Francesco e il dramma dei cristiani perseguitati

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Alla prima udienza generaledi settembre, erano presenti quasi 40mila pellegrini giunti da tutta Italia (credits: Getty Images)

Alla prima udienza generale di settembre, erano presenti quasi 40mila pellegrini giunti da tutta Italia (credits: Getty Images)

Prima udienza generale di settembre, fa caldo e i quasi 40mila pellegrini giunti da tutta Italia, fin dall’alba, affollano Piazza San Pietro in attesa dell’incontro con il Papa. Oggi più che mai questa folla sembra essere abbracciata dal colonnato del Bernini, abbracciata dalla Chiesa “madre”: una parola che Francesco nella sua catechesi ripeterà più volte. Alle 9.45 comincia il lungo giro in papamobile, Bergoglio saluta, si ferma ad abbracciare i bambini, consola quelli che piangono, risponde con il sorriso a chi lo chiama, a chi vuole carpire la sua attenzione.

La terza udienza generale dopo la pausa estiva è ricca di spunti, costellata di appelli che mostrano anche le forti preoccupazioni di Francesco per i cristiani in Iraq e per i lavoratori in difficoltà. I suoi pensieri sono carichi di affetto e allo stesso tempo sono un balsamo per le ferite di chi vive il dramma della persecuzione e della disoccupazione. «Non si diventa cristiani in laboratorio », dice il Papa all’inizio della sua catechesi, e ricorda che «si viene generati e fatti crescere nella fede all’interno di quel grande corpo che è la Chiesa». Una Chiesa che è madre, che dà vita, che fa vivere la comunione tra fratelli; una Chiesa che ha come modello Maria. La maternità della Chiesa, spiega Francesco, è in continuità con la maternità della Vergine: guardando a Lei «si scopre il volto più bello e più tenero della Chiesa».

«Noi cristiani non siamo orfani, abbiamo una mamma – aggiunge a braccio il Papa – abbiamo una madre, e questo è grande! Non siamo orfani! La Chiesa è madre, Maria è madre». «La Chiesa è nostra madre perché ci ha partoriti nel Battesimo. Ogni volta che battezziamo
un bambino – soggiunge – diventa figlio della Chiesa, entra nella Chiesa». Una Chiesa che aiuta i suoi figli a crescere con il nutrimento del Vangelo, «che ci allatta da bambini con questa Parola… che ci cambia da dentro, ci trasforma». Madre che difende i suoi figli dalle tentazioni, dagli attacchi, dagli inganni e dalle seduzioni.

«Questa è la Chiesa – afferma con forza il Santo Padre – questa è la Chiesa che tutti amiamo, questa è la Chiesa che amo io: una madre che ha a cuore il bene dei propri figli e che è capace di dare la vita per loro». Eppure, sottolinea con rammarico Francesco, spesso non si dà testimonianza della maternità della Chiesa, «del coraggio materno della Chiesa», e si rischia di passare per «codardi». Così, a conclusione della catechesi, il Papa chiede la protezione di Maria perché insegni «ad avere il suo stesso spirito materno nei confronti dei nostri fratelli, con la capacità sincera di accogliere, di perdonare, di dare forza e di infondere fiducia e speranza». Chiesa madre, dunque; Chiesa accogliente, ma anche fiera di avere figli come i cristiani iracheni. Papa Francesco lo ripete, quasi lo grida con forza, nel saluto i pellegrini di lingua araba.

Vicino agli operai della Thyssenkrupp
A loro ricorda che la Chiesa «sa accompagnare il figlio bisognoso, sollevare il figlio caduto, curare il malato, cercare il perduto e scuotere quello addormentato e anche difendere i figli indifesi e perseguitati ». Proprio a questi ultimi Francesco si rivolge assicurando la sua paterna vicinanza. «Siete nel cuore della Chiesa; la Chiesa soffre con voi ed è fiera di voi, fiera di avere figli come voi; siete la sua forza e la testimonianza concreta e autentica del suo messaggio di salvezza, di perdono e di amore. Vi abbraccio tutti, tutti! Il Signore vi benedica e vi protegga sempre!».

Parole che rimbalzano in tutto il mondo correndo sul filo della rete e magari – questo è l’augurio – arrivando proprio a chi vive in prima persona il pericolo di dirsi cristiano, chi è costretto ad abbandonare tutto per fuggire dalla persecuzione. A loro arriva la carezza del Papa, che ne ha una anche per i lavoratori della ThyssenKrupp a Terni, l’acciaieria che sta affrontando una pesante crisi. «Ancora una volta –  dice Francesco – rivolgo un accorato appello, affinché non prevalga la logica del profitto, ma quella della solidarietà e della giustizia. Al centro di ogni questione va sempre posta la persona e la sua dignità! Col lavoro non si gioca! E chi, per motivi di denaro, di affari,
di guadagnare di più, toglie il lavoro, sappia che toglie la dignità alle persone».

L’ultimo saluto del Papa va poi alle coppie di sposi presenti in piazza. «Voi siete i coraggiosi perché bisogna avere coraggio per sposarsi oggi; questi sono i coraggiosi – sforzatevi di mantenere un contatto vivo con Dio, affinché il vostro amore sia sempre più vero e duraturo»

di Benedetta Capelli

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