Joe Bastianich, giudice di MasterChef: “Ho fatto il cameriere per papa Francesco”

11 Ottobre 2015 News

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Bastianich cameriere

La sua opinione è chiarissima: «Il Papa è uno di noi: gli piace molto scherzare». L’imprenditore della ristorazione Joe Bastianich, uno dei quattro inflessibili giudici di Masterchef, nota gara culinaria in onda sul canale satellitare Sky Uno, parla lentamente, quasi ispirato, senza la grinta che l’ha reso famoso. E soppesa le parole.

L’uomo che ha avuto la fortuna di conoscere (e servire a tavola) due settimane fa è nientemeno che papa Francesco. Ai fornelli c’era mamma Lidia Bastianich, la vera cuoca di casa, con gli amici chef Fortunato Nicotra e Angelo Vivolo. È successo nella residenza dell’Osservatore della Santa Sede alle Nazioni Unite, a New York, dove il Pontefice alloggiava in una delle tappe del suo viaggio americano.

Bastianich, quanto è durato il vostro lavoro?

«Sono stati due giorni e mezzo intensi, di pranzi e cene. Sempre insieme con il Santo Padre».

Quanti ospiti aveva mediamente a tavola il Papa?

«Da 8-10 persone, per gli incontri più privati, sino a 15-18 nelle tavolate più affollate».

Come definirebbe questa esperienza?

«Bella, unica, fuori da ogni parametro. Anche difficile da descrivere, in qualche modo. Avevamo già cucinato nel 2008 per papa Ratzinger, Benedetto XVI, più austero. Anche quello fu un momento di grande ispirazione. Ma conoscendo Francesco capisci come un uomo da solo possa avere la forza di cambiare gli eventi».

Com’era il luogo che vi ospitava?

«Una casa molto grande e suggestiva sulla 77ª strada. Il punto di riferimento della Santa Sede a New York. Tanto legno scuro d’epoca, e la sensazione di sentirsi quasi in una chiesa».

Ci sono stati momenti memorabili?

«Per esempio quando a un certo punto Bergoglio è sgattaiolato in cucina, passando da un accesso di servizio che non avrebbe neppure dovuto usare, per andare a salutare i cuochi e stare un po’ con loro».

In barba agli uomini della sicurezza, che immaginiamo ci fosse…

«La sicurezza c’era. Ma lui appena può, da quel che ho capito, ama mollare i momenti ufficiali per stare con la gente».

Avevate restrizioni sul menù?

«Niente pasta, niente dolci. Invece molta frutta, verdura, carne magra… D’altra parte Francesco lavora 20 ore al giorno, ha 78 anni, una vita frenetica, e deve stare leggero. Chiamiamola dieta papale, o menu del Papa, se preferisce. Viene dall’Argentina, e ama la carne. Mi pare che abbia gradito molto i medaglioni di vitello alla boscaiola. Li ha presi due volte».

Com’è servire a tavola un Pontefice?

«Con me c’erano mia sorella Tanya, che era assente nel 2008, e Frank, il figlio dello chef  Vivolo. Una cosa volutamente molto familiare. Che dire… Sei lì, porti le pietanze, e intanto senti discorsi di straordinaria umanità, intelligenza, profondità e prospettiva sul mondo».

Che cosa vi siete detti?

«Con Ratzinger e altri cardinali avevamo parlato un po’ dei vini che produco io, di Amarone, e del modo di fare il vino bianco in Friuli. Con Francesco qualche chiacchiera molto semplice, con tono leggero. Lui adora scherzare sempre».

E dopo cena?

«Tutto molto tranquillo. Ratzinger aveva suonato al pianoforte un movimento di Mozart. Con lui non è successo».

C’erano altri obblighi nel protocollo?

«Una sorta di breve aperitivo offerto agli ospiti che avevano la fortuna di essere accolti dal Papa, servito poco prima dei pasti».

Che cosa pensa del suo lavoro?

«Non ho ancora le idee completamente chiare, ma conoscere l’uomo mi ha fatto capire la sua grandezza. Era lui che ci voleva in questo momento. Non dico che Francesco sia stato la salvezza della Chiesa, ma poco ci manca. Basta vedere anche come affronta qualsiasi problema, dalla comunicazione ad altre questioni interne. Se ha nemici credo vadano cercati a San Pietro, non fuori».

Lei quanti ristoranti possiede?

«La mia società ha 35 locali nel mondo, una dozzina dei quali a New York».

E il famoso “impiattamento” di ciò che portavate in tavola?

«Curatissimo, ovviamente. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la maniacalità con la quale i nostri chef hanno cercato le materie prime per cucinare per il Papa: c’era il branzino appena pescato appositamente per lui, i pomodori bio dell’orto di un altro chef… Una cura che noi mettiamo sempre, ma capirà che se si cucina per uno così ci si sente responsabilizzati».

Quasi in missione per conto di Dio…

«Esatto, bisogna cucinare da dio per Dio. Perché fare da mangiare per il Papa è come cucinare per Dio. Si vede la religiosità in una dimensione diversa».

Ci racconti la volta in cui lei ha mangiato come un Papa.

«Fortunatamente, col lavoro che faccio, mangio spesso come un Papa. È una delle grandi prerogative del mestiere che faccio».

di Franco Bagnasco

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