Francesco, ambasciatore di pace in Terra Santa

tweet

PapaAlitalia«La pace non si può comperare»: è un dono che si cerca e si costruisce con pazienza giorno per giorno,  quasi «artigianalmente», attraverso «piccoli passi» e a volte «grandi gesti». Dalla prima tappa di Francesco in Medio Oriente è arrivato un forte appello contro la violenza che da decenni sfigura questa regione, e in particolare la Siria, «sconvolta da un conflitto che dura da troppo tempo» che ha fatto già oltre 150 mila vittime e milioni di profughi. È arrivata anche una dura condanna contro i mercanti di morte che, mossi dalla «cupidigia del denaro», fabbricano e vendono «le armi per continuare il conflitto».

La prima parola di Francesco: “pace” 
«Salam», che in arabo significa “pace”: Bergoglio ha salutato così il re Abdallah II e la regina Rania di Giordania appena sceso ad Amman. È lo spirito con cui il Pontefice è giunto in Terra Santa: un pellegrinaggio di fede e di pace per chiedere una soluzione pacifica alla crisi siriana e al conflitto israelo-palestinese. Era partito alle 8.15 del mattino dall’aeroporto di Fiumicino con un Airbus A321 dell’Alitalia. Stringeva l’ormai inseparabile borsa nera di pelle portadocumenti, che i lettori di Il mio Papa conoscono bene (ne abbiamo parlato sul n. 12).

Appena salito in aereo, Bergoglio ha voluto salutare a uno a uno i 73 giornalisti che avrebbero volato con lui. Ed è stato molto contento quando ha visto seduti, uno accanto all’altro, un cronista israeliano e uno palestinese, David Cohen Cymerman di Channel 2 e Imad Freij del Catholic Centre for Media Studies. «Mi raccomando, proteggilo durante questo viaggio», ha detto il Papa a Cymerman riferendosi al collega palestinese seduto vicino. Atterrato ad Amman, il Pontefice si è recato al palazzo reale, dove ha incontrato i reali.

Picchetto d’onore e sosta in salotto
Al Papa sono riservati gli onori di un capo di Stato, quindi ha sfilato davanti al picchetto d’onore e ha ascoltato gli inni. Subito dopo, però, c’è stato un momento intimo e familiare: Francesco si è intrattenuto privatamente nel salotto con la famiglia reale e i loro quattro figli. Dopo l’incontro con le autorità, il Santo Padre ha fatto un vero bagno di folla nello stadio di Amman dove ha celebrato la messa e ha dato la prima comunione a 1.400 bambini, tra i quali molti profughi. Bergoglio, poi, ha raggiunto Betania oltre il Giordano, la località dove – secondo la tradizione e alcune testimonianze storiche – Gesù ha ricevuto il battesimo da Giovanni Battista. È stato il re in persona a guidare la piccola vettura scoperta che ha portato il Papa alla riva del fiume.

Un appello accorato per la pace in Siria
La giornata si è conclusa con l’incontro molto commovente di Francesco con un gruppo di disabili e di rifugiati. «Mi rivolgo alla comunità internazionale », ha detto Bergoglio, «perché non lasci sola la Giordania nel far fronte all’emergenza umanitaria derivante dall’arrivo sul suo territorio di un numero così elevato di profughi, ma continui e incrementi la sua azione di sostegno e di aiuto. E rinnovo il mio più accorato appello per la pace in Siria. Cessino le violenze e venga rispettato il diritto umanitario, garantendo la necessaria assistenza alla popolazione sofferente! Si abbandoni da parte di tutti la pretesa di lasciare alle armi la soluzione dei problemi e si ritorni alla via del negoziato»

Quando la papamobile è passata accanto alla barriera di divisione tra Israele e i territori palestinesi, papa Francesco, a sorpresa, ha chiesto di fermare e di proseguire a piedi lasciando increduli e un po’ allarmati gli uomini della sua scorta e del suo seguito. Un gesto improvvisato, una sorpresa anche per i suoi più stretti collaboratori. Bergoglio si è avvicinato al muro della discordia, ha appoggiato la mano e ha pregato. Poi ha appoggiato anche la fronte, con un gesto che ha commosso i palestinesi e ha fatto riflettere gli israeliani. Questa è la missione che il Papa argentino tenta di portare avanti senza sosta: abbattere muri e costruire ponti tra gli uomini e le religioni.

Un invito in Vaticano
Perciò ha scelto Betlemme (in ebraico e in arabo «casa del pane»), il luogo dove è nato Gesù, per lanciare un’iniziativa destinata a scuotere la comunità internazionale: ha invitato in Vaticano il presidente palestinese Abu Mazen e quello israeliano Shimon Peres per chiedere tutti insieme al Signore il dono della pace in Medio Oriente. «Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro di preghiera», ha detto il Pontefice. E ha spiegato: «Tutti desideriamo la pace; tante persone la costruiscono ogni giorno con piccoli gesti; molti soffrono e sopportano pazientemente la fatica di tanti tentativi per costruirla. E tutti hanno il dovere di farsi strumenti e costruttori di pace, prima di tutto nella preghiera. Costruire la pace è difficile, ma vivere senza pace è un tormento».I due presidenti hanno già accettato l’invito e l’appuntamento potrebbe essere anche molto vicino, già nella prima metà di giugno.

Una omelia dedicata ai bambini
Per il Papa Israele e Palestina hanno il diritto entrambe a esistere ma anche a «godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti» evitando «da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere a un vero accordo» tra i due Stati. Come i suoi due predecessori, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, anche Francesco ha celebrato la messa nella piccola ma affollatissima piazza della Mangiatoia a Betlemme, davanti alla Basilica della Natività. Tantissimi i bambini presenti, giunti fin dall’alba, da tutti i territori palestinesi per vedere il Papa. A loro Bergoglio ha dedicato l’omelia: «Ci sono ancora tanti bambini in condizioni disumane, che vivono ai margini della società, nelle periferie delle grandi città o nelle zone rurali. Tanti bambini sono ancora oggi sfruttati, maltrattati, schiavizzati, oggetto di violenza e di traffici illeciti. Troppi bambini oggi sono profughi, rifugiati, a volte affondati nei mari. Di tutto questo ci vergogniamo oggi davanti a Dio».

«La violenza si vince con la pace» 
Perciò il Papa ha chiesto a tutti, a ogni livello, di impegnarsi in difesa dei bambini, la parte più debole della società, ma anche il suo futuro. Dopo la messa il Pontefice ha pranzato con un gruppo di famiglie palestinesi, un ventina di persone in tutto, rappresentative di situazioni di sofferenza e povertà. La tappa del Papa in Palestina è terminata con un commovente incontro con alcune centinaia di bambini dei campi profughi di Dheisheh, Aida e Beit Jibrin. «Non lasciate mai che il passato determini la vostra vita», ha raccomandato il Papa. «Guardate sempre avanti. Lavorate e lottate per ottenere le cose che volete. Però, sappiate una cosa, che la violenza non si vince con la violenza! La violenza si vince con la pace! Con la pace, con il lavoro, con la dignità di far andare avanti la patria».

Papa Francesco e il Patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo, inginocchiati sul Santo Sepolcro, la tomba vuota di Gesù risorto, a Gerusalemme. È una delle immagini più forti che resteranno nella memoria. Il momento centrale del pellegrinaggio voluto dal Pontefice per ripetere, a cinquant’anni di distanza, l’abbraccio tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora che aprì una nuova stagione di rapporti tra cattolici e ortodossi dopo mille anni di divisioni. Questa volta il Pontefice e il Patriarca hanno celebrato addirittura una cerimonia liturgica comune nella Basilica del Santo Sepolcro.

Il primo passo verso un cammino comune
Un gesto storico per superare liti e divisioni tra le diverse confessioni cristiane, che da secoli avvelenano la convivenza nella Basilica del Santo Sepolcro. Proprio ricordando questi episodi Francesco ha ammesso: «Certo, non possiamo negare le divisioni che ancora esistono tra di noi, discepoli di Gesù: questo sacro luogo ce ne fa avvertire con maggiore sofferenza il dramma. Eppure, a cinquant’anni dall’abbraccio di quei due venerabili Padri, riconosciamo con gratitudine e rinnovato stupore come sia stato possibile, per impulso dello Spirito Santo, compiere passi davvero importanti verso l’unità. Siamo consapevoli che resta da percorrere ancora altra strada per raggiungere quella pienezza di comunione che possa esprimersi anche nella condivisione della stessa Mensa eucaristica, che ardentemente desideriamo; ma le divergenze non devono spaventarci e paralizzare il nostro cammino».

L’obiettivo di questo dialogo ecumenico è arrivare alla piena comunione tra le Chiese cristiane anche per difendere meglio i fedeli che vivono in Medio Oriente: «Quando cristiani di diverse confessioni si trovano a soffrire insieme, gli un accanto agli altri, e a prestarsi gli uni gli altri aiuto con carità fraterna, si realizza un ecumenismo della sofferenza, l’ecumenismo del sangue», ha spiegato il Papa ricordando i martiri cristiani.

I due si aiutano a scendere le scale
Un’altra immagine simbolica si è avuta quando Francesco e Bartolomeo si sono recati dentro la basilica. Stanco, il Pontefice aveva paura a scendere due gradini: «È scivoloso», ha detto a Bartolomeo. E il Patriarca non ha esitato a offrire il braccio al Papa per aiutarlo a scendere: un piccolo gesto che però è simbolo dell’aiuto reciproco che ci può essere tra le Chiese.

Il sepolcro di Cristo, ha detto Bartolomeo, «ci invita a respingere un altro timore che forse è il più diffuso nella nostra era moderna, vale a dire la paura dell’altro, del diverso, la paura di chi aderisce a un’altra fede, un’altra religione o un’altra confessione. In molte delle nostre società contemporanee rimangono tuttora diffuse le discriminazioni razziali e altre forme di discriminazione; ciò che è ancora peggio è che esse permeano frequentemente persino la vita religiosa delle persone. Il fanatismo religioso minaccia ormai la pace in molte regioni del globo, dove la vita viene sacrificata sull’altare dell’odio religioso». Perciò, ha detto il patriarca, la collaborazione tra le diverse confessioni è più che mai necessaria. Per questo i due leader delle Chiese cristiane hanno firmato una dichiarazione in cui si impegnano a lottare uniti contro il fanatismo.

La messa nel Cenacolo
«Nunca mas, nunca mas». Ovvero “Mai più!”. Sul libro d’onore dello Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme, in ricordo dei sei milioni di ebrei uccisi nei lager, il Papa ha scritto queste parole in spagnolo: «Con la vergogna di ciò che l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, è stato capace di fare. Con la vergogna dell’uomo che si è fatto padrone del male; con la vergogna dell’uomo, che pensando di essere dio, ha sacrificato a se stesso i suoi fratelli. Mai più! Mai più!».

Il Papa biasima chi sceglie la violenza
Il Pontefice allo Yad Vashem ha reso omaggio alle vittime della Shoà, ha incontrato un gruppo di sopravvissuti e ha baciato loro addirittura le mani in segno di comprensione e di rispetto. Poco prima si era fermato anche al memoriale delle vittime del terrorismo sul Monte Herzl e, di fronte al presidente Shimon Peres e al premier Benjamin Netanyahu aveva esclamato: «Voglio dire, con molta umiltà, che il terrorismo è male! È male nella sua origine ed è male nei suoi risultati. È male perché nasce dall’odio, è male nei suoi risultati perché non costruisce, distrugge! Che tutte le persone capiscano che il cammino del terrorismo non aiuta! Il cammino del terrorismo è fondamentalmente criminale! Io prego per tutte queste vittime e per tutte le vittime del terrorismo nel mondo. Per favore, non più terrorismo! È una strada senza uscita!». Nel pomeriggio, prima di ripartire per l’Italia, il Pontefice ha compiuto un altro gesto molto importante: ha celebrato la messa nella sala del Cenacolo, dove Gesù consumò l’ultima cena con gli Apostoli e istituì il sacramento dell’Eucarestia. Ai cristiani è vietato celebrarvi riti, perché il piano inferiore è considerato luogo sacro a musulmani ed ebrei.

Una messa proibita ai cristiani
Secondo la tradizione, infatti, vi sarebbero i resti della tomba del re David, caro a entrambe le religioni. «È questo uno dei luoghi più feriti di tutta la Terra Santa», ha detto il francescano padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, rivolgendosi direttamente al Santo Padre. «Non si celebra l’Eucarestia in questa stanza dove Gesù spezzò il pane e diede ai suoi discepoli il calice del vino». Ma il Papa, nell’omelia, ha avuto parole di speranza: «Il Cenacolo ci ricorda la condivisione, la fraternità, l’armonia, la pace tra noi». Un messaggio di fiducia, in attesa che dal negoziato tra Santa Sede e Israele possa finalmente scaturire una gradita sorpresa: la restituzione ai francescani della sala del Cenacolo affinché si possa tornare a celebrarvi la Messa.

di Ignazio Ingrao

TAG

, , , ,