“In futuro sarò di nuovo parroco”

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  • Il Pontefice è stato intervistato a Casa Santa Marta dal giornalista spagnolo Henrique Cymerman (credits: Getty Images)
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  • Padre Konrad Krajewski insieme a Papa Francesco
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L’intervista è un’ampia sintesi di quella uscita sul quotidiano spagnolo La Vanguardia firmata da Henrique Cymerman.

I cristiani perseguitati sono una preoccupazione che mi tocca da vicino come pastore. So molte cose sulle persecuzioni che non mi sembra prudente raccontare per non offendere nessuno. Ma in qualche posto è proibito tener una bibbia o insegnare il catechismo o portare una croce. Desidero chiarire una cosa: sono convinto che la persecuzione contro i cristiani sia più forte oggi che nei primi secoli della Chiesa. Oggi ci sono più martiri cristiani che in quel periodo. Non è una fantasia, lo provano i
numeri».

La violenza in nome di Dio domina il Medio Oriente.
«È una contraddizione. La violenza in nome di Dio non corrisponde al nostro tempo. È qualcosa di antico. In una prospettiva storica bisogna dire che noi cristiani, a volte, l’abbiamo praticata. Quando penso alla guerra dei Trent’anni, era violenza in nome di Dio: oggi è inimmaginabile, non è vero? Per la religione arriviamo a contraddizioni molto gravi. Il  fondamentalismo per esempio. Nelle nostre tre religioni ci sono gruppi fondamentalisti, piccoli in confronto a tutto il resto».

Che cosa pensa del fondamentalismo?
«Un gruppo fondamentalista, anche se non uccide, anche se non picchia nessuno, è violento. La struttura mentale del  fondamentalismo è violenza in nome di Dio».

Qualcuno dice di lei che è un rivoluzionario.
«Dovremmo chiamare la grande cantante Mina, la cantante italiana e dirle «prendi questa mano zingara» e chiederle di leggermi il passato per vedere com’è (ride). Secondo me, la grande rivoluzione è andare alla radice, riconoscerla e vedere cosa queste radici hanno da dire ai nostri giorni. Non c’è contraddizione tra essere rivoluzionari e andare alla radice. Ma sono convinto che il mezzo per fare dei veri cambiamenti sia l’identità. Nessuno può fare un passo nella vita se non ha dietro questo, se non sa da dove viene, come si chiama, qual è la sua identità culturale e religiosa».

Ha rotto molte norme di sicurezza per stare vicino alla gente…
«Se mi deve succedere qualcosa, è nelle mani di Dio. Ricordo che in Brasile mi avevano preparato una papamobile chiusa, con il vetro, però io non posso salutare la gente e dire che la amo chiuso dentro una scatola di sardine, anche se di cristallo. Per me è come un muro. È vero che può succedermi qualcosa, però siamo realisti, alla mia età non ho molto da perdere».

Perché è importante una Chiesa povera e umile?
«Povertà e umiltà sono al centro del Vangelo e mi riferisco al significato teologico, non sociologico. Non si può comprendere il Vangelo senza la povertà, però bisogna distinguerla dal pauperismo. Credo che Gesù voglia che i vescovi non siano principi, ma servitori».

Cosa può fare la Chiesa per ridurre la disuguaglianza tra ricchi e poveri?
«È provato che con gli avanzi di pasto possiamo  dar da mangiare a chi ha fame. (…) Credo che siamo in un sistema economico che non va bene. Al centro di tutto il sistema economico deve esserci l’uomo, l’uomo e la donna, e tutto il resto deve essere al servizio dell’uomo. Ma noi abbiamo messo al centro di tutto il denaro, il dio denaro. Siamo caduti in un peccato di idolatria, idolatria del denaro.

L’economia si muove con l’affanno di averne di più ma, paradossalmente, si alimenta una cultura dell’esclusione. Si escludono i giovani quando si limita la natalità. Si escludono gli anziani perché non servono, non producono, sono una componente passiva. Escludendo i giovani e gli anziani si toglie il futuro di un popolo. Perché i giovani hanno la forza di andare avanti e gli anziani ci danno la saggezza, detengono la memoria di un popolo e devono trasmetterla ai giovani. Adesso va di moda escludere i giovani con la disoccupazione.

A me preoccupa molto l’indice di disoccupazione dei giovani che in alcuni Paesi supera il 50% . Qualcuno mi ha detto che 75 milioni di giovani europei sotto i 25 anni sono disoccupati. È una barbarie. Però escludiamo un’intera generazione per mantenere un sistema economico che non funziona, un sistema che per sopravvivere deve fare la guerra, come hanno sempre fatto i grandi imperi. Ma dal momento che non si può fare la terza guerra mondiale, allora si fanno guerre locali.

Questo che significa? Che si fabbricano e si vendono armi, e con questo i bilanci dell’economia idolatrica, le grandi economie mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo denaro, ovviamente si sanano. Questo pensiero unico ci toglie la ricchezza della diversità di pensiero e pertanto la ricchezza del dialogo tra le persone. La globalizzazione ben compresa è una ricchezza. Una globalizzazione non compresa è quella che annulla le differenze. È come una sfera con tutti i punti equidistanti dal centro. Una globalizzazione che arricchisce è come un poliedro, tutti uniti, ma ognuno conserva le sue particolarità, la sua ricchezza, la sua identità. Ma questo non c’è».

La Preghiera per la Pace di domenica 8 giugno non è stata facile da organizzare, non aveva precedenti. Come si è sentito?
«So che non è stato facile, sapevo che era qualcosa che sfuggiva a tutti. Qui in Vaticano il 99 per cento diceva che non si sarebbe fatto, poi l’1 per cento ha cominciato a crescere. Io sentivo che eravamo spinti a fare una cosa che a poco  a poco prendeva corpo. Non era per niente un atto politico, ma un atto religioso: aprire una finestra sul mondo».

Perché ha scelto di mettersi nel ciclone del Medio Oriente?
«Il vero occhio del ciclone per l’entusiasmo che ho trovato è stata la giornata mondiale della gioventù a Rio l’anno scorso. In Terrasanta sono andato perché mi ha invitato il presidente Peres. Sapevo che il suo mandato terminava questa primavera, così mi sono sentito obbligato ad andare a tutti costi prima. Il suo invito ha fatto anticipare il viaggio. Io non avevo pensato di farlo».

Perché è così importante per ogni cristiano visitare Gerusalemme e la Terra Santa?
«Per la rivelazione, perché tutto è cominciato lì. È come il cielo sulla terra, un anticipo di quello che ci aspetta nell’aldilà, nella Gerusalemme celestiale».

Lei e il suo amico rabbino Skorka vi siete abbracciati al Muro del Pianto. Che importanza ha avuto questo gesto per la riconciliazione tra cristiani ed ebrei?
«Al Muro c’era il mio buon amico il professor Omar Abu, presidente del dialogo interreligioso, padre di due bambini. E anche amico del rabbino Skorka. Voglio molto bene a tutti e due, e volevo che questa amicizia tra noi tre si vedesse come testimonianza»

Un anno fa mi disse che «dentro ogni cristiano c’è un ebreo».
«Forse sarebbe più corretto dire che non si può vivere il proprio cristianesimo, essere un vero cristiano, se non si riconoscono le proprie radici ebraiche. Non parlo di ebrei nel significato semitico di razza, ma in quello religioso. Credo che il dialogo  interreligioso debba fondarsi su questo, nella radice ebraica del cristianesimo, nel fiorire cristiano dal giudaismo. Capisco
che è una sfida, un tema caldo, ma si può fare da fratelli. Io prego tutti i giorni Dio con i salmi di Davide. I 150 salmi li recito in una settimana. La mia preghiera è ebrea e dopo faccio la comunione che è cristiana».

Come vede l’antisemitismo?
«Non saprei spiegare perché ci sia, ma credo che appartenga in generale e senza una regia fissa alla destra. L’antisemitismo si annida nelle correnti politiche di destra più che di sinistra, no? E continua ancora. C’è  persino chi nega l’olocausto. Una follia».

Un suo progetto è aprire gli archivi vaticani sull’Olocausto.
«Faranno molta luce».

La preoccupa qualcosa che potrà essere scoperta?
«Su questo tema quello che mi preoccupa è la figura di Pio XII, il papa che guidò la Chiesa durante la Seconda Guerra Mondiale. A Pio XII è stato addossato di tutto. Però prima era considerato il grande difensore degli ebrei. Ne nascose molti nei conventi di Roma e di altre città italiane e anche nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Lì, proprio nel suo letto, sono nati 42 bambini, figli di ebrei e di altri perseguitati rifugiati lì. Non voglio dire che Pio XII non abbia commesso errori – io stesso ne faccio tanti – ma il suo ruolo va letto nel contesto dell’epoca. Era meglio, per esempio, che non parlasse perché non uccidessero più ebrei, o che lo facesse? Voglio anche dire che mi fa venire l’orticaria esistenziale quando vedo che tutti se la prendono con la Chiesa e Pio XII e si scordano delle grandi potenze. Lo sa che conoscevano perfettamente la rete ferroviaria dei nazisti che portava gli ebrei nei campi di concentramento? Avevano le foto. Però non hanno bombardato quelle linee ferroviarie. Perché? Sarebbe bene parlare un po’ di tutto».

Lei si sente ancora un parroco o si sente il capo della chiesa?
«La dimensione di parroco è quella più vicina alla mia vocazione. Servire la gente mi viene da dentro. Spengo la luce per non sprecare denaro, per esempio. Sono cose che fa un parroco. Però mi sento anche papa. Mi aiuta a fare le cose con serietà. I miei collaboratori sono molto seri. Mi aiutano a compiere il mio dovere. Non devo giocare al papa parroco. Sarei un immaturo. Quando viene un capo di Stato, devo riceverlo con la dignità e il protocollo che merita. È vero che ho problemi con il protocollo, ma devo rispettarlo».

Lei sta cambiando molte cose. Verso quale futuro portano questi cambiamenti?
«Non sono un illuminato. Non ho nessun progetto in tasca, semplicemente perché non ho mai pensato che sarei arrivato qua, in Vaticano. Lo sa tutto il mondo. Sono venuto con una valigetta, per ritornare subito dopo a Buenos Aires. Quello che sto facendo è quello su cui noi cardinali abbiamo riflettuto durante la Congregazione Generale, cioè le riunioni durante il Conclave, in cui abbiamo riflettuto sui problemi della Chiesa. Da lì sono uscite riflessioni e raccomandazioni. Una molto concreta è stata quella che il futuro Papa doveva avere consulenze esterne, vale a dire una squadra di consiglieri che non risiedono in Vaticano».

E lei ha creato il cosiddetto consiglio degli Otto.
«Sono otto cardinali da tutti i continenti e un coordinatore. Si riuniscono qui ogni due o tre mesi. Adesso, il primo di luglio facciamo una riunione di quattro giorni, e faremo i cambiamenti che gli stessi cardinali ci chiedono. Non siamo obbligati, ma sarebbe imprudente non ascoltare quello che sanno».

Ha fatto anche un grande sforzo per riavvicinarsi alla Chiesa ortodossa.
«La venuta a Gerusalemme del fratello Bartolomeo I era per commemorare l’incontro tra Paolo VI e Atenagora I. Fu un incontro dopo più di mille anni di separazione. Dal Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha fatto lo sforzo di avvicinarsi e la Chiesa ortodossa lo stesso. Con alcune chiese ortodosse c’è più vicinanza di altre. Chiesi che Bartolomeo I venisse con me a Gerusalemme e li ci fu la proposta di venire anche alla preghiera per la Pace in Vaticano. Per lui è stato un passo rischioso perché gli si poteva rivolgere contro, ma doveva fare questo gesto di umiltà. Per noi è necessario perché è inconcepibile che i cristiani siamo divisi, un peccato storico che dobbiamo riparare».

Davanti all’avanzata dell’ateismo, cosa pensa della gente che dice che scienza e religione sono inconciliabili?
«C’è stata un’avanzata dell’ateismo nell’epoca più esistenzialista, quella sartriana. Però dopo c’è stata l’avanzata di una maggiore ricerca spirituale, di incontro con Dio, in mille modi, non necessariamente attraverso le religioni tradizionali. Lo scontro tra scienza e fede ha avuto il suo momento topico nell’Illuminismo, ma oggi non è tanto di moda, grazie a Dio, perché abbiamo dato conto della vicinanza che c’è tra le due cose. Papa Benedetto XVI ha insegnato molto sulla relazione tra scienza e fede. In linea generale, al giorno d’oggi gli scienziati sono più rispettosi verso la fede e lo scienziato agnostico o ateo dice “non mi permetto di entrare in questo campo».

Lei ha conosciuto molti capi di Stato.
«Sono venuti in molti ed è interessante la loro varietà. Ognuno ha la sua personalità. Ho notato una relazione trasversale tra i politici giovani, che siano di centro, di sinistra o di destra. Parlano degli stessi problemi, ma con una nuova musica, e questo mi piace, mi dà speranza, perché la politica è una delle forme più elevate di amore, di carità. Perché? Perché porta al bene comune. Una  persona che, potendo farlo, non si occupa di politica per il bene comune, è egoista. Se usa la politica per il bene proprio, è corrotta. Cinque anni fa i vescovi francesi hanno scritto un documento pastorale che è una riflessione dal titolo “Riabilitare la politica”. Un testo preciso per rendersi conto di tutte queste cose».

Che cosa pensa della rinuncia di Benedetto XVI?
«Papa Benedetto ha fatto un gesto molto grande. Ha aperto una porta, ha creato un’istituzione, quella degli eventuali papi emeriti. Settant’anni fa non c’erano vescovi emeriti. Oggi quanti ce ne sono? Bene, dal momento che viviamo di più, arriviamo a un’età dove non possiamo portare avanti le cose. Io farò lo stesso, chiederò al Signore che mi illumini quando arriverà il momento e mi dica quello che devo fare, e me lo dirà di sicuro».

Ha riservato una stanza in una casa di riposo a Buenos Aires.
«Si, una casa di riposo di sacerdoti anziani. Io ho lasciato l’arcivescovado alla fine dello scorso anno e ho presentato la rinuncia a papa Benedetto quando ho compiuto 75 anni. Ho scelto un posto e ho detto “voglio venire a vivere qua”. Lavorerò come strong>prete, aiutando le parrocchie, questo sarà il mio futuro quando non sarò più Papa».

Non le chiedo per chi fa il tifo ai Mondiali…
«I brasiliani mi hanno chiesto di essere neutrale (ride) e mantengo la mia parola, perché brasiliani e argentini sono sempre stati avversari».

Come vorrebbe essere ricordato dalla Storia?
«Non ci ho pensato, ma mi piace quando qualcuno ricorda un altro e dice: “Era una brava persona, ha fatto quel che poteva, e non ha fatto male. Mi ritrovo in questo».

 

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