Il Papa al personale di Regina Coeli: “Grazie”

13 febbraio 2019 News

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Papa Francesco con Silvana Sergi, direttrice  del carcere di Regina Coeli, e padre Vittorio Trani, il cappellano. Credit: Osservatore Romano

Papa Francesco con Silvana Sergi, direttrice
del carcere di Regina Coeli, e padre Vittorio Trani, il cappellano. Credit: Osservatore Romano

Alcuni li aveva incrociati quasi un anno fa quando decise di celebrare la Messa in Coena Domini nel carcere di Regina Coeli, a Trastevere (Roma). Giovedì, in Vaticano, Francesco ha ritrovato quei volti, quelle mani che aprono celle, quei cuori che vedono nell’altro non soltanto la persona che ha sbagliato e fatto male. I buoni Samaritani: così il Papa, nel corso dell’udienza in Aula Paolo VI, chiama il personale che lavora all’interno del penitenziario. Persone che devono avere «fortezza interiore, perseveranza» e capaci di pregare perché il Signore dia il buon senso per affrontare le più diverse situazioni.

Ad essi Francesco riconosce la difficoltà del compito al quale sono chiamati: «curare le ferite» di chi si trova privato della libertà, e sa bene che la collaborazione e la rieducazione dei detenuti sono messe in pericolo dalla «carenza di personale» e dal «cronico sovraffollamento» delle carceri. C’è poi lo stress dovuto ai turni di lavoro, alla lontananza dalle famiglie e per questo serve equilibrio. «Siete chiamati non solo a garantire la custodia, l’ordine e la sicurezza dell’istituto, ma anche molto spesso a fasciare le ferite di uomini e donne che incontrate quotidianamente nei loro reparti» afferma papa Francesco. 

Ferite che si fanno più dolorose quando la dignità viene calpestata, quando le carceri diventano «luoghi di violenza e di illegalità, dove imperversano le cattiverie umane. Non dobbiamo dimenticare che molti detenuti sono povera gente, non hanno riferimenti, non hanno sicurezze, non hanno famiglia, non hanno mezzi per difendere i propri diritti, sono emarginati e abbandonati al loro destino. Per la società i detenuti sono individui scomodi, sono uno scarto, un peso» dice Francesco.

Eppure il lavoro più grande da fare è ridare speranza, rendere il carcere un luogo di cambiamento e riscatto, dove chi ha sbagliato possa ritrovare fiducia. «La pena non può essere chiusa, deve avere sempre la finestra aperta per la speranza, da parte sia del carcere sia di ogni persona. Una pena senza speranza non serve, non aiuta, provoca nel cuore sentimenti di rancore, tante volte di vendetta, e la persona esce peggio di come è entrata». Il lavoro da fare è quello di rendere il carcere «laboratorio di umanità e di speranza» e chiedersi sempre: «perché loro e non io?». 

Una domanda che, confessa il Papa, si è sempre fatto entrando in prigione soprattutto in Argentina quando visitava un gruppo di carcerati ai quali fa una telefonata ogni 15 giorni per essere vicino, per dire loro che Gesù li ama nonostante il male compiuto.

di Benedetta Capelli