Gustavo Vera: “Perché è un Papa vicino agli ultimi”

2 settembre 2016 Gente di Francesco

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36 Vera papaGustavo Vera è un politico di Buenos Aires da tempo vicino a Bergoglio. Parlare con lui ci ha aiutato a conoscere di più il Papa, anche se spesso dice cose che noi già immaginavamo: «Padre Jorge è l’amico che ognuno desidererebbe avere, non perché è Papa ma per le sue doti umane: se qualcuno della famiglia sta male lui chiama per informarsi. Per qualsiasi problema lui è sempre presente».

Ma come vi siete conosciuti?

«Con alcuni amici ho fondato Alameda, associazione solidale che denuncia casi di malaffare, mafia… Avevamo bisogno di una persona importante che ci sostenesse. Con lui, che allora era arcivescovo di Buenos Aires, abbiamo parlato chiaro: se non avessimo avuto il suo “riparo” e se fossero continuate le intimidazioni contro di noi, avremmo chiuso. La sua anima gesuita ci ha aiutati».

Conta il fatto che è un gesuita?

«In Sudamerica i gesuiti furono contro i conquistatori, chi portava alla schiavitù gli indios. I gesuiti lavoravano per relazioni fraterne. Le loro missioni permettevano di vivere in comunione con le popolazioni locali sia lavorativamente che in senso religioso. La lotta contro la schiavitù, per l’uguaglianza e la fraternità fa parte della loro essenza. Non è stato difficile avere programmi condivisi con padre Jorge. Ormai camminiamo insieme da 10 anni».

Cosa faceva il cardinal Bergoglio contro la mafia?

«Dava visibilità alle denunce; ci faceva partecipare alla “pastorale sociale”. Più importante ancora era il fatto che riceveva pubblicamente chi denunciava il malaffare: si faceva fotografare con loro, gesto inusuale per un personaggio pubblico. Lui non ama apparire, eppure in questi casi apriva le porte dell’arcivescovado. Così mostrava protezione e dava un segnale allo Stato perché prendesse  posizione».

Quelle sono le poche foto note di Bergoglio nel suo ufficio.

«Erano incontri privati con vittime del lavoro, della schiavitù, della tratta sessuale, del narcotraffico. Poi girava per le periferie di Buenos Aires ascoltando i problemi della gente. Alla fine raccontava tutto nelle sue omelie».

Le famose periferie…

«Sì. Veniva nei capannoni della cooperativa creata dalla nostra associazione,  ha battezzato i nostri dipendenti che sono stati vittime di schiavitù, le loro famiglie. Ha collaborato con le indagini della polizia, ha contribuito a unire chi viveva “nel sottosuolo” della città. Il nostro incontro ha portato nel 2008 ad una legge su questo tema. Successivamente molte province hanno emanato ordinanze per chiudere locali a rischio prostituzione o aziende con lavoro minorile». 

C’è una bella immagine di lei con il Papa che tenete una maglietta: avete uno sguardo pieno di speranza.

«In questo sì che padre Jorge ci ha aiutato! Abbiamo creato il marchio “No chains”, che significa “senza catene”. Così siamo riusciti a realizzare un centro per le vittime della schiavitù offrendo lavoro nelle fabbriche di abbigliamento. Ne è nata una rete internazionale. Nel 2010 abbiamo siglato il primo accordo tra Alameda, che aveva con sé collaboratori colombiani vittime della schiavitù, e la cooperativa “Ritorno alla dignità” della Thailandia. Poi si è aggiunta una fabbrica nelle Filippine, una in Indonesia, e infine un’associazione di donne lavoratrici. L’obiettivo non è commerciale, perché non ci sono le strutture per farlo su larga scala. Vogliamo sensibilizzare il mondo contro la schiavitù sul lavoro: esistevano già le campagne contro le marche che utilizzano i lavoratori schiavi, ma non esisteva una voce dei lavoratori espressamente reduci dalla schiavitù. Essi dimostrano che si può produrre in modo pulito senza approfittare di nessuno. In questo Bergoglio ci ha aiutati molto, come pure il cardinale Tagle dalle Filippine».

Il Papa crede nell’importanza del lavoro onesto…

«L’ultima cosa che ha fatto insieme a noi prima di diventare Papa è la Rete Nazionale Antimafia, che oggi conta 40 organizzazioni: ci sono le madri che lottano contro la cocaina, chi contro la prostituzione, chi contro il denaro sporco e il lavoro minorile. Ogni associazione lavora indipendentemente, ma ci siamo uniti in un marchio seguendo un po’ il modello di Libera di don Ciotti in Italia». 

In che senso?

«Quando c’è un fatto grave in un piccolo centro, la rete si fa carico del problema e lo affronta».

E il Papa quanto vi sprona? «Lui ha un principio: quanto più sei alto, più devi stare in basso; ossia più sei importante in termini di responsabilità, più devi dare esempio. Per quanto mi riguarda, il 60% del mio stipendio di politico lo devolvo; anche in associazione abbiamo rinunciato ai privilegi e siamo al servizio del bene comune». 

Lei ha partecipato al convegno in Vaticano con i magistrati su tratta e schiavitù. Vicino a Francesco…

«Era il giugno dell’anno scorso. Mi colpirono molto i meravigliosi dipinti del Palazzo apostolico. La sera a cena, in casa Santa Marta, dissi al Santo Padre: “Che splendidi affreschi ci sono nel Palazzo Apostolico!”. Lui mi rispose: “Quali affreschi? Quando ci vado cerco di non guardarmi troppo intorno. Sennò si finisce col credersi un principe o un re…”. Capite che persona è?».

Crede che il Papa dia importanza ai simboli come ai gesti?

«Sono stato in viaggio con lui in Armenia, non a caso la prima nazione cristiana. Un Paese che per posizione geostrategica ha sofferto ogni tipo di guerra e invasione o annessione. Non c’è un motivo sociologico o storico che esprima in modo razionale perché questo popolo possa ancora esistere, salvo la fede che l’ha sostenuto. Bergoglio ha sempre detto che si conosce e si cresce veramente solo quando si soffre! Ciò che hanno sofferto gli armeni nessuno nella storia lo ha vissuto. Ma la sofferenza quando viene assimilata è una straordinaria fonte di sapere. In questo l’Armenia è il simbolo per scongiurare la guerra e  predicare la cultura della pace e dell’incontro».

Una  meta non scelta a caso.

«Pensate a san Gregorio (l’Illuminatore, ndr.): quante cose ha in comune con Bergoglio. Il re Tiridate aveva timore che questo predicatore alterasse gli equilibri del potere e potesse essere pericoloso. Lo esiliò in una fortezza di fronte al monte Ararat dove si fermò l’arca di Noè. Gregorio visse lì 13 anni: tutti i giorni i cortigiani gli portavano da mangiare.  Quando il re si ammalò qualcuno suggerì di chiamare Gregorio perché lo guarisse. Gregorio, pregò, lo curò e il re guarì. Ed ecco che il sovrano nominò l’Armenia prima nazione cristiana».

Un grande significato.

«L’esperienza dell’Armenia si riassume nell’ultima immagine. Il Papa e il patriarca Karekin II liberano due colombe verso l’Ararat dove fu rifondato il genere umano dopo il diluvio. Ripartire dalle origini, nel segno della pace».