L’amore di Dio e il messaggio del Papa nella notte di Natale

30 Dicembre 2019 News

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Credit Osservatore Romano

Papa Francesco sa come parlare al nostro cuore. Sa come colpire cuori troppo spesso induriti dall’indifferenza della quotidianità. Ce lo ha dimostrato ancora una volta nella Messa della Notte di Natale quando, con tre sole parole, ha riassunto l’infinito amore di Dio per noi: «Dio arriva gratis» ha detto nell’omelia, sottolineando come questo si contrapponga a certe logiche che regolano la nostra vita: «Mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis».

Arriva facendosi uomo, con la forma e la sostanza di quel Bambino di cui abbiamo appena celebrato la nascita e che Francesco ha baciato con tenero affetto proprio nella celebrazione della Notte di Natale, prima che venisse collocato nel presepe, accompagnato in processione da alcuni bambini vestiti con gli abiti tradizionali dei propri Paesi: «Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù. In Gesù l’Altissimo si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi» ha ricordato il pontefice. In Gesù insomma, ci ha ricordato Francesco, Lui ci ha amato e continua ad amarci: «Stanotte ci rendiamo conto che, mentre non eravamo all’altezza, Egli si è fatto per noi piccolezza; mentre andavamo per i fatti nostri, Egli è venuto tra noi. Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”».

Si tratta di un amore che non è negoziabile: «Non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo» ha sottolineato Bergoglio, mettendoci di fronte alle nostre fragilità e alla nostra imperfezione che, però, non ci esclude dall’amore di Dio. Anzi: «Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate, puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene». Niente a che fare, insomma, con il nostro sbagliato modo di pensare (e di comportarci) che ci porta a pensare che anche Dio fa come noi: «Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi… Non è così. Nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso; è fedele, è paziente».

Tra i tanti regali che probabilmente abbiamo trovato sotto l’albero, anche quest’anno ce n’era uno che forse non abbiamo nemmeno notato. Ma era il regalo più bello: «Scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. Stanotte, nella bellezza dell’amore di Dio, riscopriamo pure la nostra bellezza, perché siamo gli amati di Dio. Nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, felici o tristi, ai suoi occhi appariamo belli: non per quel che facciamo, ma per quello che siamo. C’è in noi una bellezza indelebile, intangibile, una bellezza insopprimibile che è il nucleo del nostro essere. Oggi Dio ce lo ricorda, prendendo con amore la nostra umanità e facendola sua, “sposandola” per sempre».

Un dono così, è l’ammonimento di Francesco, non possiamo non accoglierlo con gratitudine.Troppo spesso, però, è proprio quello che facciamo: «Le nostre vite trascorrono spesso lontane dalla gratitudine. Oggi è il giorno giusto per avvicinarci al tabernacolo, al presepe, alla mangiatoia, per dire grazie. Accogliamo il dono che è Gesù, per poi diventare dono come Gesù. Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo migliore per cambiare il mondo». E, soprattutto, per cambiare noi stessi: «Non aspettiamo che il prossimo diventi bravo per fargli del bene, che la Chiesa sia perfetta per amarla, che gli altri ci considerino per servirli. Cominciamo noi».

Vedendo le immagini di papa Francesco che bacia con tenerezza il Bambino nella Notte di Natale non possiamo non pensare ad un passaggio della sua omelia: «Posiamo lo sguardo sul Bambino e lasciamoci avvolgere dalla sua tenerezza. Non avremo più scuse per non lasciarci amare da Lui: quello che nella vita va storto, quello che nella Chiesa non funziona, quello che nel mondo non va non sarà più una giustificazione. Passerà in secondo piano, perché di fronte all’amore folle di Gesù, a un amore tutto mitezza e vicinanza, non ci sono scuse». Solo comprendendo questo potremo essere come il pastore della leggenda con cui Francesco ha concluso la sua omelia. Eccola. Un pastore poverissimo che si ritrova davanti alla grotta in cui è nato Gesù senza avere nulla da offrire, nessun regalo da portare al Bambino come, invece, fanno gli altri pastori: «Maria, vedendo quel pastore con le mani vuote, gli chiese di avvicinarsi. E gli mise tra le mani Gesù. Quel pastore, accogliendolo, si rese conto di aver ricevuto quanto non meritava, di avere tra le mani il dono più grande della storia. Guardò le sue mani, quelle mani che gli parevano sempre vuote: erano diventate la culla di Dio».

di Tiziana Lupi

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