Papa Bergoglio: il racconto dell’amico rabbino

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(credits: Getty Images)

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La “Bet El” si trova nell’elegante quartiere di Belgrano. Per la comunità ebraica di Buenos Aires è molto di più che una semplice sinagoga. Bet El, termine di origine ebraica che significa “casa di Dio”, è una sorta di centro di aggregazione che si occupa di assistenza sociale, educazione, terza età, corsi di formazione. Aggirandosi nei suoi locali colorati, ci si può imbattere indifferentemente in persone in raccoglimento così come in bambini che si rincorrono giocando.

Il rabbino Daniel Goldman ci accoglie con un sorriso e ci invita subito a condividere un mate. Oltre a essere il direttore del centro, è anche un amico di vecchia data di Jorge Bergoglio, il quale nel maggio scorso lo ha inviato in Palestina con “il gruppo dei 45” (quindici cattolici, quindici ebrei e quindici musulmani) a percorrere le stesse tappe e a incontrare le stesse persone che il Pontefice avrebbe poi visitato nel suo viaggio.

Rabbino, come è avvenuto il suo primo incontro con l’allora cardinale Bergoglio?  
«Ci siamo conosciuti anni fa attraverso un mio congregante nonché comune amico: Luis Liberman (il sottosegretario all’Educazione della città di Buenos Aires, ndr). Mi disse che dovevo conoscerlo. Così combinammo l’appuntamento e andai a trovarlo nel suo appartamento in Avenida de Mayo. Mi ricevette in cucina e la cosa mi colpì: lo trovai un gesto molto amicale. Bevemmo il mate insieme e cominciammo a   chiacchierare. Sapeva che io amo lo scrittore Jorge Luis Borges e lui, che è stato docente di letteratura, cominciò a conversare di un poema di Borges che adoro: “Everness”. Da lì, la nostra frequentazione non si è mai arrestata. Abbiamo organizzato un primo pranzo con Luis, il rappresentante della comunità islamica Omar Abboud , l’educatore Josè Maria Corral e un sindacalista, Oscar Mangone. E poi ce ne sono stati tanti altri a cadenza regolare».

Di che cosa parlavate?
«Nei nostri pranzi? Fondamentalmente parlavamo di “tonterias” (in spagnolo significa “sciocchezze”, ndr). Lui arrivava col bus “collectivo”, e vi posso assicurare che quella dei mezzi pubblici non è una leggenda, perché mi telefonava ogni volta per sapere quale fosse il mezzo che arrivava più vicino a casa mia. Si parlava tanto di letteratura. Gli piace Marichal, una scrittrice argentina e Borges, ma si discuteva anche di calcioLetteratura e pallone in Argentina camminano parallelamente. E poi ha un buon senso dell’umorismo, gli piace ascoltare le barzellette (anche se non le racconta). Jorge è un uomo profondo e sofisticato».

Poi, a un certo punto, questi bei pranzi settimanali si sono interrotti…
«Già. Facemmo un pranzo due anni fa e papa Benedetto XVI aveva da poco rinunciato al papato. Così Bergoglio ci disse che doveva andare a Roma e che ci saremmo ritrovati a pranzo al suo ritorno. Ma non è mai tornato! Allora gli abbiamo fatto sapere che, ora che era diventato Papa, toccava a lui… pagare il pranzo (ride) e sa che cosa ha fatto? Ci ha invitato tutti a pranzo in Vaticano!».

Come è andata?
«Per me è stato incredibile. Arrivati a Casa Santa Marta tutti ci chiamavano “Los amigos del Papa” (“Gli amici del Papa”) ed era abbastanza impressionante. Eravamo molto agitati, appena lo abbiamo visto gli abbiamo chiesto: “Come la chiamiamo?”. E lui: “Jorge”. È stato come se quel pranzo si fosse svolto a Buenos Aires anziché a Roma: lo stesso clima, con la differenza, però, che quello era il Papa! Stavo in silenzio, non sapevo cosa dire. Io sono figlio di un sopravvissuto dell’Olocausto, Omar di un rifugiato dalla Siria, Jorge era un parroco di Floresora ci trovavamo tutti a pranzare al Vaticano. Pazzesco!».

Ricorda il menu?
«Il Papa è stato molto premuroso con me: sa che sono vegetariano e il menu era adeguato. Ricordo, però, la faccia del cameriere quando gli abbiamo chiesto di farci una foto. Credo non gli fosse mai capitato prima (ride di gusto)».

Quanto è durato? 
«Abbiamo cominciato alla una. Alle cinque meno un quarto eravamo ancora a tavola. Ogni volta che gli dicevamo “Dobbiamo andare”, Francesco ci chiedeva 15 minuti ancora. La sensazione che si ha parlando con lui è che sia ancora la stessa persona di quando viveva qui a Buenos Aires. Mi sento privilegiato a essere vicino a una figura così grande».

Pensa che Francesco possa davvero inaugurare un nuovo rapporto tra le religioni?
«A Flores, il quartiere dove siamo cresciuti, i bambini arabi, giudei e cristiani giocavamo insieme. Quindi per me tutto ciò non è strano. A Bergoglio interessa molto questo discorso del dialogo interreligioso. Perché, per dirla con le parole del filosofo Martin Buber, c’è differenza tra religione e religiosità. La religione pone barriere, la religiosità è fluida».

E questo Papa potrà avere un’influenza sulla questione israelo-palestinese?
«Il tema israelo-pelestinese è antico, ma a Francesco devo riconoscere l’iniziativa di avere convocato i leader in conflitto per una preghiera comune. Lui se ne preoccupa, rompe schemi, getta ponti, non separa, non mette limiti e questo non può che commuovere tutti.
In un mondo in cui si sente la carenza di leader, oggi è apparso un gigante come Jorge… Sarebbe un perfetto Nobel per la pace».

E secondo lei il mondo religioso è preparato a un papa così rivoluzionario?
«Non so se sia preparato, ma il mondo ne ha assolutamente bisogno. La prova l’ho avuta con Diego Armando Maradona». 

Maradona il calciatore?
«Era molto anticlericale. Quando, in occasione della partita benefica giocata dai campioni argentini a Roma, ha abbracciato il Papa, si è commosso e ha detto: “Santo Padre odiavo tutto ciò, il Vaticano, le chiese, ma dopo l’abbraccio mi metto a Sua disposizione”. Capisce
il potere di un abbraccio.

di Andrea Di Quarto

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