1944: quando Castel Gandolfo ospitò gli sfollati

26 Maggio 2017 News

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Credit Osservatore Romano

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Tra i tanti gesti rivoluzionari compiuti da Francesco ce ne è uno molto particolare che riguarda le Ville pontificie di Castel Gandolfo. Il Santo Padre, infatti, ha deciso di non utilizzarle per le sue “ferie” estive, bensì ha aperto le porte di questo magnifico luogo ai turisti di tutto il mondo. Non è stato, tuttavia, il primo Papa della storia a dare libero accesso a Castel Gandolfo: più di 70 anni fa lo fece anche Pio XII, anche se in realtà per un motivo molto più importante.

 Era l’inizio del 1944, proprio nel periodo più difficile della Seconda guerra mondiale: l’Italia aveva rotto l’alleanza con la Germania nazista, mentre l’esercito anglofrancese stava cercando di liberare lo stivale.

A pagarne le conseguenze fu anche Roma: dopo l’armistizio con gli Alleati firmato l’8 settembre del 1943, il nostro Paese non aveva più un governo e la figura di riferimento per i romani divenne  papa Pio XII

Dal 19 luglio del 1943 al 4 giugno del 1944 la Capitale fu colpita addirittura da 51 bombardamenti dell’esercito alleato impegnato a cacciare i tedeschi.

Il più tristemente famoso fu il primo: rase praticamente al suolo il quartiere San Lorenzo dove Pio XII volle immediatamente andare a portare il suo conforto, tra le macerie dei palazzi, ai suoi concittadini. Ma in quei mesi disperati, anche i paesi attorno alla città si trovarono costantemente sotto le bombe. La fuga era il solo modo per salvarsi. Così già il 9 settembre del 1943 alcune persone si presentarono in circa di riparo davanti ai grandi portoni della residenza papale.

 Due eventi bellici fecero aumentare il numero degli sfollati. Lo sbarco degli Alleati ad Anzio sul litorale romano il 22 gennaio del 1944 e, verso la fine del mese di maggio, l’assestamento da parte dei tedeschi lungo una lingua di terra (chiamata linea Caesar), che dal mare arrivava fino ai piedi dei Colli Albani: tutte le località della zona diventarono dei potenziali bersagli.

Per fronte a una situazione sempre più drammatica, papa Pio XII stabilì di dare accoglienza all’interno del perimetro delle Ville pontificie a chi abbandonava i paesi diventati territorio di guerra

Così i giardini di Castel Gandolfo vennero letteralmente invasi da tende da campo improvvisate. Gli sfollati furono sistemati in ogni angolo possibile: il portico della residenza, i vialetti, le serre. Inoltre venne sfruttato anche l’interno del palazzo. Pio XII ordinò di aprire tutte le stanze: quelle che solitamente ospitavano i dignitari, quella del Concistoro e l’appartamento papale. Qui  nacquero anche dei bambini: 34 in totale, di cui due gemelli chiamati Eugenio Pio e Pio Eugenio, in onore del Papa (il nome di Pio XII era Eugenio Pacelli). I materassi vennero stesi persino sugli scaloni. Fu allestita un’infermeria e una cinquantina di Guardie Palatine (un’unità di fanteria creata a metà del XIX secolo) garantivano la sicurezza di questi “ospiti” speciali. I contatti con l’esterno, invece, erano possibili mediante una radio che funzionava grazie a un generatore di corrente donato dalla Marina italiana.

In quei mesi furono accolte circa 12mila persone tra cui il futuro presidente del consiglio italiano Alcide De Gasperi, l’ex-ministro fascista della Pubblica Istruzione Giuseppe Bottai col falso di nome di ingegner Ferrari, e molti ufficiali dell’esercito. Dopo la liberazione dai tedeschi, avvenuta il 4 giugno 1944, la vita iniziò a tornare alla normalità, ma ci volle tempo prima che la residenza tornasse agibile: papa Pio XII ci rientrò solo il 22 agosto del 1946.

di Matteo Valsecchi

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