Don Pino Conforti: “Quel viaggio con Bergoglio”

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Credits: Getty Images

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Il tono di don Pino Conforti è sereno, nonostante tutto. «Sono passati 15 mesi da quando mi ha ordinato sacerdote e da allora non ho più avuto modo di vedere papa Francesco da vicino».

Oggi don Pino è vice parroco a San Policarpo, nell’affollato quartiere Tuscolano di Roma, una chiesa di periferia tra persone che fanno fatica a mantenere il posto di lavoro. Ha 45 anni, è originario di Matera, laureato in Economia e Commercio,  qualche tempo fa era anche sul punto di sposarsi, ma proprio in quel frangente capì che non poteva continuare a mettere da parte quella “voce” sentita alla tenera età di 9 anni e mezzo. Sono i preti argentini a segnare il suo cammino, caso vuole che la loro chiesa – Santa Maria Addolorata – si trovi proprio a Piazza Buenos Aires, nel quartiere romano dei Parioli. E’  lì che don Pino per la prima volta, nel 2003, incontra Bergoglio. «Mi ero messo a loro disposizione per fare piccole commissioni e soprattutto per accompagnare all’aeroporto i religiosi che dovevano
tornare in Argentina».

«Quella mattina mi chiama don Antonio Cavalieri, il mio padre spirituale, e mi chiede di andare perché c’è bisogno di un passaggio per un sacerdote. Allora – sottolinea don Pino – non mi disse che dovevo portare un cardinale. Lui mi conosce bene, sa che sono timido, e che se avessi saputo che si trattava di una persona importante non me la sarei sentita».

Ma don Antonio ha una bonaria furbizia e sa che quel viaggio per il futuro don Pino può essere cruciale. «Appena arrivato mi presenta il cardinale Bergoglio, che già conoscevo dai loro racconti. Mi dicevano che era un uomo di Dio, umile, stimato, sempre a servizio dei poveri. Quando pensavo ai vescovi o ai cardinali li vedevo come uomini di potere. I preti argentini, invece, mi hanno mostrato il volto sorridente della Chiesa, mi hanno fatto innamorare del sacerdozio con la gioia che hanno nel cuore».

Bergoglio era così. «Quel giorno il viaggio per l’aeroporto fu più lungo del solito perché c’era tanto traffico; da come parlava mi sembrava semplice, normale. A oggi non ricordo bene che cosa ci siamo detti, ma quello che mi colpì fu il momento del saluto. Gli chiesi di benedirmi, lui lo fece poi mi abbracciò e mi disse: “Pino prega per me!”». Don Pino torna dagli argentini perplesso. «Perché un prete che dovrebbe pregare per me chiede preghiere per lui?». Alla domanda risponde don Antonio, che nel cuore di quel ragazzo ha intravisto la luce della chiamata: «Forse perché un giorno pregherai per un sacco di persone».

Una grande emozione per don Pino, il più maturo di età rispetto agli altri nove diaconi. «Di quel giorno ricordo anche il momento in cui papa Francesco è entrato in sagrestia per salutarci, prima della messa. Eravamo stupiti, non pensavamo di incontrarlo prima. Era sorridente, felice, faceva battute e poi ci ha fatto mettere a ferro di cavallo per parlarci a uno a uno». “Ho capito che si ricordava tutto…” è il momento che don Pino aspetta da tempo, da dopo l’elezione di Francesco, quando affacciatosi dalla loggia vaticana il nuovo Papa aveva chiesto la stessa cosa che aveva detto a lui all’aeroporto di Fiumicino: «Pregate per me».

«La sera dell’elezione ero in piazza, appena ho sentito il suo nome sono scoppiato a piangere, ho ricordato quanto mi aveva detto, quella sensazione di familiarità nel viaggio in auto, la sua umiltà, e ora era lui a guidare una nuova Chiesa». Quanti pensieri nella mente di don Pino poco prima di consacrare la sua vita a Dio… Nella sagrestia di fronte ha il Papa, il cardinale che conosce dai racconti dei suoi confratelli, il vescovo che sceglie la metro, che decide di passare il suo tempo con i poveri, che illumina con la sua vita una Chiesa di periferia.

Papa Francesco, nella Basilica di San Pietro, impone le mani sul capo di don Pino Conforti: è il 21 aprile 2013. Don Pino ancora oggi è un fiume in piena quando ricorda l’intensità di quei momenti. Il Papa oggi è una presenza viva nella quotidianità di don Pino, l’immagine della Chiesa in uscita, molto evocata da Bergoglio, è quella che ama di più, ma sente pure la forza della Misericordia, altro tema caro al Santo Padre. «Gesù ti accoglie sempre, anche nei tuoi sbagli più grandi: noi preti dobbiamo ripeterlo a chi viene a confessarsi. Io mi sto formando così, nell’ascolto misericordioso. Grazie al Papa capisco di più la gente, capisco che con il cuore aperto si arriva lontano. Nei dieci giorni prima di Pasqua ho passato dalle 7 alle 9 ore in confessionale, tanta gente è venuta, ma non perché io sono bravo – ci tiene a specificare don Pino – ma perché è “l’effetto papa Francesco”». Un effetto che può soltanto fare bene.

di Benedetta Capelli

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