I campioni del calcio e 5000 ragazzi da papa Francesco

29 Maggio 2019 News

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Credit Osservatore Romano

Tra i cori, gli striscioni, le spettacolari acrobazie col pallone del gruppo Da Move e i tanti campioni del calcio, venerdì scorso l’Aula Paolo VI sembrava davvero uno stadio. E i cinquemila ragazzi presenti (per lo più studenti delle scuole di Roma, del Lazio e dell’Abruzzo, ma c’erano anche diverse delegazioni “giovanili” di squadre di Serie A) erano tutti lì a tifare per la stessa squadra: quella dello sport che rende felici ma che è capace anche di educare e generare inclusione.

Del resto l’evento ospitato in Vaticano e organizzato in collaborazione con tante componenti del mondo del calcio e con il ministero dell’Istruzione si intitolava in modo promettente: Il calcio che amiamo. È stato dunque un momento sia di grande festa sia di riflessione, accompagnato da testimonianze di campioni come Samuel Eto’o (già stella camerunese dell’Inter e del Barcellona), Javier Zanetti (asso argentino e colonna dell’Inter di cui oggi è vicepresidente), Clarence Seedorf (Ajax, Real Madrid, Inter, Milan e oggi allenatore del Camerun), l’ultimo tecnico della Roma Claudio Ranieri e lo storico “libero” del Milan Franco Baresi…

Ma la ola dell’Aula, la grande onda d’entusiasmo, è tutta per il Papa che sportivamente propone ai ragazzi di mettere via le cinque pagine del suo discorso, ma riceve un sonoro “no”.

Lui, che da bravo argentino di pallone un po’ se ne intende e che nel cuore ha da sempre il tifo per il San Lorenzo de Almagro, dice subito: «Cari amici, il calcio è un gioco di squadra: non ci si può divertire da soli! E se è vissuto così, può davvero far bene anche alla testa e al cuore in una società che esaspera il soggettivismo». Poi si sbilancia: «Tanti definiscono il calcio come il gioco più bello del mondo. Io penso lo stesso, opinione personale… Però spesso si sente anche dire: “il calcio non è più un gioco!». Infatti: purtroppo assistiamo anche nel calcio giovanile, in campo o a bordocampo, a fenomeni che macchiano la sua bellezza. Certi genitori che si trasformano in ultras o in allenatori…». Il calcio deve restare un gioco, insiste Bergoglio. E poi racconta un aneddoto: «Un giorno una giornalista chiese a una teologa come si poteva spiegare a un bambino la felicità. La teologa rispose: “Io non la spiegherei: gli darei un pallone per giocare”. Questa è la felicità».

Da qui Francesco lancia tre appelli. Il primo ai genitori: che trasmettano ai figli questa mentalità e li aiutino a capire che stare in panchina non è mai un’umiliazione ma un’occasione per crescere: «Che abbiano sempre il gusto di dare il massimo perché al di là della partita c’è la vita che li aspetta». Il secondo agli allenatori: che non trasformino i sogni dei ragazzi in facili illusioni. Il terzo ai campioni: «Non dimenticate da dove siete partiti…Vi auguro di sentire sempre la gratitudine per la vostra storia fatta di sacrifici, vittorie e sconfitte. E di sentire anche la responsabilità educativa da attuare attraverso la coerenza di vita e la solidarietà con i più deboli, per incoraggiare i più giovani a diventare grandi dentro».

di Cecilia Seppia

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