50° anniversario, il Papa ricorda la nascita del Sinodo

23 Ottobre 2015 News, Parole e pensieri

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Credit Osservatore Romano

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Nella Chiesa non c’è spazio per personalismi né per decisioni unilaterali perché la Chiesa è un gregge, il popolo di Dio, che cammina insieme e segue il suo pastore.

È questo il senso del discorso che papa Francesco ha pronunciato lo scorso sabato mattina durante la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi che si è svolta nell’Aula Paolo VI.

Dopo gli interventi dei rappresentanti dei cinque continenti, Francesco ha preso la parola. Non prima, però, di avere ascoltato (e gradito, a giudicare dal sorriso) il Piccolo Coro dell’Antoniano che, chiamato ad animare la mattina, ha eseguito il brano Se per miracolo.

Con le sue parole, il Pontefice ha provato a mettere da parte polemiche e incomprensioni, ricordando che, nel mondo pieno di contraddizioni in cui viviamo, è indispensabile lavorare insieme: «Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio. Quello che il Signore ci chiede, in un  certo senso, è già tutto contenuto nella parola “Sinodo”».

Certo, non si tratta di un percorso privo di ostacoli: «Camminare insieme, laici, pastori e Vescovo di Roma è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica».

Per questo è importante imparare ad ascoltare gli altri, come ha voluto fare lui con le famiglie, consultate prima dell’apertura del Sinodo: «Come sarebbe stato possibile parlare della famiglia senza interpellarle? Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare».  

Se, poi, questa Chiesa ha un “capo”, ciò non toglie nulla alla collegialità: «Il fatto che il Sinodo agisca sempre non solo “cum Petro” (dal latino “con Pietro) ma anche “sub Petro” (“sotto Pietro”), non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell’unità. Infatti il Papa è, per volontà del Signore, il perpetuo e visibile fondamento dell’unità tanto dei vescovi quanto dei fedeli».

E si sbaglia di grosso chi pensa che stare al vertice sia fonte di privilegi: «In questa Chiesa, come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base.

Per questo, coloro che esercitano l’autorità si chiamano “ministri”, cioè i più piccoli fra tutti. È servendo il popolo di Dio che ciascun vescovo diviene, per la porzione del gregge a lui affidata, vicario di quel Gesù che, nell’ultima cena, si è chinato a lavare i piedi degli apostoli. E, in un simile orizzonte, lo stesso successore di Pietro altri non è che il servo dei servi di Dio. L’unica autorità è l’autorità del servizio, l’unico potere è il potere della croce». 

di Tiziana Lupi

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