Divorziati risposati, doppia intervista ai due Papi

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Papa Francesco con il Papa emerito Benedetto XVI (credits: Agf)

Papa Francesco con il Papa emerito Benedetto XVI (credits: Agf)

Che un Pontefice rilasci un’intervista è già cosa piuttosto rara. Se, poi, a farlo negli stessi giorni sono in due, il Papa in carica e quello emerito, il fatto diventa, a dir poco, eccezionale. Soprattutto se, almeno in parte, i due affrontano gli stessi argomenti. È accaduto nei giorni scorsi, con Francesco e Benedetto XVI che, parlando rispettivamente con Elisabetta Piqué, per il quotidiano argentino La Nacion, e con Jorge Bremer, corrispondente da Roma del giornale tedesco Frankfurter Allgemeine, hanno entrambi toccato uno dei temi che più sta impegnando la Chiesa negli ultimi tempi, trovando una convergenza più o meno inattesa.

Parliamo dei divorziati risposati“protagonisti” del Sinodo straordinario per la famiglia che si è svolto lo scorso ottobre, soprattutto per l’impossibilità di trovare una posizione condivisa e per le polemiche sulle possibili aperture che ne sono seguite. Ebbene, Bergoglio e Ratzinger sono d’accordo su una cosa: i divorziati risposati devono poter fare da padrini nel battesimo e partecipare a diversi momenti liturgici.

Papa Francesco lo sa bene, sui divorziati risposati «c’è un’inquietudine pastorale: allora gli andiamo a dare la comunione?» si chiede, rispondendo alla domanda della Piqué. E puntualizza subito: «Dargli soltanto la comunione non è la soluzione, la soluzione è
l’integrazione
».

Perché, se è vero che «non sono scomunicati», è altrettanto vero che «non possono essere padrini di battesimo, non possono leggere le letture a messa, non possono distribuire la comunione, non possono insegnare il catechismo. Se racconto questo, sembrerebbero scomunicati di fatto!». Dunque, «bisogna aprire un po’ di più le porte. Perché non possono essere padrini?».

Il paragone con i corrotti 
Il Pontefice sa che, in questi casi, l’obiezione potrebbe riguardare l’esempio offerto dal divorziato che si è risposato e, anche in questo caso, ha pronta la risposta: «Che testimonianza darebbero al figlioccio? La testimonianza di un uomo e una donna che dicano: Guarda, io mi sono sbagliato, sono scivolato su questo punto, ma credo che il Signore mi ami, voglio seguire Dio, il peccato non mi ha vinto, vado avanti”». Testimonianza certo più cristiana di quella offerta da «uno di questi truffatori politici che abbiamo, corrotti» ma, magari, «regolarmente sposato per la Chiesa. Che testimonianza darà al figlioccio? Testimonianza di corruzione?».

Anche il papa emerito Benedetto XVI (che, ha dichiarato per la prima volta al Frankfurter Allgemeine, preferirebbe essere chiamato semplicemente padre Benedetto) è convinto della necessità di non escludere dalla vita della Chiesa i divorziati risposati che «devono poter far parte di comitati ecclesiastici o poter fare da padrini».

Ratzinger, che in uno scritto del 1972 (oggi revisionato e pubblicato nel IV volume della sua Opera Omnia) aveva manifestato posizioni possibiliste sul riavvicinamento dei divorziati risposati alla comunione, oggi ne conferma l’esclusione dall’eucarestia ma sottolinea la necessità di non allontanarli dalla vita della Chiesa affinché «non sia inflitto loro nulla che non sia strettamente necessario».

Una posizione vista da alcuni come una sorta di “intromissione” nel dibattito aperto dal Sinodo: «Una totale assurdità», ha commentato Benedetto XVI, così come sarebbe una «totale insensatezza» tentare di coinvolgerlo nel dibattito del Sinodo: «La revisione del testo (quello del 1972, ndr) è stata decisa ad agosto, alcuni mesi prima del Sinodo» e «ai fedeli è perfettamente chiaro chi è il vero papa», uno che «ha una presenza forte come io non potrei avere con le deboli forze fisiche e psichiche».

Nella chiacchierata con Elisabetta Piqué, Francesco ha affrontato anche altri argomenti. Quello dei gay ad esempio, per rimanere nell’ambito del Sinodo, su cui ha puntualizzato che «nessuno ha parlato di matrimonio omosessuale » quanto, piuttosto, «di come una famiglia che abbia un figlio omosessuale lo debba educare e di come aiutare questa famiglia» perché «è una realtà che incontriamo nei confessionali».

Il Pontefice è consapevole che, come in «un ospedale da campo, c’è gente molto ferita che aspetta che andiamo a sanare le sue ferite, dovute a mille ragioni» ma anche «dall’abbandono della Chiesa stessa», perciò va avanti per la sua strada senza lasciarsi spaventare da certe resistenze che «considero come dei punti di vista diversi, non come una cosa sporca», anche quando non riguardano gli aspetti pastorali del suo ministero ma quelli più materiali.

Economici, ad esempio: alla giornalista che gli ha chiesto del «lavoro di pulizia» che sta facendo all’interno del Vaticano, Bergoglio ha risposto: «Non mi piace parlare di “pulizia”. Direi che si tratta di far camminare la curia nella direzione che le congregazioni generali hanno chiesto. C’è ancora molto da fare».

Prima del conclave voleva ritirarsi
Naturalmente, con l’aiuto di Dio che «è buono con me, mi dà una sana dose di incoscienza. Sto facendo quello che devo fare». Certo, «alla mia età gli acciacchi si sentono. Ma sto nelle mani di Dio e fino a ora ho potuto tenere un ritmo di lavoro più o meno buono». Ritmo che dovrebbe portarlo a visitare tre Paesi dell’America Latina e in Africa, oltre a Filippine e Sri Lanka, nel 2015 e, forse, in Argentina nel 2016.

A proposito del suo Paese, Francesco ha ricordato come, prima di diventare Papa, avesse deciso di ritirarsi: «Ero d’accordo con il nunzio di preparare una terna perché, alla fine del 2013, si nominasse il nuovo arcivescovo. Pensavo ai confessionali delle chiese dove sarei andato a confessare. Avevo anche progettato di passare due o tre giorni alla settimana a Luján e il resto a Buenos Aires». Evidentemente, però, quel Signore che gli dà una sana dose di incoscienza aveva altri progetti per lui: «Arrivato qui, ho dovuto affrontare tutte queste cose nuove.

Ma fin dal primo momento mi sono detto: “Jorge, non cambiare, rimani te stesso perché cambiare alla tua età è ridicolo”. Per questo ho continuato a fare le stesse cose che facevo a Buenos Aires, compresi gli sbagli, si può supporre. Ma preferisco essere quello che sono». Anche se questo, ammette, «ha prodotto qualche cambiamento nei protocolli».

di Tiziana Lupi

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