Che cos’è un’ostia?

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La parola ostia deriva dal latino “hostia” ossia “vittima” offerta in sacrificio, come fece Gesù per la salvezza dell’umanità (credits: Getty Images)

La parola ostia deriva dal latino “hostia” ossia “vittima” offerta in sacrificio, come fece Gesù per la salvezza dell’umanità (credits: Getty Images)

Mettersi in fila per aspettare il proprio turno; rispondere «Amen» al sacerdote che dice «Il Corpo di Cristo»; ricevere l’ostia in bocca o sulla mano (la sinistra, posta sopra alla destra)… Sono i gesti che compiamo ogni volta che andiamo all’altare e riceviamo la comunione. Gesti consueti, ma con i quali ogni volta celebriamo nuovamente il momento in cui Gesù, durante l’Ultima Cena, distribuì ai discepoli il pane e il vino come il suo corpo e il suo sangue offerti per la salvezza di tutti gli uomini. Nel Vangelo di Luca (22, 19-20) leggiamo: “Poi, prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo avere cenato, fece lo stesso con il calice: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi»”. Nel momento della Consacrazione, dunque, il pane e il vino diventano realmente il Corpo e il Sangue di Cristo, come afferma il dogma della Transustanziazione.

Una piccola cialda senza lievito…
Oggi, per motivi di praticità, di solito riceviamo solo il pane, mentre il vino è bevuto dal sacerdote, in rappresentanza di tutti i fedeli. Quel pane, poi, il Corpo di Cristo, ci viene dato sotto forma di ostia. Prima della Consacrazione, l’ostia non è altro che una piccola cialda di pane azzimo, cioè pane preparato con acqua e farina di frumento ma senza lievito, alla maniera ebraica. Una cialda che viene utilizzata
correntemente in cucina, in particolare per i dolci. È una sfoglia di ostia, per esempio, quella che ricopre il torrone e il panforte, così come lo è quella che si mette sopra le torte, soprattutto quelle destinate alle feste dei bambini, per personalizzarle con le scritte più diverse. Le ostie si possono acquistare nei supermercati e nei negozi specializzati (quelle industriali), o preparare in casa.

Ciò che cambia il “significato” dell’ostia è, come dicevamo, la sua consacrazione. Una volta consacrata, essa non è più pane. Quella particola sottile, dalla forma circolare, che il sacerdote ci consegna è il vero Corpo di Cristo sotto l’aspetto di pane. Ma perché, allora, lo riceviamo sotto forma di ostia e non con un pezzo di pane, come accadeva ai primi cristiani? Di nuovo: essenzialmente per praticità. Le ostie sono molto piccole e, dunque, più semplici da conservare. Non è facile risalire al momento preciso in cui il pane è stato sostituito nella comunione dall’ostia. L’ipotesi più accreditata è che sia stato un passaggio graduale, probabilmente cominciato quando iniziò a diffondersi l’uso di custodire in chiesa il pane consacrato, per cui era necessario non avere quantità ingombranti da riporre.

Del resto, questo accade ancora oggi: dopo la messa, le ostie consacrate vengono conservate nel Tabernacolo.Una cosa che si sa con certezza, invece, è che il pane utilizzato per la celebrazione dell’Eucaristia ha sempre avuto forma piatta, perché è preparato senza il lievito che lo farebbe gonfiare durante la cottura. Proprio all’ostia è legato uno dei primi episodi che ci hanno aiutato a conoscere e ad amare Francesco.

La lettera e il dono della carcerata
Nel luglio 2013 il Papa ricevette una lettera da Gabriela Caballero, una detenuta argentina. La lettera venne consegnata da monsignor Oscar Vicente Ojea, vescovo di San Isidro, con alcune ostie preparate dalla donna nel laboratorio dove lavora con alcune compagne di cella, nel carcere di San Martin, vicino a Buenos Aires. La risposta di Francesco non si fece attendere e, dopo avere celebrato la messa di Santa Marta proprio con alcune delle ostie fattegli arrivare da Gabriela, le scrisse una lettera per ringraziarla e chiederle di pregare per lui.

La Caballero nell’unica intervista da lei rilasciata commentò così il messaggio inaspettato: «Mi ha fatto felice sapere che era una risposta solo per me. Leggere “Cara Gabriela” fu un colpo per me, privata della libertà e in un luogo con tante ore buie». La donna raccontò anche il suo lavoro: «Usiamo macchine e attrezzi molto vecchi, avuti in prestito da alcune suore. Le nostre ostie sono artigianali e non c’è nulla di digitale come si usa oggi. Vengono fuori grandi o piccole, ma poi facciamo il taglio preciso».

(credits: Getty Images)

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Una domanda classica: si può accogliere l’ostia in mano? Ebbene sì.
I bambini che fanno la Prima Comunione solitamente ricevono dal sacerdote l’ostia direttamente sulla lingua. Da quel momento in poi, però, saranno liberi di scegliere se continuare così o riceverla sulla mano sinistra per metterla, poi, in bocca con la destra. Molti fedeli criticano ancora l’uso delle mani, perché inadatte, a loro avviso, a toccare il Corpo di Cristo… Ma quest’uso è stato approvato dalla Conferenza episcopale nel 1989, vent’anni dopo la “interrogazione” sul tema fatta da Paolo VI presso tutti i vescovi e riassunta nel documento “Memoriale Domini”. Il Papa autorizzò quell’innovazione che i vescovi spiegarono così: “Accanto all’uso della comunione sulla lingua, la Chiesa permette di dare l’eucaristia deponendola sulle mani dei fedeli, protese entrambe verso il ministro ad accogliere con riverenza e rispetto il corpo di Cristo. I fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi”.

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Una ricetta semplice per preparare in casa una sfoglia d’ostia per dolci
Una sfoglia di ostia si può preparare anche in casa: può essere utile, per esempio, per realizzare un dolce. Servono uno stampo per ostie e questi ingredienti: un litro di acqua, 500 gr di farina e olio extravergine di oliva quanto basta. Setacciate la farina in una terrina, versate l’acqua a filo e mescolate con un cucchiaio di legno finché non otterrete  una pastella omogenea e senza grumi. Prendete lo stampo per ostie e, dopo averlo unto con un po’ di olio, riscaldatelo a fuoco moderato. Quando sarà caldo, versate un’abbondante cucchiaiata di pastella tra le due palette, chiudete e fate cuocere per pochi secondi (così che restino bianche) prima da un lato e poi dall’altro. Togliete lo stampo dal fuoco e staccate l’ostia dalle palette aiutandovi con una forchetta; posatela su un vassoio, copritela con carta assorbente e mettetela sotto un peso per non farla deformare. Seguite questo procedimento per tutte le ostie che vi servono. Quando si saranno raffreddate, toglietele da sotto il peso e tagliatele secondo la necessità.

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Esistono ostie che non danno problemi ai celiaci
Se l’ostia è fatta con la farina di frumento e dunque contiene glutine, chi è affetto da celiachia, cioè intolleranza verso questo alimento, come può fare la comunione? Può farla se per lui vengono utilizzate ostie a base di amido di grano del tipo Cerestar. In queste particole, infatti, la quantità di glutine è minima, non è dannosa per il celiaco (facciano comunque attenzione gli iper-sensibili: per loro è meglio un confronto con un medico) ed è sufficiente per permettere la panificazione senza aggiunta di altre sostanze che — come prescritto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede — renderebbero l’ostia “materia invalida per l’Eucaristia”. È importante che il celiaco avverta il sacerdote in anticipo, così da permettergli di procurarsi le ostie “sicure” (il sito dell’Associazione Italiana Celiachia — www. celiachia.it — elenca diverse aziende che le vendono) e di organizzarsi per la conservazione e la distribuzione, visto che non devono mai entrare in contatto con le ostie “normali”.

di Tiziana Lupi

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