Don Benito Giorgetta: “Ho regalato un angelo al Papa”

15 Novembre 2019 News

tweet

Credit Osservatore Romano

Don Benito Giorgetta, classe 1955, è parroco di San Timoteo a Termoli (CB), giornalista, volontario presso il carcere di Larino. Ed è anche responsabile della casa famiglia “Iktus Lucia e Bernardo Bertolino” che può accogliere sino a 16 detenuti in regime di libertà vigilata, semilibertà e affidamento ai servizi sociali. Piccoli gesti di tenerezza, compassione e vicinanza nei confronti dei più deboli della società che sono i prediletti di papa Bergoglio. Ed è proprio con Francesco che don Benito ha avuto la gioia di incontrarsi più volte in questi ultimi anni. È di poche settimane fa l’abbraccio che si sono scambiati in Vaticano seguito da due telefonate da parte di Bergoglio a don Benito Giorgetta e un’udienza privata, mercoledì 30 ottobre, in Casa Santa Marta.

Il 23 settembre era all’incontro in Vaticano con i giornalisti. Come mai?

«Ho partecipato perché era il 60° anniversario della fondazione della stampa cattolica. Mi ero prefissato di sussurrargli all’orecchio quello che portavo nel cuore e lui mi ha dato le indicazioni di come dovermi comportare per fargli arrivare una missiva. Dopo un giorno e mezzo dalla spedizione della raccomandata ho ricevuto la sua chiamata!».

Quando esattamente?

«Era precisamente domenica 6, di mattina. Come al solito rispondo: “Sì?”. Ma questa volta dall’altra parte ho sentito replicare: “Sono papa Francesco”. La cosa mi ha stupito sino a rendermi dubbioso e ho detto: “È la verità?”. E lui ha risposto: “Sì, non sto scherzando!”. Da qui è iniziata la nostra conversazione, durata 8 minuti, che ha avuto per oggetto una lettera che gli avevo fatto pervenire».

Cosa l’ha colpita della

telefonata con il Papa?

«È stata una conversazione semplice e a tratti anche scherzosa. Un uomo che porta sulle spalle il mondo ha tante cose a cui pensare e invece si è ricordato di me e di quanto gli avevo scritto. La cosa che più mi ha fatto piacere è stato quando mi ha detto: “La tua lettera mi ha colpito il cuore”».

Che impressione le ha fatto parlare col Pontefice?

«Il Papa è capace di mettere a proprio agio l’interlocutore. Ad esempio, quando nella telefonata ci stavamo dando del “lei”, mi ha interrotto dicendomi: “Diamoci del tu così riusciamo a capirci meglio”».

Come si è conclusa quella

inattesa telefonata?

«Ci siamo scambiati semplicemente un “Ciao” e poi Francesco ha aggiunto: “Ricordati di pregare per me”. Gli ho promesso che avrei pregato per lui insieme con tutti i bambini che la domenica successiva avrebbero ricevuto la prima comunione. Il Papa mi ha poi fatto intendere che ci sarebbero stati altri colloqui con lui per lo sviluppo di una questione che mi interessava sul mondo delle carceri».

E come è finita?

«Il 17 ottobre ho ricevuto nuovamente una chiamata del Santo Padre della durata di 4 minuti circa. Con molta semplicità mi dice: “Forniscimi tre date in modo che io possa sceglierne una per incontrarla privatamente a Casa Santa Marta”. Gli rispondo: “Ma Santità lei ha tanti impegni (sa, non me la sono sentita di riprendere il “tu”). Quando vuole non è un problema per me venire da lei”. E lui replica: “Anche voi parroci siete molto impegnati”. Di lì a poco gli ho dato questa indicazione: “Io sono sempre disponibile, quando vuole”; e mi ha fissato un incontro  nel pomeriggio del 30 ottobre».

Quali sentimenti ha vissuto vedendolo in Santa Marta?

«L’incontro è durato un’ora e mezza. Davanti a me vedevo un uomo umile, semplice, disponibile. Le faccio un esempio: dovevo scrivere un indirizzo di posta elettronica che il Papa mi stava dettando ma in quel momento non avevo un pezzo di carta. Si è alzato lui e ha detto: “Non si preoccupi, vado io a prendere un foglio per scrivere”. Gli ho detto: “No Santità, ci mancherebbe. Non si disturbi che qualcosa trovo”. Durante l’incontro si è alzato anche per andare nella hall a parlare con la centralinista e chiedere che portassero una corona del rosario… Ma non è solo questo. Altri segno di delicatezza sono stato il darmi la precedenza per entrare nello studio e il di ringraziarmi per aver accettato di incontrarlo!».

Che cosa ha portato al Papa durante l’udienza privata?

«Ho portato in dono la statua di un angelo in terracotta smaltata. E gli ho presentato l’idea di dedicare la domenica 17 novembre 2019, “Giornata Mondiale dei Poveri”, per un’incessante preghiera per lui da parte di tutti i detenuti delle carceri italiane. Con l’aiuto dei cappellani delle carceri, dei volontari e di chi lo desidera, si pregherà per “liberare” il Papa da ogni forma di carcerazione che, a mio parere, sta subendo per le sue scelte pastorali e i suoi orientamenti dottrinali».

E lui che cosa le ha risposto?

«“Grazie! Preghino in tutte le modalità che sceglieranno ma anche come sanno fare loro”. E ha lasciato intendere che gradisce la preghiera di tutti al di là dalla sensibilità religiosa di ogni singolo».

Come si è concluso l’incontro?

«Prima di lasciarci gli ho detto: “Santità benedica me e la mia comunità”. Mi ha risposto: “Bene. Recitiamo un’Ave Maria e poi vi benedirò”. Mi ha poi donato una corona del rosario e un libro sul Padre nostro. Infine ci siamo abbracciati e salutati come due buoni amici. Mi ha fatto uscire dalla sala dove ci siamo incontrati e ha aspettato davanti alla porta il tempo che io salissi la scaletta della hall verso l’uscita. Mi sono girato e l’ho trovato ancora lì in attesa di salutarmi gestualmente un’ultima volta».

di Cristian Bonaldi

TAG

, ,

VEDI ANCHE