Don Alejandro e papa Francesco insieme contro la droga

17 ottobre 2018 News

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Credit Osservatore Romano

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Con voce calma e rassicurante don Alejandro Solalinde racconta la sua storia agli studenti della scuola superiore Mosè Bianchi di Monza. I ragazzi, tantissimi, non perdono una parola: questo sacerdote messicano è un simbolo dell’aiuto ai migranti dell’America Centrale e della lotta al traffico di droga.

Don Alejandro nel 2007 ha fondato a Ixpetec, nello Stato messicano di Oaxaca, il centro per migranti Hermanos en el Camino (“fratelli sulla strada”). Da sei anni vive sotto scorta: i “narcos” (i trafficanti) hanno messo sulla sua testa una taglia da un milione di dollari, quasi 870mila euro, una cifra enorme in Messico.  

Il sacerdote è stato invitato dall’associazione Senza Confini di Seveso e dalla Rti Bonvena, la struttura che in Brianza segue l’accoglienza degli stranieri che richiedono protezione; gli studenti sono stati accompagnati dal dirigente scolastico Guido Garlati, dal professor Pino Tramontana e da un gruppo di insegnanti. 

Come si fa a vivere ogni giorno con la consapevolezza che potrebbe essere l’ultimo?

«Provo più emozione ad aiutare la gente che a temere quelli che mi minacciano».

La minaccia più pesante?

«Il giorno più brutto della mia vita è stato il 24 luglio del 2008. Alle 9 del mattino una novantina di persone appartenenti al governo corrotto e al crimine organizzato, hanno cercato di bruciare me e il mio centro. Hanno circondato la struttura con pietre, pali e benzina, e poi mi hanno tenuto chiuso dentro per sei ore. Volevano che me ne andassi e che non mi occupassi più di migranti. Mi dicevano: “Vattene, altrimenti bruciamo te e tutto quello che hai”. Io ho detto che non avrei ceduto e alla fine hanno dovuto farmi uscire… Pensavo di avercela fatta, ma nel pomeriggio è arrivata un’altra minaccia. Ero con un centinaio di migranti, compresi donne e bambini, appena scesi dal treno, e questa gente mi offendeva, mi hanno anche spinto tra la folla, perché qualcuno potesse approfittarne per farmi del male… Non so ancora come ne sono uscito vivo. Anzi, lo so, perché sapevo chi mi aveva mandato lì: Gesù».

Il 17 maggio 2017 è un’altra data importante, ma bella: ha incontrato Papa Francesco…

«È stato un incontro inaspettato, perciò ancora più bello. Mi ha stretto forte le braccia e mi ha detto che sapeva quel che facevo e mi esortava ad andare avanti. Gli ho regalato il mio libro I narcos mi vogliono morto e gli ho dato una lettera che avevo scritto la sera prima, con tre “richieste”: che la Chiesa si adeguasse al regno di Dio, che formasse i laici e che ascoltasse i giovani e le donne… Dopo un mese ho ricevuto la risposta in una lettera molto bella: Bergoglio mi ringraziava dicendomi che avrebbe letto il libro con attenzione».

Che cosa pensa del Papa?

«È un martire. Ho potuto vedere sul suo volto la sofferenza e ho trovato ingiusto che un uomo di ottant’anni si possa trovare di fronte a una chiesa così complessa… Lui è una persona molto intelligente». 

Lo scorso anno è stato candidato al Nobel per la Pace. Quando ha capito che questa “occasione” stava svanendo?

«Il giorno in cui sono stato al Parlamento europeo e ho chiesto ai rappresentanti dei Paesi per quale motivo i soldi fossero più importanti dei diritti delle persone… Ho parlato non come candidato da Nobel, ma come rappresentante dei diritti delle persone che dall’Asia e dall’Africa arrivano in Europa. Non importa se ho perso l’occasione: sa come mi sono sentito alla fine di quella giornata? Mi sono sentito un uomo libero».

di Antonella Silvestri

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