La Messa del Papa alla festa della Gendarmeria Vaticana

2 Ottobre 2019 News

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Credit Osservatore Romano

Domenica scorsa abbiamo festeggiato gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. Il primo è patrono non solo della Polizia di Stato ma anche del Corpo della Gendarmeria Vaticana (e anche quest’anno è stato rinnovato il gemellaggio con una messa in San Pietro), e, per questo, nel pomeriggio del giorno precedente il Papa ha celebrato una messa per i Gendarmi presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani. Alla funzione ha invitato anche una coppia di amici che, proprio sabato, festeggiava i 50 anni di matrimonio. Un invito sul quale Bergoglio ha scherzato su: «In questa Messa ho fatto un contrabbando! Ho una famiglia di amici che celebra il 50° di matrimonio. Io avevo questa messa e loro volevano che io celebrassi per loro e ho fatto il contrabbando di portarli qui in questa Messa con voi. Stanno lì: i coniugi, i figli e i nipoti. In totale 46. Bella famiglia!». Per spiegare il Vangelo del giorno, con la storia del ricco e del povero Lazzaro, Francesco ha usato le parole della Colletta, la preghiera che precede la Liturgia della Parola: «La chiave per capire la dà la preghiera iniziale che dice: “O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri, mentre non ha nome il ricco epulone”». Come i protagonisti del brano del Vangelo di Luca: «Ambedue fanno la loro esistenza, ognuno nella scelta che ha fatto della vita. Uno riuscì ad avere un nome, a farsi un nome, ad essere chiamato per nome, con un sostantivo; l’altro, il ricco, non sappiamo come si chiama, solo l’aggettivo, un “ricco”: non è riuscito a far crescere il nome, la dignità davanti a Dio».

Per Francesco, insomma, la vita si gioca tra la coerenza di avere un nome o l’incoerenza che ci porta a non avere un nome: «È questa la storia di questo Vangelo, la storia di due percorsi di vita: uno che è riuscito a portare avanti il proprio nome; l’altro che, preoccupato di sé stesso, dell’egoismo, è incapace di far crescere la sua persona, la propria dignità. Non ha nome».

Uno dei compiti dei Gendarmi Vaticani, ha spiegato Bergoglio, ha a che fare proprio con il nome: «Voi siete uomini che lavorate per la dignità di ognuno di noi perché ognuno di noi abbia un nome e porti avanti il proprio nome, il nome che il Signore vuole che portiamo. E quando voi fate qualche misura disciplinare – “Questo non si può fare” – è propriamente per fermare questa orgia dell’anonimato che è la più brutta delle orge umane: non accettare un nome e voler tornare nel buio dell’anonimato. Per questo mi è venuto in mente che ben può dirsi che la Gendarmeria è la custodia dei nomi, di tutti i nostri nomi, per aiutare la disciplina dello Stato della Città del Vaticano, che ognuno dei suoi abitanti abbia un nome. E per questo vi ringrazio tanto. Continuate così, a lavorare per la dignità delle persone, di ognuno, e così porterete avanti la vostra vocazione».

di Tiziana Lupi

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