Don Arturo Paoli, chi è l’amico di Papa Francesco

20 Marzo 2014 Mondo di Francesco

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Credits: Getty Images

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Due amici che si rivedono dopo tanti anni, per ricordare un tratto di passato percorso insieme e per parlare del nuovo, enorme impegno che uno dei due ora sta affrontando. Il 18 gennaio, don Arturo Paoli, signore dolce e minuto di 101 anni («102 il 30 novembre», puntualizza), ha incontrato il vecchio amico Jorge Bergoglio.

Erano sacerdoti insieme in Argentina: oggi uno è Papa, l’altro è una figura quasi leggendaria della Chiesa, missionario, teologo, insegnante. «All’incontro eravamo io, don Lucio che mi accompagnava, e la signora Piera, che guidava l’auto. Al Pontefice ho portato una bottiglia d’olio e un’immagine del Volto Santo, l’antico crocifisso che è simbolo dei fedeli lucchesi. Ci siamo abbracciati, abbiamo parlato un po’, e poi siamo andati a pranzo», ricorda don Arturo.

Incontriamo il sacerdote lucchese (zona di San Michele) dove vive oggi, dopo aver girato
il globo facendo opera di apostolato: alla chiesa di San Martino in Vignale, sulle colline a pochi chilometri dalla sua amata Lucca. Fra libri da scrivere (l’ultimo pubblicato è Cent’anni di fraternità, edito da Chiarelettere) e meditazione.

«Mi ha chiesto se sono la tua perpetua, lo sai zio Arturo?» dice la premurosa nipote Marilena, ferma davanti al lungo tavolo in legno della canonica, indicandomi con aria perplessa. «Ah, no! Niente perpetue: ho avuto brutte esperienze. Non mi piacciono, perché col tempo acquistano troppo potere, troppa influenza sui preti», risponde zio Arturo affrontando con calma il suo piatto preferito: riso in bianco con fagioli neri e un velo d’olio toscano. Una fetta di pecorino, acqua frizzante e un bicchiere di tè alla pesca, e lui è a posto. Come un papa. Anzi, come uno dei tre Papi che ha conosciuto. Don Arturo Paoli, infatti, ha avuto confidenza con tre Pontefici, e in particolare con Jorge Mario Bergoglio, da poco reincontrato in Vaticano.

Padre Arturo, come si arriva a 101 anni con la sua tempra e lucidità? «Bisogna evitare di amare eccessivamente il proprio io. È la malattia peggiore. Ogni tanto per preservare la salute è utile dimenticare un po’ se stessi e i propri obiettivi».

Dice ancora messa? «Tre volte alla settimana, non tutti i giorni come un tempo. E quando me lo chiedono espressamente. A volte trovo più utile stare da solo in relazione di  preghiera con Dio».

Quando e dove ha conosciuto papa Francesco? «Nel 1969, in Argentina, dove rimasi alcuni anni. Fui anche ospite di una Casa di gesuiti, e lui si dimostrò molto affabile e premuroso. Ha mantenuto il suo carattere e la sua immagine. Quando arrivai, ne sentii parlare come di una persona colta, e ha fatto una carriera folgorante, diventando arcivescovo di Buenos Aires e cardinale».

E come mai, invece, lei non è diventato cardinale?«Perché ho continuato a girare, non sono mai stato a lungo nello stesso posto. Principalmente ho vissuto in Sudamerica, in Argentina, Brasile, Cile. E poi anche in Sardegna, a Roma e nella stessa Lucca. E poi perché ho lasciato che tutto capitasse da sé… Le uniche scelte che ho fatto nella mia vita sono state insegnare Lettere e, quando avevo 27 anni, vestire la tonaca. Faccio parte dei Piccoli Fratelli di Gesù».

Perché la figura di papa Francesco è rivoluzionaria? «Perché ha improntato il ritorno
della Chiesa alla povertà. Ha marcato la differenza rispetto ai Papi precedenti, che giravano
con scarpette artigianali di seta, non con scarpe normali come le sue. E ha rinunciato a vivere nel Palazzo Apostolico, preferendo Casa Santa Marta».

Ha dormito lì anche lei, quando è andato a trovarlo a Roma? «Sì, certo».

L’incontro con il Papa si è concluso a pranzo: dove avete mangiato? «Tutti insieme, con gli impiegati, in un grandissimo refettorio. Il cibo ognuno se lo andava a prendere da solo, anche Papa Francesco. Nella sala non vigeva l’obbligo del silenzio, eppure non volava una mosca. Ma anche all’ingresso del Papa nessuno si alzava. Al massimo c’era qualche bisbiglio in più».

Semplicità e povertà sono le sue carte vincenti, quindi. «Lui non ostenta, veste l’abito bianco, una divisa che può essere dei francescani, dei domenicani, dei certosini. È spesso autosufficiente, respinge l’idea di grandezza e certi rigori del cerimoniale. Pensi che ripartendo da Roma la mattina dopo, ci siamo alzati e stavamo per uscire. La signora Piera ha detto: “Un attimo, che vado a salutarlo”. E noi: “Ma che cosa dici? Lascialo stare!”. Invece lui s’è alzato, tranquillo, e l’ha abbracciata».

Ha un’attenzione particolare all’immagine che trasmette, anche all’esterno. «Sì, ma non c’è niente di studiato. Lui è genuinamente così. Come quando lava i piedi ai carcerati, come faceva Gesù, o si porta la borsa da solo».

Telefona anche molto… L’ha mai chiamata? «No, ma conto di tornare a Roma fra qualche mese, per rivederlo di persona».

Quali altri Papi ha conosciuto? «Pio XII, papa Pacelli, che è stato la mia grande guida spirituale. E poi Paolo VI, papa Montini, che era molto affettuoso».

Bergoglio invece… «Bergoglio è unico, assolutamente. Non è ancora riuscito a fare molto, e penso che lo aspetti un cammino difficile. Ma il segno di una svolta non c’è dubbio che lo ha dato».

Le figure rivoluzionarie, si espongono a rischi. Teme per il Papa? «La struttura è molto rigida e lui la sta cambiando, o almeno si sta apprestando a farlo. E allora questo pericolo lo sento, sì, ma speriamo in bene».

Quali grandi questioni dovrà affrontare Bergoglio? «Ce ne sono tantissime, alcune anche spinose. Per esempio, il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Ci sono questioni di diritto canonico che vanno oltre, che non possono essere superate se non cambiandolo. E, nel caso specifico, non so neppure se sia giusto farlo. Forse, lo è sul piano burocratico, per risolvere le questioni ereditarie. Il resto mi pare contronatura».

E il celibato dei sacerdoti? «Questa questione mi pare sia più facilmente superabile che
non lo sposalizio per i divorziati, per esempio».

Un’ultima cosa, Don Arturo: com’è la sua giornata tipo? «Mi sveglio alle quattro e mezzo del mattino, ma in genere resto a letto in preghiera fino alle sei. Poi la mia giornata prosegue leggendo, scrivendo, consumando i pasti principali, un riposino, e alle 22 vado a dormire, alla stessa ora di Papa Francesco».

Neanche un po’ di tv? «Non ho il televisore, e neppure la radio. Anzi, un po’ di tempo fa
mi hanno portato una vecchia radio, ma non l’ho mai accesa»

Tre messe alla settimana – A 101 anni, don Arturo dice messa tre volte alla settimana nella chiesa di San Martino in Vignale, vicino a Lucca.

di Franco Bagnasco

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