La Chiesa secondo Francesco: tenera e accogliente

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Francesco con il cardinale vicario Agostino Vallini (credits: Getty Images)

Francesco con il cardinale vicario Agostino Vallini (credits: Getty Images)

Comincia con una battuta l’intervento del Papa al convegno della Diocesi di RomaUn popolo che genera i suoi figli, comunità e famiglie nelle grandi tappe dell’iniziazione cristiana: «Avete detto tutto voi! Io do la benedizione e me ne vado». Il clima è disteso, il Papa è a suo agio nell’Aula Paolo VI, affollata dai fedeli della sua diocesi. Ascolta le testimonianze di chi l’ha preceduto che hanno messo in luce i problemi che i catechisti e gli animatori incontrano con i bambini e i ragazzi. E sarà stato questo ascolto partecipato a far sì che Francesco legga forse solo una pagina, delle 9 che aveva in mano, e per almeno 40 minuti a braccio racconta la sua idea di Chiesa. Alla fine, rivolgendosi al cardinale vicario Agostino Vallini, sussurra: «Sono stato troppo lungo?».

In realtà il suo discorso è intervallato da momenti di riflessione profonda e da alcune risate. Parlando del disorientamento che le persone vivono al giorno d’oggi – lo vede nelle parrocchie e lo legge dalle lettere che gli arrivano – il Papa dice che «la vita è spesso faticosa e non si riesce a trovarne il senso e il valore». Una vita accelerata, «disumana» che spinge i papà a lasciare i figli a letto la mattina e ritrovarli la sera che dormono.

“I ragazzi soffrono di orfanezza”
«Prima di venire qui» racconta Francesco «sono andato in cucina a prendere un caffè, c’era il cuoco e gli ho detto: “Tu per andare a casa tua di quanto tempo hai bisogno?”. “Di un’ora e mezzo…”. Un’ora e mezzo! E torna a casa, ci sono i figli, la moglie… E deve attraversare Roma nel traffico. Spesso capita a tutti noi di sentirci soli così». Il peso che ci schiaccia, aggiunge, che ci fa dubitare della vita che facciamo e i ragazzi lo sentono. La loro sofferenza si chiama “orfanezza”, «orfani di una strada sicura, di un maestro di cui fidarsi, di ideali che riscaldano il cuore. Orfani di gratuità» aggiunge il Papa mentre proprio di gratuità c’è bisogno in casa, a scuola e nella parrocchia.

“È difficile fare il parroco”
La certezza, però, è che l’amore di Gesù non ci lascia orfani mentre è proprio la società che rinnega i suoi figli. «Per esempio, a quasi il 40% dei giovani italiani non dà lavoro. Cosa significa? “Tu non mi importi! Tu sei materiale di scarto”». È il tema forte del pontificato di Francesco che, da tempo, ripete un’altra verità: «La Chiesa è madre». «Non una Ong ben organizzata» insiste il Papa «se la Chiesa non è madre, è brutto dire che diventa una zitella, ma diventa una zitella! È così: non è feconda». Le sue parole dirompenti sono sottolineate da un lungo applauso e da tante risate, anche quelle della suora che nella lingua dei segni traduce ai non udenti quanto dice il Papa.

È una verità semplice e forte che poco dopo rimarca. «Non è questione di andare a cercare proseliti, no, no! Andare a suonare al citofono: “Lei vuol venire a questa associazione che si chiama Chiesa cattolica?…”. La Chiesa, ci ha detto Benedetto XVI, non cresce per proselitismo, cresce per attrazione». E Francesco aggiunge per «attrazione materna». Una Chiesa che è però  invecchiata, «non dobbiamo parlare della “nonna” Chiesa » insiste ridendo il Papa «ma dobbiamo ringiovanirla! Non portandola dal medico che fa la cosmetica, no! La Chiesa diventa più giovane quanto più diventa madre. Essere nella Chiesa è essere a casa di mamma».

E poi Francesco scivola nel terreno che più ama, quello calcistico. L’individualismo fa invecchiare la Chiesa. Andiamo a
visitare un’istituzione che ci dà una certa identità, come la squadra di calcio: “Sono di questa squadra, sono tifoso della cattolica!” ». Il Papa indica le parole chiave della Chiesa: accoglienza e tenerezza. Accoglienti lo devono essere anche le segretarie parrocchiali e i preti che «hanno tanto lavoro» ma che non possono essere «impazienti». Una Chiesa dalle “porte aperte” e che nel futuro deve avere «speranza e pazienza».

Francesco esprime il timore di ripetersi ma poco dopo riprende a ragionare in libertà. «A me piace sognare una Chiesa che viva la compassione di Gesù, sentire quello che sentono gli altri, accompagnare nei sentimenti». Chiesa madre, dal cuore senza confini, animata da veri testimoni della fede. Prima di concludere il suo discorso, chiede a tutti «di studiare bene» i concetti espressi e poi aggiunge di voler tanto bene ai sacerdoti che non hanno un compito semplice. «È più facile fare il vescovo che il parroco! Perché noi vescovi abbiamo la possibilità di prendere le distanze, o nasconderci dietro il “Sua Eccellenza”, e quello ci difende!». La chiusura più degna di una grande lezione bergogliana.

di Benedetta Capelli

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