montenegro.

Nelle sue parole ancora la gratitudine per tutti quelli che a vario titolo sono impegnati in “un’encomiabile opera di solidarietà” su quest’ isola bellissima, ma anche lo sconcerto per tutte le morti che “il cuore fatica ad accettare”. Il ricordo del viaggio di un anno fa E la memoria ritorna alle immagini di un anno fa quando il cuore lo porta dove nessun Papa era mai stato, a Lampedusa, la più grande e bella delle isole Pelagie, oggi sinonimo di dramma, morte e speranze per migliaia di profughi.

Riceve la lunga lettera-testimonianza di don Stefano Nastasi, 43 anni, allora parroco di San Gerlando ad Agrigento, che gli parla di questo contesto doloroso. Poi gli arriva l’invito ufficiale a visitare l’isola dall’arcivescovo di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro, dal cardinale di Palermo, Paolo Romeo, ma soprattutto sente il richiamo di coloro ai quali ha deciso di dedicare il suo ministero: gli ultimi, i poveri, i soli, i malati. E così decide di cominciare da questo luogo, alla periferia del mondo, che diventa quasi sintesi del suo Pontificato.

«Ho sentito che dovevo venire qui oggi», dice nella sua omelia pronunciata al Campo sportivo Arena di Lampedusa, «per pregare, compiere un gesto di vicinanza, ma anche per risvegliare le coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta». Condanna le morti, denuncia gli atteggiamenti sbagliati, ma soprattutto esorta la gente, disorientata e ormai poco attenta a quello che succede, a porsi questi interrogativi: «Dov’è il tuo fratello? Chi è responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per la loro morte?».

Domande, dirà Francesco, «che non sono rivolte ad altri ma a me, a te, a ciascuno di noi». E don Stefano lo sa bene che cosa vuol dire uscire dal proprio benessere, dalla propria indifferenzaper farsi prossimo, vicino a chi soffre.

Un camposanto in mare
È stato parroco di Lampedusa dal 2007 e oggi percorre l’Italia in lungo e in largo per denunciare il dramma dell’immigrazione, per sensibilizzare e dire che c’è bisogno che ognuno faccia la sua parte. «Quando sono arrivato a San Gerlando», racconta don Stefano, «pensavo di fare un’esperienza comune alle altre parrocchie, pensavo che si trattasse di un luogo turistico, tranquillo. Poi ho cominciato a capire. Ho vissuto anni particolari, difficili, faccia a faccia con la morte ogni giorno, ho sperimentato la forza della compassione. Non potevo programmare niente qui, e sentivo sulla pelle un fortissimo senso di precarietà e fragilità che già si tocca con mano nella quotidianità dell’isola, vista la debolezza delle comunicazioni.

Come sacerdote, però, ho capito che questo luogo ti porta a vivere davvero la dimensione del dono, quel lasciarsi consumare per l’altro che è lo specifico della nostra missione». Di quell’8 luglio don Stefano ha ricordi indelebili. Impressi nella mente immagini, parole e gesti di un incontro, quello con Francesco, «intensamente desiderato». Innanzitutto, il viaggio in mare del Papa a bordo di una motovedetta da Cala Pisana al Molo Favarolo, che con forza evoca le migliaia di traversate del Mediterraneo.

Don Stefano è accanto a lui, cerca di spiegargli ogni cosa, anche con immagini; ripercorre quegli istanti nel febbraio del 2011, con lo scoppio delle rivoluzioni nel mondo arabo, prima fra tutti la Tunisia. In breve, migliaia di civili in fuga cominciano ad arrivare sull’isola. «Il volto del Papa», insiste don Stefano, «è serio, intriso di dolore, quando compie un altro grande gesto accompagnato dalla preghiera: il lancio in mare di una corona di fiori, in quelle acque che per molti sono un “camposanto”».

Il primato della vita
Dopo l’ormeggio, l’incontro con gli immigrati: «donne, uomini, bambini strappati alla morte dai nostri ragazzi», dice don Stefano. E anche questo momento si fa denso di commozione. Ancora, la visita al “cimitero delle barche”, dove vanno a finire le “carrette” su cui arrivano i migranti, e a quello dei “sepolti senza nome”, dove si seppelliscono i migranti di cui nessuno sa niente. «Della messa invece», afferma don Stefano, «quello che ricordo di più è il suo abbraccio ai bimbi, tanti, tantissimi, in festa perché su quest’isola lontana il Santo Padre è venuto a celebrare anche il primato della vita… Mi ha colpito quel suo essere vicino alla gente del posto».

Anche don Stefano parla dei lampedusani, del loro saper essere comunità che dopo i primi sbarchi, con migliaia di  persone terrorizzate e ferite, si stringe e corre nelle case per recuperare vestiti puliti, coperte, medicinali,  quando sull’isola non c’erano ancora organizzazioni umanitarie.

Le tende-gioco per i bambini
Ricorda il battesimo di una bimba nigeriana, voluto fortemente dalla mamma poco dopo il salvataggio in mare, cui tutti hanno partecipato con gioia. «Ricordo anche, durante una preghiera di accompagnamento di queste salme recuperate al largo di Lampedusa, una corona di fiori mandata da una mamma con una scritta: “Questi sono i fiori che ti avrebbe mandato tua madre, quella madre che non ti ha potuto piangere”. Un gesto che dice: il dolore dell’altro è anche il mio dolore, le stesse parole che poi era venuto a dirci papa Francesco».

Altra immagine forte che don Stefano si porta dentro, è il sorriso dei bambini siriani, quando, dopo il naufragio del 3 ottobre scorso con decine di morti, si è deciso di provare a ridare loro un po’ di speranza, allestendo grandi tendegioco grazie, ancora una volta, a Francesco, che in quell’occasione ha inviato l’Elemosiniere, monsignor Krajewsky. Dopo quella prima lettera, inviata il 19 marzo 2013, conclude don Stefano, con il Santo Padre è iniziato quasi un rapporto epistolare: «Spesso gli ho scritto, a ottobre l’ho rivisto a Roma e so di certo che Lampedusa è sempre nel suo cuore».

Stragi quotidiane
Dal 1988 a oggi sono circa 19 mila i migranti vittime del mare nei viaggi della speranza verso le frontiere dell’Europa. Solo negli ultimi giorni, 45 migranti sono morti per le esalazioni dei motori di un barcone lungo 20 metri in cui erano state “stivate” oltre 600 persone. Altri 70 migranti che si trovavano nel canale di Sicilia su un grosso gommone scomparso, sono dispersi.

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