Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio parla del Papa

14 Febbraio 2020 News

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Credit Osservatore Romano

Papa Francesco è così: «un uomo capace di interessarsi e coinvolgersi nei grandi problemi del mondo, ad esempio il destino del travagliato Sud Sudan, Paese africano impegnato ad uscire da un conflitto devastante, come nelle situazioni dei singoli, del senzatetto che perdendo il lavoro ha perso anche la casa, Ma anche dell’anziano che ha lavorato una vita e ora stenta a vivere con una indegna pensione o della donna migrante che tenta con la forza che solo una mamma può avere di mettere in salvo suo figlio e consegnarlo a un futuro migliore».

Andrea Riccardi è nato a Roma nel 1950. intellettuale, professore universitario e autore di molti libri, è il fondatore della Comunità di Sant’Egidio (1968).

Il professore si allarga in un sorriso spontaneo quando parliamo con lui di papa Francesco. Non solo perché conosce Bergoglio dai tempi in cui era arcivescovo in Argentina. Ma soprattutto perché da quando è Pontefice, la loro collaborazione, quasi come quella che potrebbe nascere tra due vecchi amici che si ritrovano, si è intensificata al punto che Bergoglio si affida a Sant’Egidio per le grandi azioni diplomatiche sul terreno, proprio come quella relativa al Sud Sudan, ed anche per la gestione di opere di carità che a Roma non hanno precedenti come è stata l’apertura a novembre dell’anno scorso di una casa di accoglienza a Palazzo Migliori, uno storico edificio ottocentesco con vista mozzafiato sul Colonnato di San Pietro. Senza contare l’impresa dei corridoi umanitari, grazie ai quali Sant’Egidio ha portato in sicurezza in Europa dal febbraio 2016 ad oggi già più di 2800 persone aiutandole nell’inserimento.

Come nasce il suo rapporto col Papa?

«Ci incontrammo agli inizi degli anni Duemila, l’ho conosciuto a Roma a Santa Maria in Trastevere e poi l’ho incontrato altre volte in Argentina. Me lo avevano descritto come uno che girava per la città, che andava nelle periferie insieme ai membri della Comunità di Sant’Egidio.

E quale sensazione ha avuto?

«Il mio primo incontro con lui fu di grande impressione, ho percepito un uomo che non era rassegnato, che avevo uno sguardo ampio sul futuro».

Si dà per scontato che un anziano vescovo abbia in mente quasi solo la sua pensione.

«Nel suo caso proprio no. Vedete, Francesco non ha girato molto il mondo, ma è come se lo avesse maturato in quella megalopoli che è Buenos Aires. Lì è divenuto un uomo senza confini. A lui si addice bene la frase di Giovanni Paolo II quando diceva che “non c’è nessun altro confine che quello della carità”».

E il vostro rapporto personale come si è sviluppato?

«Con lui ho sempre avuto incontri forti. Una grande impressione l’ho provata quando è stato eletto Papa, sono stato veramente contento e ho scritto subito a caldo un libro, La sorpresa di papa Francesco. Ho pensato che il messaggio di quella elezione sia stato una risposta alla crisi della Chiesa. In quei giorni lo incontrai a San Giovanni in Laterano alla presa di possesso del papato e lui mi disse: “Devi pregare per me”, ma con un tono che voleva dire, non come hai fatto finora, cioè prima che diventassi Papa».

Lei quindi è un grande sostenitore di Francesco. C’è invece chi lo attacca.

«Guardi, io ripeto lo stesso pensiero: Bergoglio è la risposta alla crisi della Chiesa. I problemi che ora vediamo vengono da molto lontano. Ma lui è la risposta perché ha messo la Fede al centro. Domenica 26 gennaio, per sua iniziativa, per la prima volta, si è celebrata la festa della Parola di Dio. La trovo una idea geniale, in fondo il Corpus Domini non è che la festa dell’Eucaristia. Questa festa segna la devozione alla Parola di Dio».

E che altro?  

«L’altro aspetto per cui dico che lui è una sorpresa è perché ha messo al centro dell’attenzione i poveri di questo mondo e i poveri del mondo in guerra. Il cristianesimo insegna che non ci si salva da soli, non ci si salva senza aiutare gli altri. E poi questo Papa ha varcato le frontiere tra le religioni».

Perché un Papa così non piace a tutti?

«Un altro dei nemici di questo Papa si chiama pigrizia. La pigrizia dei cristiani. E c’è persino chi dice che papa Francesco parla troppo dei migranti e dimentica gli europei. Ma da studioso della storia dei Papi io dico che su questo tema Francesco non è più avanzato dei suoi predecessori: non esageriamo quindi sulla radicale novità del discorso del Papa sui migranti; è la nostra sensibilità che è cambiata».

Ne avete parlato a tu per tu?

«Lui tante volte mi ha detto, in alcuni colloqui privati, di sentire l’Europa come una nonna e che l’Europa non può vivere chiusa in sé stessa. Così io ho discusso molto con lui della questione dei corridoi umanitari. Gli parlai anche della terribile situazione che avevo visto nel centro profughi di Lesbo, quasi un campo di detenzione. È così che insieme siamo riusciti a far venire una quarantina di persone da lì. Mentre gli descrivevo le situazioni di cui ero stato testimone, ho visto gli occhi del Papa che si riempivano di lacrime (dopo queste parole papa Francesco volle fortemente andare in visita sull’isola di Lesbo, nell’aprile 2016 e si adoperò per migliorare le condizioni dei rifugiati, ndr)».

E lui non si è voluto fermare solo al corridoio da Lesbo.

«No. Mi ha detto: “Che altro possiamo fare?”. Così è nato ancora un corridoio umanitario dall’Etiopia, e poi ancora altri. Sui migranti bisogna capire una cosa: papa Francesco non ha paura di loro, vengono a rinnovare la società. Il suo è anche un discorso realista perché è sotto gli occhi di tutti il calo demografico del nostro Paese».

Parliamo di Palazzo Migliori. Voi di Sant’Egidio gestite già diversi dormitori nella Capitale ma per la prima volta i poveri hanno accesso a una specie di residenza di lusso da cui possono affacciarsi sul Colonnato del Bernini e su piazza San Pietro.

«È vero, questo Palazzo ha un senso particolare. Lì vivevano delle suore che hanno lasciato quegli spazi e molto semplicemente è venuta l’idea di dire: ma perché questo bello spazio non lo diamo a chi non ha un posto dove dormire?

Vuole essere un altro portico di San Pietro, un portico dell’ospitalità, perché accanto a una chiesa ci deve essere sempre un’altra casa, una casa per i senza casa, così solo vivremo una città più umana».

A sentire lei Francesco sembra la quintessenza dell’ottimismo.

«Da dove venga questa speranza di un uomo di 83 anni che non si è rassegnato mai, non saprei. C’è qualcosa di giovanile in lui, qualcosa che ho conosciuto venti anni fa e ritrovo moltiplicato tutte le volte che ho occasione di riparlargli. È una forza mista a compassione. Per me è la spinta che lo ha portato a inginocchiarsi davanti ai leader delle fazioni in conflitto in Sud Sudan che abbiamo riunito a Roma per negoziare. Con quel gesto ci ha aperto una strada e ora la trattativa è ripresa. Speriamo di scrivere davvero una volta per tutte la parola pace».

COSA È E COSA FA LA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO

La Comunità di Sant’Egidio è un movimento internazionale di laici che si fonda sulla preghiera, il sostegno ai poveri e la ricerca della pace. Nata nel 1968 a Roma dopo il Concilio Vaticano II, ora è costituita da una rete di piccole comunità di vita fraterna, composte da circa 50.000 persone e diffuse in 72 Paesi dove Sant’Egidio ha dato vita a numerose opere di sostegno ai poveri.

 

di Nina Fabrizio

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