Il Santo Padre ribadisce: “Il carcere per rieducare e non reprimere”

27 Novembre 2019 News

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Credit Osservatore Romano

In molte occasioni papa Francesco si è soffermato sulla problematica condizione di chi è recluso in carcere. E così, anche nel suo incontro con i Responsabili regionali e nazionali della Pastorale Penitenziaria, tenutosi in Vaticano lo scorso venerdì 8 novembre presso la Sala Clementina, il Pontefice ha voluto lanciare un nuovo appello.

«Il carcere serve per rieducare, non per reprimere» ha detto Bergoglio esortando i cristiani a non punire con l’indifferenza chi esce dalla cella, ma favorendo il reinserimento lavorativo e sociale. Dopo aver condannato l’abuso della carcerazione preventiva, il Papa ha anche ribadito: «Come ho già segnalato in altre occasioni, la situazione delle carceri continua a essere un riflesso della nostra realtà sociale e una conseguenza del nostro egoismo e indifferenza sintetizzato in una cultura dello scarto» ha ricordato il Papa riprendendo una frase che aveva pronunciato nel 2016, in Messico, in occasione della visita al centro di riabilitazione sociale di Ciudad Juarez. E ha aggiunto: «Molte volte la società, mediante decisioni legaliste disumane, giustificate da una presunta ricerca del bene e della sicurezza, cerca nell’isolamento e nella detenzione di chi agisce contro le norme sociali, la soluzione ultima ai problemi della vita di comunità». E rivolgendosi ai cappellani presenti e che provenivano da tutto il mondo, il Pontefice ha ricordato come chi esce di prigione si trova spesso ad affrontare un mondo che gli è «estraneo e che non lo riconosce degno di fiducia».

di Francesco Morrone

 

Di questi temi abbiamo avuto modo di parlare con don Claudio Burgio, che da 15 anni è il cappellano dell’Istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano. Che ci accoglie così: «Ha ragione papa Francesco: il carcere deve sempre mirare alla rieducazione, garantendo opportunità di sviluppo, educazione e lavoro a tutti i detenuti». Fondatore dell’Associazione Kayros che da vent’anni gestisce comunità di accoglienza per minori, don Claudio nel 2005 è diventato collaboratore di don Gino Rigoldi che da 50 anni è il cappellano dell’Istituto penale milanese per minorenni.

«Quando si parla di carcere minorile, l’attenzione deve essere posta sia sull’aspetto giuridico che su quello educativo», racconta don Burgio. «Ci sono ragazzi che purtroppo finiscono per identificarsi con il reato che hanno commesso, pensando di restare rapinatori o spacciatori per tutta la vita: invece sono solo persone che hanno commesso un errore e che vanno recuperate».

Secondo il pensiero del parroco, bisogna favorire l’inserimento sociale dei detenuti attraverso il lavoro, perché «chi lavora non torna a delinquere». In altre parole, spiega don Claudio, «bisogna inserire i ragazzi, ma anche gli adulti, in progetti di studio, di formazione, di lavoro: bisogna tracciare un percorso che faccia in modo che quando il minore esce dal carcere trovi una realtà esterna che lo aspetti e che lo accolga».

 

Parlando con don Claudio Burgio si scopre che sono tante le storie di riscatto che in questi anni ha avuto modo di conoscere, tanti adolescenti che dopo l’esperienza più o meno lunga in carcere sono riusciti a realizzarsi nella vita. «Uno di questi è un ragazzo di nome Daniel, cresciuto nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro e finito in carcere per una rapina. Dopo essere tornato in libertà, a 23 anni si è rimesso a studiare e non solo è riuscito a laurearsi, ma oggi va nelle scuole a raccontare la propria esperienza».

C’è poi la storia di un ragazzo di Pavia che, dopo aver scontato una condanna per spaccio di droga, è rimasto nella comunità Kayros dove ha iniziato a rendersi utile nell’allestimento di palchi, impianti audio e luci per spettacoli musicali.

Una passione, la sua, che è poi diventata un vero e proprio lavoro, finché quest’estate è andato in tournée con il cantautore Ligabue, occupandosi del montaggio dei megaschermi per i suoi concerti. «Sono esempi positivi» evidenzia don Burgio, «che alimentano la speranza e dimostrano che chiunque ha commesso un errore può tornare a fare del bene».

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