Giubileo: il Papa celebra la messa per i detenuti

9 Novembre 2016 News

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Credit Osservatore Romano

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In Piazza San Pietro si è vissuto un grande momento in occasione del giorno della misericordia per gli oltre 1000 detenuti giunti da varie parti del mondo per celebrare il loro Giubileo con il Papa, insieme alle famiglie, agli operatori, ma anche agli agenti di polizia penitenziaria e ai cappellani: 4mila persone in tutto.

Quello che Francesco desiderava è che i carcerati, di cui nessuno parla mai, in questa occasione fossero invece i protagonisti assoluti. E così è stato. Perciò alcuni di loro sono con lui come ministranti a servire messa sull’altare, altri nel coro, altri ancora hanno preparato le ostie.

«Certo, il mancato rispetto della legge ha meritato la condanna; e la privazione della libertà è la forma più pesante della pena che si sconta, perché tocca la persona nel suo nucleo più intimo. Eppure, la speranza non può venire meno», dice subito il Papa.

Il compito più difficile spetta a chi è stato chiamato a raccontare, per la prima volta davanti a tutti, la propria storia. Come quella di Giglio (vedi riquadro a pagina 7). A loro Francesco si rivolge con tenerezza infondendo speranza, parola che nella sua omelia ripete per ben 15 volte: speranza di essere perdonati, di essere liberati da catene fisiche e mentali, speranza di non commettere più il male e di cambiare vita, speranza che è una spinta verso il domani, “respiro” che non può essere soffocato da niente e da nessuno, nemmeno dalla colpa.

Afferma il Pontefice: «A volte, una certa ipocrisia spinge a vedere in voi solo delle persone che hanno sbagliato, per le quali l’unica via è quella del carcere. Io vi dico: ogni volta che entro in un carcere mi domando: “Perché loro e non io?”. Tutti abbiamo la possibilità di sbagliare: tutti. In una maniera o nell’altra abbiamo sbagliato.

E l’ipocrisia fa sì che non si pensi alla possibilità di cambiare vita: c’è poca fiducia nella riabilitazione, nel reinserimento nella società. Ma in questo modo si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto. Quando si rimane chiusi nei propri pregiudizi o si è schiavi degli idoli di un falso benessere… E puntare il dito contro qualcuno che ha sbagliato non può diventare un alibi per nascondere le proprie contraddizioni». 

I detenuti lo ascoltano commossi, alcuni portano le mani al viso come a voler nascondere  le lacrime che però escono lo stesso, altri abbracciano la moglie o il figlio che, grazie a questo giorno speciale, possono avere accanto e anche se la storia, fatta di errori gravi, non può essere riscritta, Francesco li incoraggia: «Imparando dagli sbagli del passato, si può aprire un nuovo capitolo della vita. Non cadiamo nella tentazione di pensare di non poter essere perdonati.

Qualunque cosa il cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore!».  Dopo la messa, i detenuti dell’Ucciardone di Palermo, di Opera (Milano), di Poggioreale (Napoli), di Regina Coeli (Roma), degli istituti femminili e di quelli minorili e di 11 altri Paesi del mondo si ricompongono nelle prime file in piazza, sotto la finestra del Papa, per ascoltare l’Angelus.

Ed è da qui che arrivano le parole più forti di Francesco: «Vorrei rivolgere un appello in favore del miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri in tutto il mondo, affinché sia rispettata pienamente la dignità umana dei detenuti. E desidero ribadire l’importanza di riflettere sulla necessità di una giustizia penale che non sia esclusivamente punitiva, ma aperta alla speranza e alla prospettiva di reinserire il reo nella società.

In modo speciale, sottopongo alla considerazione delle competenti Autorità di ogni Paese la possibilità di compiere, in questo Anno Santo della Misericordia, un atto di clemenza verso quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento». E nel pomeriggio il Papa ha voluto incontrare un gruppo di carcerati invitandoli in Casa Santa Marta.

di Cecilia Seppia

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