Con il Rito delle Ceneri il Papa ha aperto il periodo di penitenza

6 Marzo 2020 News

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Credit Osservatore Romano

Toglie lo zucchetto e come un semplice fedele, Francesco china il capo per ricevere le ceneri dalle mani del cardinale Jozef Tomko, prefetto emerito di Propaganda Fide e titolare della Basilica di Santa Sabina, poi a sua volta, dopo averle asperse con acqua benedetta, le impone ai presenti in una lunga fila che scorre in silenzio. È un’immagine forte, simbolo del tempo quaresimale che il Papa ci ha regalato lo scorso mercoledì avviando, con il rito della Statio (dal latino “stazione, sosta”, ndr), la tradizionale processione da Sant’Anselmo a Santa Sabina. Poi la Messa conclusiva che precede i quaranta giorni che ci separano dalla Pasqua.

La cornice di questa intensa e ricca celebrazione è il colle Aventino, uno dei Sette che dominano Roma, di solito frequentato dai turisti e animato dagli schiamazzi dei ragazzini che vanno a giocare nel Giardino degli Aranci, oggi invece stretto in preghiera attorno al Successore di Pietro.

Da questa vista che schiude alla bellezza intatta, nonostante le polveri del tempo, il Santo Padre nell’omelia spiega il significato della cenere e dice subito: «La polvere sul capo ci riporta a terra, ci ricorda che veniamo dalla terra e che in terra torneremo. Siamo cioè deboli, fragili, mortali. Nel corso dei secoli e dei millenni siamo di passaggio, davanti all’immensità delle galassie e dello spazio siamo minuscoli». Siamo polvere nell’universo, sostiene Bergoglio, ma «polvere amata da Dio», quindi «polvere preziosa, destinata a vivere per sempre».

E, fatta questa premessa, insiste sul senso ultimo della Quaresima: «La Quaresima non è il tempo per riversare sulla gente inutili moralismi, ma per riconoscere che le nostre misere ceneri sono amate da Dio. È tempo di grazia, per accogliere lo sguardo d’amore di Dio su di noi e, così guardati, cambiare vita. Siamo al mondo per camminare dalla cenere alla vita. Allora, non polverizziamo la speranza, non inceneriamo il sogno che Dio ha su di noi. Non cediamo alla rassegnazione».

Francesco invita i fedeli a lasciare che la cenere ricevuta sul capo scuota i pensieri e poi li spinge a porsi una domanda: «Io, per che cosa vivo?».

Per i soldi? Per il prestigio? Per la carriera? Per la smania di possesso? Se viviamo per tutto questo, risponde in modo perentorio, viviamo solo di polvere. La cenere ci ricorda invece che non possiamo vivere per tutto ciò che svanisce con un colpo di vento, perché soltanto l’amore dura, soltanto l’amore salva.

Il Pontefice alza poi il tono per denunciare tutte quelle «polveri di morte» che devastano il mondo e sporcano il cuore, persino quello della Chiesa: «Macerie, distruzione, guerra. Vite di piccoli innocenti non accolti, vite di poveri rifiutati, vite di anziani scartati. Continuiamo a distruggerci, a farci tornare in polvere. E quanta polvere c’è nelle nostre relazioni! Guardiamo in casa nostra, nelle famiglie: quanti litigi, quanta incapacità di disinnescare i conflitti, quanta fatica a chiedere scusa, a perdonare, a ricominciare, mentre con tanta facilità reclamiamo i nostri spazi e i nostri diritti! C’è tanta polvere che sporca l’amore e abbruttisce la vita. Anche nella Chiesa, la casa di Dio, abbiamo lasciato depositare tanta polvere, la polvere della mondanità».

Quindi conclude questa omelia del Mercoledì delle Ceneri, mettendo in guardia da un tipo particolare di polvere: quella dell’ipocrisia. Gesù infatti – afferma il Papa – non dice solo di compiere opere di carità, di pregare o digiunare ma di fare tutto ciò senza finzioni e doppiezze. E la Quaresima è il tempo idoneo per rendersi conto dell’opportunità di un cambio di passo: non fare più le cose per il nostro ego ma per Dio, recuperare coerenza, pulire il cuore. Ammonisce il Santo Padre: «Quante volte ci proclamiamo cristiani e nel cuore cediamo senza problemi alle passioni che ci rendono schiavi! Quante volte predichiamo una cosa e ne facciamo un’altra! Quante volte ci mostriamo buoni fuori e coviamo rancori dentro! Quanta doppiezza abbiamo nel cuore. È polvere che sporca, cenere che soffoca il fuoco dell’amore».

di Cecilia Seppia

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