Francesco: “Le parole di Gesù danno speranza”

11 Luglio 2014 Parole e pensieri

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Il Papa saluta la folla a Isernia durante la sua recente visita in Molise (credits: Getty Images)

Il Papa saluta la folla a Isernia durante la sua recente visita in Molise (credits: Getty Images)

Sarà perché questa settimana, vista la pausa estiva, non c’è stata l’udienza generale, con il consueto bagno di folla per Francesco, ma piazza San Pietro con 36 gradi e i sanpietrini roventi non spaventa romani e turisti che sono arrivati qui in tantissimi, non credenti compresi, per ascoltare le sue parole all’Angelus. I fedeli, 35 mila, lo attendono con striscioni e bandiere, i più fortunati hanno trovato posto nei pochi centimetri di ombra sotto l’obelisco.

Qualcuno si unisce appena prima delle 12: sono quelli che abitano in zona o qualche straniero in giro per la città, attratto da questo “popolo” colorato e gioioso che ha deciso così di “onorare” la domenica. In piazza ci sono anche i partecipanti al raduno delle auto storiche che, con indosso cappellino e camicia abbinati, sfoggiano un’eleganza d’altri tempi. La fatica per il viaggio in Molise non traspare sul volto del Papa, che quando si affaccia saluta col sorriso che gli è proprio anche dopo essersi speso così tanto e battuto per lanciare appelli, soprattutto quello per il lavoro, perché sia dato a tutti, non solo a Isernia o Campobasso.

Uno dei saluti più affettuosi va proprio alla «bella e brava gente molisana» che, dirà il Santo Padre a braccio, «mi ha accolto nella sua bella terra e anche nel suo cuore. Un’accoglienza calda, calorosa, che non dimenticherò mai». Nel suo discorso, Francesco prende spunto dal Vangelo del giorno e dall’invito che Gesù fa nel dire “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” ma in realtà trasforma queste parole in un nuovo potentissimo richiamo alla responsabilità, alla strong>solidarietà, al chinarsi sull’altro per aiutarlo sia esso povero, disoccupato, immigrato, emarginato. Gesù lo fa, spiega il Papa, lo faceva ogni volta girando per le strade della Galilea di fronte alle tante persone che lo rincorrevano «per toccare anche solo un lembo del suo mantello».

E le sue parole davano sollievo persino ai peccatori, davano e danno sempre speranza. Stacca gli occhi dal foglio, Francesco, e lo ripete perché nessuno possa avere dubbi: «Le parole di Gesù danno sempre speranza». L’invito di Cristo, prosegue, «si estende fino ai nostri giorni, per raggiungere tanti fratelli e sorelle oppressi da condizioni di vita precarie, da situazioni esistenziali difficili e a volte prive di validi punti di riferimento». E questo vale sia per chi vive nei Paesi più poveri, sia per chi abita le periferie dei Paesi ricchi ed è «stanco, sfinito sotto il peso insopportabile dell’abbandono e dell’indifferenza». Di nuovo il Papa sente il bisogno di insistere, ripete queste parole sottolineandole con un tono di voce grave: «L’indifferenza: quanto male fa ai bisognosi l’indifferenza umana! E peggio, quella dei cristiani». 

La mitezza e l’umiltà del cuore
Cala il silenzio nella piazza per qualche istante, qualcuno china il capo come se si rendesse conto. E lui incalza, affonda, senza dimenticare nessuna vittima dell’indifferenza: quelli che «vivono ai margini, provati dall’indigenza ma anche all’insoddisfazione della vita, dalla frustrazione» o peggio quelli che emigrano, che sono costretti a lasciare la propria patria e tutto ciò che hanno, rischiando la vita, ma non solo. Si scaglia contro quel «sistema economico che sfrutta l’uomo» ogni giorno e «gli impone un giogo insopportabile che i pochi privilegiati non vogliono portare ».

«A ciascuno di questi figli» afferma il Pontefice «Gesù ripete “Venite a me”, e lo dice anche a coloro che possiedono tutto, ma hanno un cuore vuoto, perché senza Dio». Poi però spiega qual è il compito di ogni persona e del cristiano soprattutto: quello di ricevere ristoro e conforto per poterne dare a sua volta a chi ha più bisogno. Prendere il “giogo” di ogni fratello sopra di noi e imparare a portare quel peso con «amore fraterno» e «con atteggiamento umile e mite» imitando Gesù. «La mitezza e l’umiltà del cuore» assicura il Papa «ci aiutano anche a non pesare sugli altri con le nostre vedute personali, i nostri giudizi, le nostre  critiche o la nostra indifferenza».

Un energico “Viva il Papa!” dopo l’Angelus ci dice che siamo al momento dei saluti: gli striscioni fremono e quando il Pontefice pronuncia il nome della parrocchia di Salzano, dove fu parroco don Giuseppe Sarto, poi diventato Papa Pio X e proclamato Santo, si sente un boato. Lo stesso con i Piccoli Missionari di Santa Paola Frassinetti o la Scuola dell’Infanzia della Parrocchia di Verdellino.

Prima di tornare nella sua casa, una richiesta, quasi una supplica: «Per favore» dice Francesco, come chi sa di non chiedere una cosa nuova, ma ha pur sempre premura di ricordarlo «non dimenticatevi di pregare per me: anche io lo faccio per voi». E i fedeli lo rassicurano con un “Sììììììì” che gli strappa un grande sorriso.

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