La storia dei Gesuiti: Sant’Ignazio e Papa Francesco

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Papa Francesco mentre celebra una messa dedicata al  teologo gesuita Pierre Favre nella Chiesa Del Gesù  a Roma, gennaio 2014  (credits: Getty Images)

Papa Francesco mentre celebra una messa dedicata al teologo gesuita Pierre Favre nella Chiesa Del Gesù a Roma, gennaio 2014 (credits: Getty Images)

Giovedì 31 luglio si celebra Sant’Ignazio di Loyola. Si tratta di una ricorrenza importante per papa Francesco perché fu proprio Sant’Ignazio a fondare la Compagnia di Gesù alla quale il Pontefice appartiene. Oltre a essere il primo Papa sudamericano e il primo ad avere scelto il nome Francesco, Bergoglio, infatti, è anche il primo appartenente all’Ordine dei Gesuiti. Ossia un ordine di Chierici regolari nato nel 1500 con l’obiettivo di formare una milizia al servizio del Santo Padre per la diffusione del  cristianesimo e la difesa della Chiesa cattolica. Insomma Francesco è il primo Papa appartenente a un ordine religioso che ha tra i suoi elementi essenziali proprio l’«Ubbidienza al Pontefice», che si concretizza in un voto dei suoi membri in aggiunta ai tradizionali voti di «Castità», «Povertà» e  Ubbidienza».

Oggi ci sono circa 17 mila gesuiti
Del resto la storia della Compagnia di Gesù è sempre stata strettamente legata a quella dei Papi, da Paolo III, che la approvò prima verbalmente e poi con la bolla «Regimini militantis» (nel 1540),a Clemente XIV, che la soppresse nel 1773, e a Pio VII che la ristabilì nel 1814. Oggi l’Ordine conta circa 17 mila religiosi sparsi in oltre cento nazioni in tutto il mondo. La sua spiritualità si fonda sugli «Esercizi spirituali» di Sant’Ignazio (ne parliamo nel box a fondo pagina) i cui elementi fondamentali sono la contemplazione della vita di Gesù, l’accoglimento della Sua chiamata e lo sforzo di assomigliargli sempre di più nella vocazione personale al servizio della Chiesa.

Dal punto dell’impegno sociale lo scopo della Compagnia di Gesù (uno degli strumenti più utili che la Chiesa usò contro il Protestantesimo ai tempi della Controriforma nel XVI secolo), rimane quello di difendere e diffondere la fede. Lavorando per la crescita spirituale dei fedeli e per l’assistenza ai più bisognosi, senza dimenticare la formazione dei sacerdoti, l’istruzione, la ricerca scientifica e la comunicazione.

I giornali, le loro scuole e gli abiti
Ai Gesuiti d’Italia, per esempio, fanno capo istituti scolastici a Torino, Milano, Roma, Napoli, Messina, Palermo e Scutari (in Albania), nonché la Pontificia Università Gregoriana, il Pontificio Istituto Biblico e il Pontificio Istituto Orientale, tutti e tre con sede nella capitale. L’ordine, inoltre, pubblica numerose riviste come, in Italia, «La Civiltà Cattolica » e «Aggiornamenti Sociali». I Gesuiti, il cui nome è seguito dalle lettere «S.I.» (dal latino: “Societas Iesus”), indossano la classica talare (la tonaca nera) del clero secolare, ma senza bottoni e con una fascia di stoffa (anch’essa nera) che si chiude sulla destra.

Lo stesso Sant’Ignazio prescrisse che i suoi chierici vestissero come il clero del luogo di residenza e così è stato fatto spesso, forse anche per facilitare l’integrazione e il lavoro nelle missioni dove molti gesuiti scelgono di indossare abiti locali. Molti  appartenenti all’ordine, però, probabilmente per praticità, indossano semplicemente un abito nero con il clergy, ossia pantaloni, camicia con colletto bianco e giacca neri.

I Gesuiti secondo Papa Francesco
L’emblema della Compagnia di Gesù, un sole raggiante caricato delle lettere (in rosso) IHS (il monogramma di Cristo), con la H che ha sopra una croce e sotto i tre chiodi, si trova nello stemma di papa Francesco che, nei tratti essenziali, ricorda quello scelto sin dalla sua consacrazione episcopale: «Lo stemma di noi Gesuiti è un monogramma, l’acronimo di “Iesus Hominum Salvator, IHS», ha spiegato il Pontefice nell’omelia della messa celebrata il 31 luglio dello scorso anno, in occasione della festa di Sant’Ignazio, nella Chiesa del Gesù, a Roma.

«Questo stemma ci ricorda continuamente una realtà che non dobbiamo mai dimenticare: la centralità di Cristo per ciascuno di noi e per l’intera Compagnia che Sant’Ignazio volle proprio chiamare “di Gesù” per indicare il punto di riferimento». Perché, ha aggiunto Francesco, «uomini radicati e fondati nella Chiesa: così ci vuole Gesù. Non ci possono essere cammini paralleli o isolati. Sì, cammini di ricerca, cammini creativi, sì, questo è importante: andare verso le periferie. Ma sempre in comunità, nella Chiesa, con questa appartenenza che ci dà il coraggio per andare avanti». Perché «servire Cristo è amare questa Chiesa concreta, e servirla con generosità e spirito di obbedienza».

Il capo dell’ordine si chiama papa nero
A proposito di ubbidienza, la massima autorità della Compagnia di Gesù è il Preposito generale, detto comunemente «Papa nero»: viene eletto a vita dalla Congregazione Generale (una sorta di parlamento) della quale è tenuto ad applicare i decreti. Ciononostante, l’attuale Preposito generale, lo spagnolo Adolfo Nicolas, ventinovesimo successore di  Sant’Ignazio di Loyola, nel maggio scorso ha inviato una lettera «a tutta la Compagnia» per annunciare la sua intenzione di dimettersi al raggiungimento degli 80 anni di età, cioè tra due anni.

Allo stesso tempo Nicolas ha convocato per gli ultimi mesi del 2016, una Congregazione generale che dovrà accettare le sue dimissioni. Intanto, ne ha già parlato con papa Francesco e con i quattro «Assistenti ad providentiam» che lo aiutano nel governo della Compagnia (uno di essi è padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede). La Congregazione dovrà anche eleggere il nuovo Preposito generale. La decisione di Nicolas ha suscitato scalpore perché la sua carica era vitalizia. Gli unici due Preposti a essersi dimessi sono stati Pedro Arrupe (alla testa dell’ordine negli anni 60 durante il Concilio Vaticano II) e Peter Hans Colvenbach, successore di Arrupe e predecessore di Nicolas: entrambi incontrarono inizialmente le resistenze di Karol Wojtyla.

Il simbolo
Al centro dello stemma dei Gesuiti troviamo tre lettere: «I», «H» ed «S», che stanno per «Iesus Hominum Salvator», una frase in lingua latina che significa «Gesù salvatore degli uomini». Sono sempre sormontate da una croce e spesso sono circondate da raggi di luce. La scritta IHS era già utilizzata durante l’VIII secolo, ma fu diffusa particolarmente da San Bernardino da Siena all’inizio del XV secolo.

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Gli esercizi spirituali
Gli «Esercizi spirituali» sono l’opera maggiore di Sant’Ignazio di Loyola. Scritti nel 1548, rappresentano il cuore della spiritualità dei Gesuiti. Spiegò Ignazio: «Con esercizi spirituali si intende ogni modo di esaminare la coscienza, meditare, contemplare, pregare vocalmente e mentalmente. Come, infatti, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di disporre l’anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza dell’anima».

Il testo comprende alcune meditazioni sul peccato, ma soprattutto metodi pratici per pregare e condurre un esame di coscienza, come in una sorta di manuale. Il ciclo completo degli esercizi dura trenta giorni, va condotto in isolamento durante quello che viene definito «ritiro» e in stretto colloquio con i direttori spirituali, che hanno il compito di guidare gli «esercitanti». Oltre a questo percorso mensile sono previste anche forme più brevi o che impegnano solo poche ore al giorno, consentendo di continuare a vivere la propria quotidianità.

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Chi era il gesuita che aprì la strada alla Chiesa in Asia
«La Chiesa in Asia è una promessa. La Corea rappresenta tanto e quanto alla Cina si tratta di una sfida culturale grandissima. E poi c’è l’esempio di Matteo Ricci che ha fatto tanto bene…», disse papa Francesco nell’intervista a «Il Messaggero» che ha pubblicato anche Il mio Papa. Ma chi era padre Matteo Ricci? È stato il gesuita che diffuse il cattolicesimo in Cina. Partì nel 1582 insieme con il confratello Michele Ruggieri sbarcando nella città di Macao e iniziando a predicare nella regione meridionale del Paese. Allora l’accesso al resto dell’Impero era proibito agli stranieri. Nel corso dei successivi 18 anni si impegnò per stabilire un buon rapporto con le autorità locali e ottenere la possibilità di raggiungere la capitale, Pechino. Il suo ingresso nella città è datato 24 gennaio 1601. L’anno dopo inaugurò la prima missione cristiana pechinese e intanto diventò amico degli uomini più importanti del governo. In questo modo gli venne riconosciuta la licenza per celebrare la Messa in pubblico, mentre altri 40 gesuiti si unirono a lui. Nel 1609 fondò la Confraternita della Madre di Dio e iniziò a far costruire la prima chiesa cittadina. Tuttavia non fece in tempo a vederla finita: morì nel 1610 e fu sepolto nel cortile del Collegio Amministrativo della capitale. La sua figura è tuttora molto amata dai cinesi. L’osservatorio astronomico della Città Imperiale di Pechino è ancora intitolato a lui, mentre il suo volto (unico occidentale con Marco Polo) è scolpito sui marmi del Millennium Centre (una delle sedi del Partito Comunista) che raccontano la storia cinese.

di Tiziana Lupi

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