Il Santo Padre cambia le regole per gli ambasciatori vaticani

27 Febbraio 2020 News

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Credit Osservatore Romano

Missione: per papa Francesco questa parola ha un valore enorme, perché in un certo senso rappresenta la sua visione della Chiesa. Lo ha detto in un’omelia dello scorso ottobre: «“Dio ama chi dona con gioia”, dice la 2ª Lettera ai Corinzi. Ama dunque una Chiesa in uscita, missionaria. Attenti: se non è in uscita non è Chiesa… Per favore, non viviamo una fede “da sacrestia”».

Ora Francesco ribadisce l’idea comunicando il desiderio di veder cambiare il “piano di studi” della Pontificia Accademia Ecclesiastica, la scuola che prepara i sacerdoti a entrare nel corpo diplomatico. Dal prossimo anno scolastico i nuovi alunni, futuri ambasciatori vaticani (i “nunzi”), dovranno dedicare un anno della loro formazione all’impegno missionario. Non sarà uno stage, un tirocinio: sarà proprio la classica missione nel mondo, là dove una diocesi avrà bisogno di sacerdoti.

Il Papa ha espresso questo desiderio, che è poi una decisione ufficiale, in una lettera dell’11 febbraio a monsignor Joseph Marino, il vescovo e nunzio statunitense che da ottobre guida l’Accademia. Ha scritto Francesco: “Sono convinto che una tale esperienza potrà essere utile a tutti i giovani che si preparano o iniziano il servizio sacerdotale, ma in modo particolare a coloro che saranno chiamati a collaborare con i rappresentanti pontifici e, in seguito, potranno diventare a loro volta inviati della Santa Sede presso le Nazioni e le Chiese particolari. Infatti, come ho già avuto modo di ricordare alla comunità di codesta Pontificia Accademia Ecclesiastica, «La missione che un giorno sarete chiamati a svolgere vi porterà in tutte le parti del mondo. In Europa, bisognosa di svegliarsi; in Africa, assetata di riconciliazione; in America Latina, affamata di nutrimento e interiorità; in America del Nord, intenta a riscoprire le radici di un’identità che non si definisce a partire dalla esclusione; in Asia e Oceania, sfidate dalla capacità di fermentare in diaspora e dialogare con la vastità di culture ancestrali»”.

Francesco aveva anticipato questa sua intenzione al termine del Sinodo per l’Amazzonia, nel quale tanto si era parlato della drammatica scarsità di sacerdoti negli angoli più lontani e “disagiati” del mondo.

Secondo il Pontefice, la nuova regola potrebbe aiutare a riaccendere il fuoco missionario: “Sono certo che, superate le iniziali preoccupazioni che potrebbero sorgere di fronte a questo nuovo stile di formazione, l’esperienza missionaria che si vuole promuovere tornerà utile non soltanto ai giovani accademici, ma anche alle singole Chiese con cui questi collaboreranno e, me lo auguro, susciterà in altri sacerdoti della Chiesa universale il desiderio di rendersi disponibili a svolgere un periodo di servizio missionario fuori della propria Diocesi”.

Ancora una volta papa Francesco ha parlato “dal cuore” e ha tratto stimolo dalla sua esperienza. Ricordiamo, infatti, che quand’era giovane studente di Teologia fece domanda per essere mandato missionario in Giappone, ma non poté partire perché secondo i superiori gesuiti la malattia al polmone lo aveva indebolito troppo.

di Enrico Casarini

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