Il Papa nomina vescovi due semplici preti di strada

5 Novembre 2015 Gente di Francesco, News

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Credit Osservatore Romano

Monsignor Matteo Maria Zuppi con il Papa: “Mi ha chiamato e dato coraggio: mi ha detto di non dimenticarmi mai delle periferie”. Credit Osservatore Romano

Bologna e Palermo: due città complesse, difficili, distanti, non solo geograficamente o culturalmente, da oggi hanno una cosa in comune: i nuovi vescovi alla guida delle loro diocesi sono stati voluti fortissimamente da papa Francesco.

La scelta del Santo Padre è caduta su monsignor Matteo Maria Zuppi, finora vescovo ausiliare a Roma per il settore Centro, e su monsignor Corrado Lorefice, parroco di San Pietro Apostolo a Modica (Ragusa). 

Entrambi vengono “dalla strada”. Sono quei sacerdoti che servono alla mensa dei poveri, che si rimboccano le maniche per aiutare a trasformare la palestra della chiesa in un rifugio per i senzatetto; sono quei preti che ascoltano e parlano con la gente, che riconoscono i volti…

Dunque è chiaro che sapranno interpretare al meglio l’idea di vescovo che il Papa ha spesso detto di avere: un pastore «con l’odore delle pecore addosso», che abbia nel vocabolario due parole importanti come misericordia e tenerezza. 

Ecco perché i giornali li hanno definiti “i vescovi di Bergoglio”.

Eppure don Corrado il Papa l’ha visto una volta sola in vita sua, «ma da lontano lontano, a un’udienza generale», spiega sorridendo. «Francesco non sa nemmeno che faccia ho e non l’ho mai sentito neppure al telefono. Pensavo che non sapesse nulla di me! E invece, evidentemente, qualcuno deve avergli parlato», dice. 

Don Corrado è siciliano di Ispica, nel ragusano; ha 53 anni, è figlio di un maestro ed è laureato in Teologia; l’anno scorso ha pubblicato il libro La compagnia del Vangelo su don Pino Puglisi, sacerdote del quartiere palermitano di Brancaccio assassinato dalla mafia, ed è amico di don Luigi Ciotti, uno dei sacerdoti italiani più impegnati contro la criminalità organizzata (di lui abbiamo parlato sul numero 4 del 2014, ndr).

Le sue parole tradiscono emozione e umanità: «Quando ho saputo della nomina è stato quasi un trauma: mi sono tremate le gambe quando monsignor Adriano Bernardini (il nunzio apostolico in Italia: l’ambasciatore del Vaticano nel nostro Paese) mi ha detto: “Palermo!”… Poi ci ho pensato e ripensato, e ho dato la mia adesione, perché sono convinto che se mi viene chiesto di fare questo, mi sarà data anche la forza per portarlo avanti». 

Monsignor Lorefice si commuove quando ricorda la sua famiglia, l’insegnamento che gli hanno dato i genitori: porte sempre aperte, accogliere tutti, dare attenzione ai più deboli e, se c’è un povero che ha fame, «aggiungi un posto a tavola!». Ma si commuove anche perché mentre parla con Il mio Papa, tanta gente lo ferma, lo saluta, e lui non riesce a dire altro che «Grazie». 

Formalmente don Corrado non è ancora vescovo: sarà ordinato il 5 dicembre. Dopodiché Palermo diventerà la sua casa.

Cosa farà? Non resterà chiuso in arcivescovado. La sua missione sarà “farsi prossimo”, cioè curarsi degli altri. L’esempio di don Puglisi rimane il suo punto di riferimento: come lui, non ha paura della Mafia e del racket della prostituzione, e ha intenzione di combatterli lavorando per creare coscienze e uomini liberi. La sua arma sarà il Vangelo: «Spero di condividerlo con la mia gente», spiega, «facendomi io per primo testimone di Cristo».

Monsignor Matteo Maria Zuppi, invece, ha incontrato diverse volte il Papa, e con lui ha anche concelebrato in varie occasioni, ma questo, dice, «Non è un vanto, piuttosto è una grazia».

Romano di nascita, don Matteo (tutti lo chiamano così…) ha 60 anni, gira in utilitaria ed è lo storico assistente spirituale (cioè il punto di riferimento pastorale) della Comunità di Sant’Egidio, che si occupa di poveri e immigrati. Don Matteo, però, aiuta i poveri fin da quando aveva 15 anni e senza il servizio in loro favore non avrebbe nemmeno deciso di fare il prete.

La sua nomina ad arcivescovo di Bologna era “annunciata”, diversi giornali avevano fatto il suo nome, ma don Matteo era convinto che fosse soltanto una voce. Si è dovuto ricredere ai primi di ottobre: papa Francesco, racconta, «mi ha chiamato, mi ha dato coraggio e mi ha detto di non dimenticarmi mai delle periferie»

Sarà stato il suo essere un “prete di strada” a motivare la scelta di papa Bergoglio? «Credo che questa definizione di “prete di strada” sia per certi versi curiosa», risponde monsignor Zuppi, «perché penso che tutti i preti siano fatti per la strada: vogliono e devono stare per la strada. Forse, però, la mia storia pastorale può essere stato uno dei motivi di questa scelta». 

Ovviamente don Matteo è un po’ dispiaciuto di lasciare Roma, soprattutto il quartiere di Trastevere dove conosce tutti e tutti lo conoscono, ma sembra che i bolognesi abbiano accolto la nomina con entusiasmo e non vede l’ora di conoscerli: «Sono felice di servire una città e una Chiesa che hanno una storia e una spiritualità così profonde».

Don Matteo è certo (lo ha scritto nella lettera inviata alla nuova diocesi) che l’amore dei bolognesi lo cambierà e che per lui sarà fondamentale incontrare questo  territorio e i suoi problemi. Nessuna distanza, dunque, ma vicinanza, comunione, e il desiderio di guardare Bologna con “simpatia”.

«Spero che i bolognesi perdoneranno il mio accento romano e prometto che imparerò presto il dialetto… Soprattutto parole come “teneressa”, “caressa”…», dice imitando scherzosamente l’accento felsineo, «Parole che stanno così a cuore a papa Francesco!». 

La strada di papa Bergoglio verso «una Chiesa povera e per i poveri» dunque prosegue, con due volti nuovi, due vescovi giovani che, per quanto hanno già fatto, sono una promessa di cambiamento. 

di Cecilia Seppia

45 Mons Corrado Lorefice

Monsignor Corrado Lorefice: “Pensavo che il Papa non sapesse nulla di me, non l’ho mai sentito neppure al telefono. E invece…”.

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