Il Papa incontra Charly Olivero, prete fra gli ultimi

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Una strada della Villa 20, baraccopoli di Buenos Aires dove vivono circa 25mila persone (credits: Getty Images)

Una strada della Villa 20, baraccopoli di Buenos Aires dove vivono circa 25mila persone (credits: Getty Images)

Si sono scambiati messaggi e lettere: padre Carlos “Charly” Olivero ne aveva un pacco da consegnare a Jorge Mario Bergoglio. Da quando è diventato Papa, non si erano più visti; lui, sacerdote 38enne ordinato nel 2005 dal suo arcivescovo di Buenos Aires, continua a vivere nella Villa-Miserias 21, favela ai margini della capitale argentina.

E’ un microcosmo di 63 ettari in cui convivono circa 60mila persone, dove padre Charly si occupa della radio locale, del giornalino distribuito porta a porta e soprattutto dei suoi “chicos” (i ragazzini) sprofondati nella schiavitù del “paco”. «Il paco è una droga terribile, che provoca una dipendenza fortissima e devasta la vita delle persone», testimonia il giovane Carlos, di lontane origini piemontesi e con qualche antenato nelle Asturie, in Spagna settentrionale.

Martedì 2 settembre ha potuto finalmente riabbracciare Bergoglio: «L’ho trovato proprio bene, sereno. Abbiamo parlato degli amici comuni, mi ha chiesto come va il lavoro pastorale e come lo stiamo portando avanti», riferisce padre Olivero, in Italia per raccontare la sua esperienza.

“Nelle baraccopoli ho trovato Dio”
La sua testimonianza, insieme con quella di altri curas villeros, è sintetizzata nel volume Preti dalla fine del mondo, scritto dalla giornalista argentina Silvina Premat e fresco di stampa per la Emi. Charly – lo hanno soprannominato così i compagni di scuola – era fidanzato, ma è rimasto folgorato dall’annuncio del Vangelo nelle baraccopoli e ha deciso di entrare in seminario. Dove ha conosciuto il futuro Pontefice: «Veniva a trovarci spesso, ascoltava le nostre domande e ci incoraggiava: era il “nostro” vescovo, molto aperto. Parlava del sacerdozio e di come dovevamo viverlo, a servizio della gente, con la massima umiltà», ricorda padre Olivero.

Il rapporto fraterno resta anche dopo l’ordinazione sacerdotale: «Almeno una volta l’anno andavo in Curia per un colloquio con lui. E lui veniva spesso a trovarci nelle Villas. A un certo punto gli parlai del progetto di un coordinamento da mettere in piedi per sostenere i ragazzi e gli adulti dipendenti dal “paco”. Un’iniziativa che avrebbe avuto anche un peso politico e sociale. Lui mi rispose: “Ho sempre fiducia in te, vai avanti”».

Una benedizione a voce che si trasformò ben presto in un segno concreto: il 20 marzo 2008, Giovedì Santo, l’arcivescovo di Buenos Aires decise di presiedere la lavanda dei piedi presso l’Hogar de Cristo, la prima struttura di accoglienza che in quel momento veniva inaugurata e ospitava 7 giovani tossicodipendenti, e non 12 come vorrebbe il rito: «Mancavano 5 apostoli all’appello, ma per lui fu lo stesso», scherza padre Charly, che di quella sera ha impressi nella memoria gesti e parole. «Un ragazzo aveva uno scorpione tatuato sul polpaccio: sembrava che stesse pungendo la testa di Bergoglio mentre gli baciava il piede», racconta con un sorriso.

Poi «due consegne importantissime, divenute un punto di riferimento e una guida per la nostra missione: nell’omelia disse che il lavoro di recupero si fa corpo a corpo, dedicandosi a ogni singola persona in modo “artigianale”; non può essere un lavoro “in serie”, simile a quello in una catena di montaggio, perché ogni ragazzo è diverso. E poi aggiunse: “Devi accogliere tutte le vite come vengono, come si presentano; non puoi mettere un filtro morale o sociale alla gente che viene. Sei chiamato ad accogliere tutti, con la loro intera esistenza”. Per noi ha voluto dire prendersi cura anche delle famiglie dei tossicodipendenti. Non importa se hai ucciso, se hai rubato, se ti prostituisci e se continui a farlo. Nel nostro “Hogar” dobbiamo accoglierli come il Padre misericordioso».

di Laura Badaracchi

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