
Francesco stringe la mano a Francesca Chaouqui, mentre monsignor Vallejo Balda osserva: i due “corvi” hanno tradito la fiducia del Pontefice. Credit Osservatore Romano
Anche il Vaticano, il più piccolo Stato del mondo, come qualsiasi altro Paese, ha una sua polizia investigativa (la gendarmeria, guidata dal comandante Domenico Giani), i suoi magistrati inquirenti (il promotore di giustizia Gian Piero Milano e il suo aiutante Roberto Zannotti), il suo tribunale giudicante (presieduto da Giuseppe Dalla Torre) che si occupa tanto delle cause civili quanto di quelle penali.
Il segretario della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, è rinchiuso al terzo piano della Gendarmeria in una cella che, dopo la detenzione del maggiordomo Paolo Gabriele (condannato per il furto di documenti dalla scrivania di Benedetto XVI), è stata resa un po’ più ampia e vivibile: larga pochi metri, un piccolo bagno attiguo, una brandina, il comodino e le sbarre alle finestre. Il monsignore è tenuto sotto controllo costantemente.
La sua complice, Francesca Immacolata Chaouqui, incinta, invece è stata solo fermata e poi rilasciata dopo l’interrogatorio. Secondo quanto riferito dal suo avvocato Giulia Bongiorno e da lei stessa, avrebbe collaborato con gli investigatori fornendo elementi utili alle indagini.
Anche Vallejo Balda avrebbe iniziato a parlare. La sua abitazione e il suo ufficio sono stati perquisiti e gli sono stati requisiti computer e telefoni cellulari. Su di essi gli esperti stanno effettuando accurate perizie per scoprire quanti documenti riservati il monsignore ha sottratto, con chi ha intrattenuto rapporti telefonici e via email e, soprattutto, quante conversazioni e riunioni alla presenza del Pontefice ha registrato di nascosto con il suo telefonino.
Resta da ricostruire anche la rete di eventuali complicità dentro e fuori il Vaticano su cui Chaouqui e Vallejo Balda hanno potuto contare in questi mesi. I “corvi” sono solo loro? O ve ne sono altri, rimasti ancora nascosti?
Le indagini e gli interrogatori vanno avanti. Questi ultimi avvengono nella sede della Gendarmeria, che è a pochi passi da Casa Santa Marta, di fronte alla pompa di benzina del Vaticano. Altri due ufficiali, oltre al comandante Giani, si occupano a tempo pieno dell’investigazione.
La “polizia“ vaticana ha fatto tesoro dell’esperienza avuta con la prima Vatileaks, che ha aveva avuto come protagonista il maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele. Questa volta gli arresti sono arrivati prima ancora dell’uscita dei libri che pubblicano i documenti trafugati.
Ma ci sono ancora altre circostanze da chiarire, come l’intrusione nel computer del revisore generale dei conti del Vaticano, Libero Milone. Prima di arrivare al processo, però, ci vorrà ancora del tempo. Una volta che le indagini saranno concluse, il promotore di giustizia deciderà se chiedere il rinvio a giudizio per gli indagati.
A quel punto verrà decisa la data dell’inizio del processo. Sarà pubblico, ma non è detto che i giornalisti saranno autorizzati ad assistervi. Il Tribunale, presieduto dal professor Dalla Torre, è collegiale. Il presidente è affiancato da altri tre giudici, tutti laici, avvocati e docenti di diritto all’università: Piero Antonio Bonnet, Paolo Papanti-Pelletier e Venerando Marano.
Il ruolo dell’accusa è svolto dal promotore Milano, con i suoi aiutanti Zannotti e Alessandro Diddi. Il cancelliere (chiamato “notaro”) è Raffaele Ottaviano. Normalmente il tribunale vaticano si riunisce tutti i sabati mattina. Ma in caso di processi importanti fissa le udienze anche in altri giorni.
Generalmente si occupa di piccoli reati, come furti che avvengono nella basilica di san Pietro o nel territorio vaticano, ma anche reati finanziari, o questioni che insorgono nei rapporti tra persone fisiche o società e la Città del Vaticano. Nel mese di luglio aveva intrapreso il processo a carico di monsignor Jozef Wesolowski, il nunzio polacco accusato di pedofilia, processo poi interrotto a causa della sua morte improvvisa.
Chaouqui è cittadina italiana mentre Vallejo Balda è cittadino spagnolo. Saranno processati in Vaticano perché il reato per il quale sono accusati è avvenuto in quel territorio. Se saranno condannati dovranno scontare la pena in Vaticano, a meno che non vengano estradati nel loro Paese di origine.
I due sono accusati di divulgazione di documenti e notizie riservati, in base all’art. 10 della legge IX dello Stato della Città del Vaticano (13 luglio 2013) che ha introdotto l’articolo 116 bis del codice penale vaticano. In base a tale articolo, “chiunque si procura illegittimamente o rivela notizie o documenti di cui è vietata la divulgazione, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni o con la multa da mille a cinquemila euro”.
Ma “se la condotta ha avuto ad oggetto notizie o documenti che riguardano gli interessi fondamentali o i rapporti diplomatici della Santa Sede o dello Stato, si applica la pena della reclusione da quattro a otto anni”. Quest’ultimo è proprio il caso di Chaouqui e Vallejo Balda che dunque rischiano la pena massima di otto anni di carcere.
Dopo l’eventuale sentenza avranno comunque diritto a ricorrere alla Corte d’Appello presieduta da monsignor Pio Vito Pinto e, in terzo grado, alla Corte di Cassazione, presieduta dal cardinale Dominique Mamberti.
di Ignazio Ingrao

