Adrian, l’orafo di fiducia del Papa

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(credits: Gettty Images)

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Che la bottega orafa di Adrian Pallarols non sia un luogo qualunque si capisce subito. Dovunque fanno bella mostra foto del maestro con celebrità di ogni tipo: da Juliette Binoche ad Antonio Banderas, da Tommy Lee Jones alla stella del polo Adolfo Cambiasso, dal tennista Guillermo Vilas all’ex re di Spagna Juan Carlos. La foto che colpisce di più, però, è una gigantografia di papa Francesco, ritratto con Adrian, che si erge dalla vetrina. Ai piedi del poster i «mostrador» (le vetrine, ndr) con gli splendidi manufatti in argento: da gioielli per donna, ad accessori per uomo, dall’artigianato religioso alle coppe e i trofei per il campionato di polo.

Siamo a Buenos Aires, nel quartiere Retiro, e in città Pallarols non è un cognome qualunque. Famiglia di origine catalana, si dedica all’oreficeria da sette generazioni; il padre di Adrian, Juan Carlos, eletto cittadino illustre di Buenos Aires nel 1996, ha creato il «bastone del comando» per il Presidente della Nazione dal ritorno della democrazia nel Paese (1983) e ha addirittura condotto una serie di documentari per «History Channel». Anche il fratello Carlos Daniel ha un suo atelier e ognuno porta avanti la propria maestria con filosofie diverse. Adrian e padre Jorge (è così che lui chiama il Papa)v sono amici di lunga data.

«Sono tanti anni che gli sto a fianco», conferma. «Inizialmente il rapporto è stato esclusivamente di lavoro, poi padre Jorge si è trasformato nel mio consigliere e da lì è nata una grande amicizia: ha battezzato mia figlia, ha celebrato le mie nozze. Piano piano si è trasformato in una specie di padre spirituale. Nei libri che mi regalava (e che ci mostra) scriveva sempre la dedicaA Adrian,mi hijo, mi amigo, mi hermano”. (“Ad Adrian, mio figlio, mio amico, mio fratello”). Una cosa che mi ha sempre emozionato molto».

Come è incominciata questa bella storia di amicizia?
«Andai da lui per chiedergli come doveva essere il calice d’argento che mi aveva commissionato per papa Benedetto XVI.  Nelle intenzioni dell’allora cardinale Bergoglio doveva essere un regalo del popolo argentino al Pontefice. Lavorammo insieme al progetto e quando papa Ratzinger si insediò glielo portammo a Roma. Il cardinale si spese molto perché Benedetto XVI mi desse udienza e potesse così comprendere, dalle mie parole, quale fosse la storia che stava dietro quel calice, la sua simbologia. Non si trattava solo di consegnargli un dono… Volevamo che capisse che dietro c’era l’amore di un intero popolo. Il calice piacque così tanto a padre Bergoglio che da allora mi chiese di realizzare il suo regalo personale: una medaglietta d’argento della Vergine che donava alle persone che si rivolgevano a lui. Così sono diventato il suo orafo di fiducia.

Dopo che è stato eletto Papa la gente, in negozio, ha cominciato a chiedermela, così quando sono andato a visitarlo a Roma gli ho chiesto il permesso di venderla e lui ha acconsentito. Sa che cosa mi ha detto? Mi si è avvicinato all’orecchio e a bassa voce mi ha sussurrato: “Ahora te la van a pedir un monton” (“Ora te ne chiederanno un sacco”). Padre Jorge è fatto così. È una persona semplice. Quando era qui a Buenos Aires mi chiamava ogni settimana: “Come stai Adrian? Come sta la bambina? Come sta Francesca?”.

A dispetto di ciò che pensa molta gente io non sono un tipo religioso, non sono una persona di chiesa. Credo in Dio, ma non sono un praticante. Lui mi diceva: “Sei un selvaggio”, e si ammazzava dalle risate. Credo che, inizialmente, per lui fossi una specie di pecorella smarrita. Ma non mi ha mai imposto nulla».

A proposito di calici: quello che usa Bergoglio lo ha creato lei?
«Certo. È un piccolo calice d’argento, perché a lui non piacciono le cose appariscenti. Vi è incisa sul retro un’immagine di Santa Teresita, a lui molto cara, e una mappa del Sud America. Alla base vi è lo stemma di Francesco, mentre nella parte frontale ho scolpito l’immagine della Vergine di Lujan. Per un breve periodo è stato esposto anche a New York, nella cattedrale di San Patrizio».

Di che cosa parlavate con Bergoglio?
«Mi raccontava della sua vita, della sua quotidianità, delle cose che faceva, dei luoghi dove andava ad ascoltare i marginali, i diseredati, i disperati. Come le prostitute, per esempio. E mi raccontava della spiritualità che spesso queste persone custodiscono a dispetto del loro stile di vita. Di come queste donne la rivendicassero dicendogli: “Padre, possono comprare il mio corpo, ma non la mia anima: quella è intoccabile”. Ma con lui parlavamo anche di argomenti leggeri. Gli piace il tango: io sono anche professore di musica e lui mi faceva un sacco di domande. Inoltre, è un grande appassionato di arte, sa tutto della pittura e della scultura, di Michelangelo, di Leonardo da Vinci, di Raffaello. In un certo senso siamo anche stati… soci in affari: mi portava in negozio i preziosi doni che riceveva come cardinale e mi chiedeva di venderli per lui. Poi prendeva il ricavato e andava a distribuirlo ai poveri. Per sé non spendeva un centesimo, mi diceva sempre“Adrian, io amministro, questo denaro non è mio, è della Chiesa. Il sacerdozio per me è questo. Io non posso aiutare chi vive nel dolore, se non lo condivido”».

La sua elezione a Pontefice deve essere stata una grande emozione…
Adrian si incupisce. «Per me è stato un momento molto triste. Sono sincero. Tutti hanno cominciato a telefonarmi, sapendo del nostro rapporto, ma per me è stato uno choc. Ho cominciato a piangere perché il mondo aveva guadagnato un Papa, ma io avevo perduto un amico vero. Certo, non è facile essere amico di un sacerdote: non viene al bar con te, non esce la sera, ma veniva a trovarmi qui e si sedeva con me in laboratorio, mi onorava della sua presenza a cena, mangiava i tortellini di mia suocera, ed erano momenti bellissimi. Una volta siamo stati perfino al ristorante, a Roma».

Quando è stata la prima volta che lo ha sentito dopo l’elezione?
«Mi ha chiamato tre giorni dopo: “Ciao Adrian, sono padre Bergoglio...”, come se nulla fosse cambiato, e mi ha detto: “Quando venite a trovarmi?”. Padre, quando vuole, mi dica lei! Gli ho chiesto se si sentisse strano in quel ruolo e mi ha risposto che quello che gli faceva effetto davvero era il fatto di non potere uscire per strada, di non potere incontrare la gente. Lui era una persona, qui a Buenos Aires, che andava in colectivo (il bus) o in treno in subte (il metrò). Era una delle poche persone che poteva entrare di notte nella Villa (le favelas argentine) senza che nessuno lo toccasse. Lui poteva andare ovunque perché aveva l’autorevolezza, che nasce dall’amore e dal rispetto della gente».

Qui in Argentina si pensava che potesse diventare Papa?
«No. Perché oggi tutti sono dalla sua parte, ma in realtà, soprattutto dai potenti, era un cardinale dimenticato. A cominciare dalla Presidente della Nazione, che non lo riceveva e che oggi, invece, è in prima fila a fare la supporter di Bergoglio».

Come reagisce la gente in negozio nel vedere le foto del Papa?
«Succedono cose divertenti. L’altro giorno una signora, stupita, ha esclamato: “Ma quello è il Papa!” e mia figlia, che ha tre anni, le ha risposto: “No, quello è Francisco, l’amico di papà”».

E’ opera sua il calice d’argento di Francesco
Ecco il calice personale in argento di papa Francesco, realizzato dall’amico orafo argentino Adrian Pallarols Oltre allo stemma papale, vi sono incise due immagini molto care al Pontefice: quella di Santa Teresita (proclamata Dottore della Chiesa da Giovanni Paolo II nel 1997) e quella della Vergine di Lujan.

di Andrea Di Quarto

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