La diplomazia del Papa avvicina i musulmani

3 Giugno 2016 Mondo di Francesco, News

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Credit Osservatore Romano

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L’azione di avvicinamento di papa Francesco è iniziata subito dopo la sua elezione. Parlando nel marzo del 2013 con il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede ha subito detto: «È importante intensificare il dialogo fra le varie religioni e penso anzitutto a quello con l’Islam. Ho molto apprezzato la presenza, durante la Messa d’inizio del mio ministero, di tante Autorità civili e religiose del mondo islamico».

Il problema è che l’Islam non è una cosa unica, ma sono due (vedi riquadro) e che nessuna delle due fazioni ha un capo riconosciuto. Inoltre, sull’Iran, il Paese capofila degli sciiti, pesava l’embargo internazionale per il possibile sviluppo di armi nucleari.

E i rapporti diplomatici con i sunniti (la maggioranza dei musulmani) si erano, di fatto, interrotti nel 2001. La strage di cristiani copti in quel capodanno fu condannata da Benedetto XVI e questa venne considerata dal grande imam di Al Azhar, sceicco Ahmad Al-Tayyib(una della massime figure per i sunniti) una ingerenza negli affari egiziani. 

Ma il lavoro della diplomazia vaticana e la mediazione del Pontefice non si sono mai fermati, perché l’obiettivo di ristabilire la pace in Medio Oriente è sempre stato una priorità.

Lo dimostra la visita papale in Israele e in Palestina. E, soprattutto, l’ulivo di “pace” piantato nel giugno del 2014 in Vaticano dai due “nemici” di sempre, il presidente palestinese Abu Mazen e quello israeliano Shimon Peres.

Poi a novembre dello stesso anno c’è stato il viaggio di Francesco in Turchia, la visita e la preghiera nella moschea blu di Istanbul. «Quando sono andato in moschea» ha detto Francesco sul volo di ritorno «ho visto quella meraviglia, il Muftì che mi spiegava le cose con tanta mitezza, dove nel Corano di parlava di Maria e del Battista. In quel momento ho sentito il bisogno di pregare: per la Turchia, per il Muftì, per me che ne ho bisogno, soprattutto per la pace. Signore, finiamola con le guerre».  

Un avvicinamento continuo all’Islam che è stato coronato quest’anno a gennaio dall’incontro con Hassan Rouhani, il presidente dell’Iran, incontro definito dal Papa «importante, insieme ad altri Paesi della Regione, per promuovere adeguate soluzioni politiche». E poi, nei giorni scorsi, dall’arrivo in Vaticano del grande imam di Al Azhar, lo sceicco Ahmad Al Tayyb. Poco è emerso di quanto si siano detti  in Vaticano il Papa e l’imam (le fonti ufficiali parlano di “impegno per la pace nel mondo, rifiuto della violenza e del terrorismo”; ndr).

«Il nostro incontro è il messaggio» ha commentato il Papa rimarcando l’importanza del loro abbraccio: un altro importante passo sulla strada del dialogo e della pace. E, certamente, non sarà l’ultimo.

GLI ISLAM SONO DUE E SONO IN GUERRA DA PIù DI MILLE ANNI

La guerra in Iraq e in Siria, ma anche quella nello Yemen, le tensioni in Libano, gli attentati e le auto bomba che esplodono hanno una radice comune: la millenaria lotta tra sciiti e sunniti. Le due grandi confessioni dell’Islam nascono alla morte di Maometto. La maggioranza dei seguaci, oggi l’80% dei musulmani, i sunniti, appoggiarono Abu Bakr, padre della moglie del profeta. La minoranza sosteneva che al profeta dovesse succedere Ali, suo cugino e genero. La lotta per il potere non è mai esplosa in una guerra come quella dei 30 anni in Europa tra cattolici e protestanti ma non si è mai fermata. Nel tempo, hanno cominciato a emergere differenze sul piano religioso. Entrambe le confessioni seguono i cinque pilastri dell’Islam (credono in Allah, pregano rivolti alla Mecca, praticano l’elemosina, effettuano il digiuno nel Ramadan e seguono l’obbligo di recarsi alla Mecca) ma, mentre i sunniti basano la loro pratica religiosa sugli insegnamenti del profeta Maometto, gli sciiti vedono nei loro leader religiosi, gli ayatollah, un riflesso di Dio sulla Terra. Ora si fronteggiano le monarchie sunnite del Golfo e l’Iran sciita. Entrambe le fazioni appoggiano economicamente (o militarmente nello Yemen) i combattenti della propria confessione nei vari teatri di guerra e spingono per la destabilizzazione dei Paesi che non sono sotto la propria influenza.

di Franco Oppedisano

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