La messa del Papa per le vittime dei naufragi nel Mediterraneo

11 luglio 2018 News

tweet
Credit Osservatore Romano

Credit Osservatore Romano

cinque anni dalla sua storica visita a Lampedusa e prima di partire alla volta di Bari, Francesco ha voluto celebrare, venerdì scorso, una messa per i migranti e i rifugiati, rinnovando nella preghiera il tributo per tutte le vittime dei naufragi, per i sopravvissuti e per coloro che quotidianamente soccorrono e assistono quanti fuggono dalle proprie terre, a causa della guerra, della fame e anche dei disastri ambientali provocati dai cambiamenti climatici. All’Altare della Cattedra di San Pietro, il Papa ha presieduto così un’intima celebrazione eucaristica, animata dal coro delle Fraternità Monastiche di Gerusalemme, a cui hanno preso parte circa 200 persone tra migranti e rifugiati, provenienti da Nord Africa, Congo, Nigeria, Somalia ma anche Siria, Albania e altri Paesi. Molti non sono nemmeno di fede cristiana ma le loro storie drammatiche si sono incrociate con gli occhi, le parole e le opere di Francesco che da quell’8 luglio 2013 non ha smesso di prendersi cura dei migranti, aiutato dall’Elemosineria Apostolica, dalla Fondazione Migrantes, dalla Comunità di Sant’Egidio, dal Centro Astalli e da altre associazioni. Le parole di Bergoglio sono arrivate di nuovo come un pugno nello stomaco. 

Il Pontefice non si è risparmiato: «Quanti poveri oggi sono calpestati! Quanti piccoli vengono sterminati… Cinque anni fa, durante la mia visita a Lampedusa, ricordando le vittime dei naufragi, mi sono fatto eco del perenne appello all’umana responsabilità: “Dov’è il tuo fratello? La voce del suo sangue grida fino a me”, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Purtroppo le risposte a questo appello, anche se generose, non sono state sufficienti, e ci troviamo oggi a piangere migliaia di morti». Dio promette liberazione per tutti gli oppressi – ha proseguito il Santo Padre – ma per farlo ha bisogno di noi: «Il Signore ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti. In effetti, dovrei parlare di molti silenzi: il silenzio del senso comune, il silenzio del “si è fatto sempre così”, il silenzio del noi sempre contrapposto al voi».

Citando il Vangelo del giorno, brano prediletto dal Papa, che narra la chiamata dell’evangelista Matteo, un tempo esattore delle tasse, Francesco ha denunciato l’ipocrisia sterile di chi non vuole sporcarsi le mani: «Si tratta» ha ammonito «di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti».  Di fronte al fenomeno migratorio, il Pontefice ha  quindi insistito sulla sola via percorribile: «L’unica risposta sensata è quella della solidarietà e della misericordia; una risposta che non fa troppi calcoli, ma esige un’equa divisione delle responsabilità, un’onesta e sincera valutazione delle alternative e una gestione oculata. Politica giusta è quella che si pone al servizio della persona». Al termine, Francesco ha voluto salutare uno ad uno tutti i presenti: una stretta di mano, un abbraccio, una foto ricordo e parole di incoraggiamento e vicinanza non sono mancate, così come le carezze e i sorrisi ai figli dei migranti che gli hanno anche portato in dono dei disegni bellissimi. 

L’ALTARE FATTO CON I RELITTI

L’8 luglio 2013, dopo neanche 4 mesi dalla sua elezione, Francesco lasciava il Vaticano per il suo primo viaggio a Lampedusa, la più grande e bella delle isole Pelagie, dove nessun pontefice era mai stato prima, diventata sinonimo di morte per migliaia di migranti. Una visita in cui Francesco rese omaggio alle vittime del Mediterraneo, gettando in mare una corona di fiori e poi celebrò messa al Campo Sportivo Arena davanti a 10 mila persone, su un altare costruito coi relitti delle barche. Da lì lanciò il monito contro la globalizzazione dell’indifferenza. Ma il 3 ottobre di quello stesso anno, a morire in un naufragio al largo dell’isola furono in 366 e la lista dei morti ancora non si ferma.

di Cecilia Seppia

TAG

, ,

VEDI ANCHE