Il Papa e la sua “regola dei tre esempi“

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Credits: Getty Images

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Tre parole, tre verbi, tre immagini… Avete notato che nelle omelie e nei discorsi, papa Francesco è solito fare le sue spiegazioni usando sempre tre esempi per volta? Lo ha fatto anche il 21 luglio, per esempio, al convegno sulla schiavitù moderna e il cambiamento climatico organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze. Parlando della disoccupazione, ha condannato la crescita del «lavoro in nero, del lavoro senza contratto, del “lavoro organizzato sotto banco”». Uno, due, tre… Lo aveva fatto all’Angelus del 19 luglio, quando aveva elencato i «verbi del pastore»: vedere, avere compassione e insegnare. Uno, due, tre…

Questa “abitudine” non è casuale. Il Santo Padre fa un uso ricorrente della cosiddetta “pedagogia triadica”. Cosa vuol dire? Impiega tre parole, tre termini, tre esempi, per rappresentare nel modo più efficace il suo pensiero alle menti degli ascoltatori e farlo poi rimanere inciso nella loro memoria. Se ci pensate, è un modo di fare che si pratica fin da bambini: è il famoso «Uno… Due… Tre!» che accompagna la partenza di tanti giochi.

La radice di questo “metodo didattico”, però, è molto profonda. Per cominciare, richiama il cardine del Cristianesimo, cioè il concetto di Trinità, lo stesso che evocano le Guardie svizzere quando alzano le tre dita della mano destra al giuramento di fedeltà al Santo Padre.

Ma soprattutto è la metodologia gesuitica, che dà efficacia ai discorsi organizzandoli per punti in modo quanto mai logico ed efficace, ed è praticata con tanta naturalezza dal Papa. Un Papa che è, come sappiamo, estremamente dotto e al contempo dotato di un’eccezionale semplicità nei gesti e nella parola.

Il numero tre, però, non è stato valorizzato solo dal pensiero religioso, ma anche il pensiero filosofico e la letteratura lo hanno estremamente “utilizzato”. Non si può trascurare, per esempio, tutto il simbolismo della Divina Commedia, non a caso divisa in tre cantiche – Inferno, Purgatorio, Paradiso – a rappresentare la scala che l’uomo deve percorrere per l’ascesa a Dio.

Dalla profondità di questi argomenti scaturiscono indicazioni pratiche, che tutti possono capire e seguire, come sosteneva proprio sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, il cui insegnamento Francesco conosce tanto bene.

Tra queste “indicazioni pratiche” ci sono proprio le efficaci “triadi” del Papa. Ricordiamo, tra le tante, “debolezza, preghiera, perdono”, “rispetto, pace, incontro”,  “gioia, croce, giovani”,  “amore, vita, amici”, “tribolazioni, affidamento, pace”, “camminare, edificare, confessare”, “cammino, servizio, gratuità”…

Queste parole hanno un comune denominatore: operano un cambiamento di mentalità e di vita grazie alla Triade fondamentale, cioè guardando al Padre attraverso gli occhi di Gesù e la presenza dello Spirito Santo.

Il Tre: da sempre il numero perfetto
La Trinità (nella foto il gesto di una Guardia svizzera durante il giuramento) è il concetto chiave del Cristianesimo: c’è un solo Dio e unica è la sua sostanza, comune però a 3 “persone”, Dio Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sono molte, comunque, le religioni che hanno triadi “cruciali”. Al numero 3 vengono poi attribuiti infiniti significati, tanto scientifici quanto “magici”. In geometria, per esempio, è il passo avanti decisivo per visualizzare un piano, uno spazio: tre punti individuano un piano e la prima figura, il triangolo. Ma il 3 è anche dentro di noi: per John McNulty, professore di anatomia alla Loyola University di Chicago (un ateneo dei gesuiti), nel nostro corpo ci sono circa 150 “triadi”, dai 3 strati della pelle alle 3 falangi delle dita dei piedi.

di Gianpiero Gamaleri

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