Francesco: “La violenza si vince con la pace”

29 Luglio 2014 Foto e video story, Gallery

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La luce che inonda Roma sembra quasi scomparire agli occhi del Papa quando, dopo l’Angelus, affronta un tema che pesa sul suo cuore. Tanto sole non può cancellare la consapevolezza del buio nel quale vivono da settimane i cristiani in Iraq e la popolazione della Terra Santa. Il tono di Francesco si fa cupo, preoccupato. Pronuncia le sue parole lentamente, sembra che il suo cuore voglia parlare alle parti in conflitto dopo gli appelli inascoltati dei giorni scorsi, le telefonate al presidente israeliano Peres e a quello palestinese Abu Mazen, l’invocazione a far tacere le armi e a procedere su sentieri di pace.

Iraq, la guerra dimenticata
Il primo pensiero è all’Iraq, altro scenario difficile, dimenticato,terra di conquista da parte dei miliziani islamici che sulle case di Mossul mettono un segno per identificare le abitazioni dei cristiani, ma che prendono di mira anche le minoranze curde e sciite. «Ho appreso con preoccupazione le notizie che giungono dalle Comunità cristiane a Mossul (Iraq) e in altre parti del Medio Oriente», dice il Papa, «dove esse, sin dall’inizio del cristianesimo, hanno vissuto con i loro concittadini offrendo un significativo contributo al bene della società».

Una pausa segna il pensiero del Papa, che poi si fa deciso e a braccio aggiunge parole importanti e con il gesto della mano sottolinea la drammaticità dei fatti. «Oggi sono perseguitate; i nostri fratelli sono perseguitati, sono cacciati via, devono lasciare le loro case senza avere la possibilità di portare niente con loro». Francesco continua il suo appello, assicurando il proprio personale sostegno. «A queste famiglie e a queste persone voglio esprimere la mia vicinanza e la mia costante preghiera».

Il silenzio della preghiera
A questo punto, sapendo che le telecamere di tutto il mondo lo riprendono, si rivolge direttamente a chi vive in prima persona un dramma tanto grande.«Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati, io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male!». Quel ripetere «Io so» significa per il Papa «a me importa di voi», «non dimentico il dolore che provate», ed è proprio a questo punto che allarga il suo sguardo alla piazza, fino a quel momento assorta e muta, per sostenerlo in un compito grande. «A voi, qui in piazza e a quanti ci seguono per mezzo della televisione, rivolgo l’invito a ricordare nella preghiera queste comunità cristiane».

Francesco chiede preghiere anche «per le situazioni di tensione e di conflitto che persistono in diverse zone del mondo, specialmente in Medio Oriente e in Ucraina». «Il Dio della pace – aggiunge – susciti in tutti un autentico desiderio di dialogo e di riconciliazione». Poi la frase forte di tutto il suo vibrante appello: «La violenza non si vince con la violenza. La violenza si vince con la pace!». Parole importanti accompagnate dal silenzio della preghiera.

E il papa invoca Maria regina di pace
Il Papa abbassa lo sguardo, congiunge le mani e prega davanti a tutti. In piazza sventolano decine di bandiere palestinesi, molti cominciano a recitare una preghiera, alcuni sono in silenzio, altri levano un applauso, quasi a dire «Siamo con te, appoggiamo questo tuo appello». Poi Francesco alza lo sguardo e invoca «Maria Regina della pace ». Ancora qualche momento di pausa e arrivano i saluti finali, che papa Bergoglio pronuncia ancora con un tono preoccupato. I pellegrini italiani e quelli di altri Paesi lo invocano a voce alta, applaudono e allora Francesco risponde alla loro gioia con un saluto e un sorriso, che non cancella, però, la preoccupazione sul suo volto.

La telefonata a Peres e Abu Mazen
Intanto, per cercare di fermare la crisi tra Israele e Palestina nella Striscia di Gaza, papa Francesco il 18 luglio ha telefonato ai leader dei due Stati: il presidente israeliano Shimon Peres e quello dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. Francesco ha espresso preoccupazione per l’attuale situazione del conflitto e ha assicurato la sua preghiera e di tutta la Chiesa affinché la Terra Santa possa finalmente pacificarsi. Ricordiamo che lo scorso 8 giugno il Pontefice insieme con Peres, Mazen e il patriarca di Costantinopoli si erano riuniti in Vaticano per invocare la pace e insieme avevano piantato un ulivo nei Giardini vaticani.

Da oltre 60 anni una guerra che non si ferma mai
La guerra tra Israele e Palestina è, purtroppo, il più lungo dei conflitti irrisolti dalla fine della Seconda guerra mondiale: i primi scontri risalgono nientemeno che al 1948. Dopo la lunga e sanguinosa Intifada nei territori della Cisgiordania, oggi il centro di tensione è la Striscia di Gaza, una sottile porzione di terra al confine tra Egitto e Israele affacciata sul Mediterraneo (è lunga appena 40 chilometri, abitata da oltre un milione e mezzo di arabi). Dal 2007 il movimento islamico di Hamas ha proclamato la Striscia come Stato Autonomo, aprendo di fatto una situazione di scontro quasi costante con il vicino Israele. La crisi attuale si è aperta lo scorso 7 luglio in seguito al lancio di alcuni razzi verso i territori israeliani. Il 17 luglio, Israele ha invaso la Striscia: oltre 500 morti dall’inizio dell’offensiva.

La caccia ai cristiani del califfo terrorista
Mossul è una delle più importanti città del Nord dell’Iraq. Storicamente si tratta di uno dei luoghi più aperti dal punto di vista religioso. Per secoli vi hanno convissuto, infatti, nuclei islamici di origine araba accanto a minoranze cristiane ed ebraiche. Oggi, però, la situazione è drasticamente cambiata. L’attuale crisi è dovuta alla nascita, lo scorso 24 giugno, del cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (abbreviato in Isil), una autoproclamatasi Nazione islamica (anche se a tutti gli effetti è uno Stato illegale) alla cui guida c’è il califfo Abu Bakr al- Baghdadi, già leader del gruppo terrorista di Al Qaeda. Dopo la nascita dell’Isil, i membri delle comunità cristiane sono perseguitati dal regime islamista, che ha imposto loro l’abbandono della zona e, di conseguenza, delle loro proprietà minacciandoli di morte.

298 vittime nei cieli ucraini
Era un aereo di linea diretto in Malesia, quello abbattuto sui cieli dell’Ucraina il 17 luglio: 298 morti. È stato colpito da un missile durante gli scontri in atto sul suolo dell’ex repubblica sovietica. In Ucraina, infatti, c’è una guerra civile fra il governo nazionale e un gruppo di ribelli filorussi.

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